Da Vittur a Sinner passando per Hanescu, Luzzi e Vagnozzi. Una settimana da Challenger di 22 anni fa

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Federico Luzzi

Oggi, dal nulla, sono balenati alla mia memoria ricordi sopiti dal tempo. Ricordi che partono da un Challenger romano di tanti anni fa e che, in un modo o nell’altro, tra mille incroci incredibili, partono da Victor Hanescu e arrivano sino a Jannik Sinner. Essere da tanti anni nel circuito, soprattutto quello (considerato) minore, è la base del mio lavoro. Ne sono convinto da sempre e oggi ne ho trovato l’ennesima conferma. Così come ho capito che il presente si descrive meglio, sempre, rivolgendo uno sguardo al passato.

L’opinione di Hanescu

All’Olbia Challenger è presente in questi giorni Victor Hanescu, ex numero 26 del mondo e attuale allenatore del tennista romeno Cretu. “La differenza principale tra le due ere è la costanza – ha raccontato all’addetto stampa, il nostro Pietro Corso -. Da un certo punto di vista capisco Jannik e Carlos, perché nonostante la giovane età hanno già vinto diversi tornei importanti. Forse non hanno gli stessi obiettivi, magari non c’è l’ambizione di vincere così tanto come è capitato ai Big Three. Sono contenti di stare in campo e di giocare bene a tennis e per loro sembra essere sufficiente”. Le sue parole su Sinner e Alcaraz stanno facendo un po’ discutere ma il punto, oggi, non è questo.

La mia mente vola indietro di esattamente 22 anni. È l’inizio di ottobre del 2004 e a Roma, nel circolo G2 in zona Rebibbia, si disputa un nuovo torneo Challenger. Ho 22 anni, esattamente la metà della mia età attuale. Non mi perdo un singolo punto dell’evento, intento a svolgere le mie prime interviste audio, che avrei poi riportato in forma scritta sul sito Tennisteen (un ‘must’ per l’epoca, era il forum dove appassionati, ma anche giocatori e addetti ai lavori, si confrontavano con toni più o meno accesi. Era il ‘luogo’ dove si creavano amicizie, vere e durature, che durano ancora oggi. Chi c’era, sa).

Vittur, Vagnozzi e quell’incrocio a Roma

Nelle qualificazioni vedo giocare per la prima volta Alex Vittur. Si, proprio lui, il manager, consigliere e amico di Jannik Sinner. In quella specifica settimana è al best ranking (che tale rimarrà) di numero 605 ATP. Una quindicina di giorni prima, a Selargius (Sardegna), aveva raggiunto la finale in un futures che gli aveva consentito di raggiungere tale classifica. In quel torneo, a proposito di nomi che tornano e ritornano, supera Andrey Golubev nei quarti, Stefano Cobolli (il papà di Flavio) in semifinale e si arrende a Francesco Piccari (allenatore di Lucia Bronzetti) in finale. Pochi mesi prima aveva disputato un’altra finale, a Verona, perdendo in finale da un giovane in grande ascesa: tale Simone Bolelli…

Simone Vagnozzi in azione
Simone Vagnozzi in azione

Ma torniamo a Roma, torniamo al 2004. Vittur si appresta a giocare il primo turno di qualificazioni. Il suo avversario è il suo storico compagno di allenamenti a Caldaro (sotto la guida di Massimo Sartori e insieme anche ad Andreas Seppi). Si, proprio lui, Simone Vagnozzi, attuale coach di Jannik Sinner. Sono due giovani promettenti: Vittur ha 20 anni, ‘Vagno’ 21. Simone è tennista di intelligenza tattica impressionante, sul campo è molto rapido e il suo dritto è di pregevole fattura. Assisto al match: Vagnozzi vince 6-1 6-4. Sarà il primo e unico precedente ufficiale tra i due. Vagnozzi, all’epoca vicino alla Top-300, arriverà al massimo al numero 161 nel 2011, mentre Vittur deciderà di ritirarsi giovanissimo dal tennis professionistico per dedicarsi allo studio, che lo porterà poi a seguire Jannik diventando la sua spalla. “Credo di averci creduto molto – mi raccontò in una successiva intervista nel 2011 che trovate QUI -. Mi è stato insegnato da mio padre che qualsiasi obiettivo è raggiungibile, purché l’attitudine alla fatica e al duro lavoro non manchi. Sono convinto di essere stato un ragazzo che sapeva perché facesse certe scelte”. Una frase che somiglia molto a ciò che, negli anni, abbiamo ascoltato da Jannik Sinner. E la cosa, certamente, non sorprende.

