Serena Williams, appuntamento con la storia

di - 28 Agosto 2015

serena cincy

di Antonio Maci

Nello sport, praticamente da sempre, si succedono periodi in cui un atleta domini su tutti gli altri, lasciando al resto del gruppo la lotta ad arrivare secondi. Nel giorno successivo all’ennesimo trionfo di Usain Bolt nella velocità, uno di quegli atleti che meglio esprime il concetto di correre, letteralmente, per il secondo posto, si spazia in un attimo con la mente da Pechino (dove il giamaicano ha ancora una volta messo tutti dietro di sé) a New York, dove tra un paio di giorni scatterà l’ultimo torneo dello Slam dell’anno, lo Us Open. Se nel panorama maschile è l’incertezza a farla da padrone, non si può dire la stessa cosa in quello femminile, dove c’è un atleta che nettamente svetta sulle altre. Nelle 3 prove dello Slam finora disputate il “Championship Point” è sempre stato sulla racchetta di Serena Williams che sempre lo ha realizzato, mettendosi nella condizione di arrivare a New York con la possibilità di realizzare il “Grande Slam”, ovvero la vittoria in tutte le 4 prove più importanti (Australian Open, Roland Garros, Wimbledon e Us Open).

Qualora l’americana dovesse riuscirci, sarebbe un’impresa di enormi proporzioni, soprattutto se si considera che solo 3 atlete hanno saputo realizzarla, ovvero Maureen Connolly nell’ormai remoto 1953, Margaret Smith Court nel 1970 e Steffi Graf nel 1988. Va puntualizzato però come nel primo caso il tennis non fosse ancora entrato nell’Era Open e nel secondo lo era da troppo poco tempo, e ancora risentiva di quando sul percorso verso un trionfo Slam si poteva trovare un amatore. Tutto ciò senza nulla togliere alle imprese della Connolly e della Court, ma quanto fatto da Steffi Graf nel suo magico e indimenticabile 1988 è qualcosa a metà tra la favola e l’epica.

Prima ancora di giocare per il secondo posto, in quella stagione, si sperava di non incontrare la giocatrice tedesca sul proprio percorso, perché con l’andare delle partite e dei tornei la razionalità diceva che c’era davvero poco da fare, per chiunque. Steffi fu capace di vincere Australian Open e Roland Garros senza cedere un set, perdendo appena la miseria di una cinquantina di games, tra entrambe le rassegne. A Wimbledon mise fine al regno di Martina Navratilova e si trovò catapultata nel contesto Us Open con la consapevolezza di essere vicina a fare qualcosa di incredibile. Non si lasciò sfuggire l’occasione, ma in seguito ha più di una volta dichiarato della tensione che la attanagliava prima di ogni match a New York, riuscendosi a costruire un lato un po’ più umano di quanto faceva vedere in campo, che invece di umano quell’anno aveva davvero poco. In finale si impose su Gabriela Sabatini e il “Grande Slam” fu completato. Alla straordinaria stagione della tedesca poi bisogna aggiungere l’oro olimpico di Seul e il Grande Slam diventa “Golden”, per un’impresa forse irripetibile. O forse no.

Si diceva come tra pochi giorni scatti lo Us Open e di come Serena Williams ci arrivi nella stessa situazione di Steffi 27 anni fa, con l’americana che si trova in una situazione di dover “vincere per forza”. Non sembra davvero esserci una giocatrice in grado di fermarla, almeno non dai quarti di finale in poi, quando in campo ci vanno “quelle forti” e tra quelle Serena è una spanna (e forse due) sopra. Le uniche insidie al completamento del Grande Slam per la Williams possono arrivare dai primi turni, quando giocatrici che hanno poco da perdere possono creare seri grattacapi (un caso su tutti Wimbledon, quando ai primi turni la statunitense fu più volte vicina a lasciare anzitempo il torneo e dopo essersi in qualche modo salvata sappiamo tutti come andò a finire). Un avversario in più potrà essere il fattore psicologico, perché è naturale che la mente corra a ciò che si sta per fare, e la tensione può giocare brutti scherzi. L’impresa della Graf non è pareggiabile solo perché non è stagione di Olimpiadi, quindi se Serena ne avrà ancora ci dovrà riprovare il prossimo anno, perché quel “Golden Slam” siamo sicuri che la attiri. Ma per questo c’è tempo, intanto mancano 7 vittorie perché quello Slam sia “Grande”, e fa niente se magari non riuscirà a renderlo “Golden”.

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