A Roma, in quel 2004, succede tanto altro. Vagnozzi perde all’ultimo turno di qualificazioni (all’epoca erano tre, non due, ed era molto più complicato accedere a un main draw Challenger) 8-6 al tiebreak del terzo da Ismar Gorcic, un bosniaco davvero ostico che all’esordio aveva sconfitto Alex Materassi, classe 1987 che era considerato un predestinato come il coetaneo Fabio Fognini (‘sembra avere un violino tra le mani, non una racchetta’, mi raccontò una volta papà Fulvio Fognini). Un altro primo turno di qualificazioni va in scena tra Flavio Cipolla e Paolo Lorenzi, due che negli anni sarebbero arrivati entrambi ampiamente nei Top-100. Vince Paolino, oggi direttore degli Internazionali BNL d’Italia, che riesce a raggiungere il tabellone principale. C’è anche Stefano Vukov, il tanto discusso (ma vincente) allenatore di Elena Rybakina, che prende una bella stesa all’esordio da Artoni. C’è Manuel Jorquera, ex enfant prodige del tennis italiano, che passa le quali giocando un gran tennis. Ricordo l’intervista che realizzai, piuttosto lunga, sul prato del circolo. Ne aveva passate di tutti i colori, ma era lì a lottare, credendoci sempre. Quante storie, e siamo ancora soltanto alle qualificazioni.

La testa di serie numero 1 è proprio Victor Hanescu, che domina il torneo (tranne il primo set della finale, ma ora ci arriviamo) in lungo e in largo. Grande servizio, fisico statuario, il romeno tira veramente forte e il suo rovescio a una mano è una meraviglia. Ricordo un primo turno tattico che più tattico non si può, vinto con merito da Giorgio Galimberti su Alessio Di Mauro. E Daniele Bracciali – che bello il tennis di ‘Braccio’ – che rifila un bel 6-4 6-2 a un altro talento romeno, Florin Mergea (negli anni poi Top10 in doppio e argento olimpico a Rio 2016).

Aldi-Luzzi, derby in semifinale

Francesco Aldi
Francesco Aldi

I veri protagonisti (italiani) del torneo sono però altri due: Francesco Aldi, che oggi è uno stimato tecnico federale (presente nel box di Flavio Cobolli in tutto il Roland Garros 2026, sino alla finale), e il compianto e indimenticato Federico Luzzi (morto per una leucemia fulminante quattro anni dopo), che stava risalendo in classifica dopo vari problemi fisici. ‘Fede’ supera al primo turno Olivier Patience, testa di serie numero 2. Aldino intanto vince e convince, allenato da Tonino Zugarelli (proprio lui, l’ex davisman decisivo nella vittoria del 1976 con un indimenticabile successo contro gli inglesi a Wimbledon). Federico e Francesco, grandi amici dai tempi dei tornei giovanili, si affrontano in semifinale. Il match vale tanto per entrambi: parecchi punti e un po’ di soldini, che male non fanno. La sfida è tesa, c’è anche un litigio (per alcune settimane i due non si parleranno) abbastanza surreale in cui Luzzi chiede l’intervento del giudice di sedia per un presunto disturbo (hindrance) di Aldi, che avrebbe esultato prima della fine di un punto. Aldi sale 5-0 al terzo, ma Luzzi, quasi sciogliendo, recupera sino al 5-3. Francesco però non trema e chiude 6-3 al terzo.

In finale Aldi gioca un signor primo set, perso solamente al tiebreak, contro Hanescu. Un set bellissimo, di livello davvero eccezionale, che lascia presagire una carriera importante per il siciliano (uno che, nell’ATP di Palermo, lasciò 4 game a David Ferrer). Un infortunio alla spalla, proprio come accaduto all’amico Luzzi, lo bloccò a un passo dalla Top-100 ATP.

Un solo torneo, mille incroci, infiniti ricordi. Da Vittur a Sinner, passando per Vagnozzi, Hanescu, Luzzi e Aldino. Il tennis è così, una lunga maratona con una varietà infinita di tappe intermedie. E, ogni, tanto, è bello ripercorrerne qualcuna. Con una nota di colore: nei quarti di finale sei giocatori su otto giocavano con il rovescio a una mano.

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