Alex Vittur: “Emergere significa lavorare”

di - 23 Gennaio 2011

Alex Vittur , da giovane, è stato spesso considerato un buon prospetto, quantomeno in grado di arrivare a giocare con regolarità i challenger. Alex, classe 1984, ha raggiunto al massimo la posizione 605 del ranking Atp (nell’ottobre 2004, a 20 anni, un risultato che oggi non butteremmo via!). In carriera ha battuto buoni giocatori come Oswald, Mertl, Rosol, Alvarez, Scala, Cobolli, Golubev e Menga. A pochi mesi dal ventunesimo compleanno ha però deciso di smettere. Abbiamo avuto modo di scambiare alcune interessanti battute con Vittur, che ci ha raccontato come, a suo avviso, si possa emergere in questo complicatissimo mondo del tennis…

di Alessandro Nizegorodcew

Ciao Alex, iniziamo parlando di come ti sei avvicinato al tennis…
“Ho iniziato a giocare a tennis all’età di tre anni in vacanza con i miei genitori. Entrambi sono molto appassionati di sport e mi hanno dato la possibilità di frequentare il primo corso a 6 anni.”

Quando hai capito che potevi diventare forte e quali sono state le fasi della tua attività agonistica?
“Ho preso la decisione di dedicarmi al tennis a 14 anni. Fino a quell’età ho praticato quasi tutti gli sport, compreso lo sci e l’hockey. Dopo un anno trascorso in Germania e qualche mese in America sono tornato in Italia e sono andato ad allenarmi a Caldaro. La struttura del TC Caldaro era ed è tutt’oggi una struttura pressochè perfetta per giovani ragazzi che vogliono intraprendere la strada dell’agonismo. Il maestro Massimo Sartori, insieme a sua moglie Lisa, ha investito molto per creare un centro di altissimo livello. Insieme ad Andreas Seppi, Simone Vagnozzi e Paolo Surian eravamo quattro ragazzi con discrete qualità. Io, avendo intrapreso la strada dell’agonismo leggermente più tardi degli altri, avevo inizialmente maggiori difficoltà rispetto a loro. Andreas è stato il primo a fare un notevole balzo in classifica. Presto l’attenzione di Massimo si è focalizzata su di lui, cosa che oggi è facile da capire, allora forse un po’ meno. Quegli anni li considero gli anni più importanti della mia crescita, non solo tennistica. Purtroppo ho dovuto viaggiare tantissimo da solo, cosa che tennisticamente non mi faceva crescere. Sono rimasto a Caldaro fino al termine degli studi superiori, 19 anni. Poi, in Sardegna, all’ultimo torneo della stagione 2003 ho giocato contro Federico Luzzi. Umberto Rianna, allora coach di Federico, dopo la partita mi ha chiesto di andare a Firenze ad allenarmi con loro assieme a Filippo Volandri e Daniele Bracciali sotto la guida di Fabrizio Fanucci. Nei due mesi successivi (Novembre e Dicembre del 2003) ho capito che al fianco di Umberto e Fabrizio potevo esprimermi al meglio. Umberto mi ha fatto crescere come persona e come giocatore. In lui ho visto la persona della quale avevo bisogno. Ricordo con molto piacere che si alzava alle 6 del mattino per venire in campo con me…ci allenavamo per un’ora e mezza prima di tutti gli altri; per me significava semplicemente che ci credeva molto. Sono convinto che lui abbia capito più di tutti che avevo bisogno di una persona che mi stesse accanto. Non perché ero immaturo, ma semplicemente perchè avevo ancora molti difetti tennistici e tante cose da imparare, gli obiettivi di crescita però erano chiari. La situazione era più o meno questa: Fabrizio Fanucci era l’allenatore di Filippo, Umberto Rianna invece di Federico, Daniele e me. “Purtroppo” a marzo si è aggiunto Potito Starace al nostro gruppo. Appena dopo il suo arrivo ha vinto 3 Challenger e ha raggiunto il terzo turno al Roland Garros. Si era creata una situazione simile a quella di Caldaro e dall’estate in poi mi sono trovato nuovamente in difficoltà.”

Sei stato numero 600 Atp. Fino a quando ci hai creduto? Come mai hai deciso di mollare così giovane?
“Credo di averci creduto molto. Mi è stato insegnato da mio padre che qualsiasi obiettivo è raggiungibile, purché l’attitudine alla fatica e al duro lavoro non manchi. Sono convinto di essere stato un ragazzo che sapeva perchè facesse certe scelte. Questi valori erano sempre ben presenti e tutti gli allenatori che ho avuto, Massimo, Umberto e Fabrizio me li hanno insegnati ulteriormente e tenuti sempre presente. Ho deciso di mollare all’età di 20 anni perché questi valori sono venuti a mancare. La ragione la so spiegare solamente in parte. Ho viaggiato moltissmo da solo, decisamente troppo per migliorare significativamente il mio gioco. Quando si è soli si perde spesso la retta via da seguire. Diventanto più importanti cose di minor valore, la professionalità spesso viene trascurata e la conseguenza di tutto ciò è che il desiderio di diventare un giocatore e le aspirazioni non erano più le stesse. Inoltre, non ho mai vinto tantissime partite. Sapevo di poter battere buoni giocatori ma sapevo anche che per diventare un giocatore avevo bisogno di più serenità e continuità. Errori ne avrò fatti sicuramente, ma non errori drammatici. Ho sempre cercato di lavorare con persone serie e professionali e sono convinto di esserci riuscito. L’errore più grave è stato forse quello di avere troppa fretta di fare risultati migliori. In un secondo momento, la decisione di mettermi a studiare, è stata una semplice e per me ovvia conseguenza.”

Hai giocato con molti giocatori che poi sono divenuti forti. Quali sono quelli che ti avevano impressionato di più?
“

Il giocatore che mi ha impressionato di più è stato Thomas Berdych. Ci ho giocato contro al torneo U18 ITF di Santa Croce. Poi abbiamo giocato insieme il doppio e in diversi allenamenti ho avuto modo di conoscere le sue qualità. Ragazzi invece che mi hanno impressionato molto da giovani erano Stephan Bohli e Roman Valent. Entrambi erano dotati di grande talento tennistico, ma nessuno dei due è diventato un giocatore davvero forte.”

Quanto è difficile emergere in questo sport?
“Emergere nel tennis, come in molti altri sport, significa dedicare la propria vita al sacrificio. Raggiungere degli obbiettivi richiede molta determinazione, dedizione e desiderio. Chi possiede queste qualità e chi riesce negli anni a vivere la propria vita secondo questi valori sicuramente raggiungerà degli obiettivi importanti. Nel tennis emergere significa lavorare seriamente, di giorno in giorno, credere nelle persone che si hanno accanto, porsi degli obiettivi che ti fanno migliorare e crescere. Il miglioramento del proprio gioco, sia il progresso tecnico-tattico sia lo sviluppo delle doti atletiche, il duro lavoro continuo, l’attitudine alla fatica, il proprio comportamento dentro e fuori dal campo e la maturazione personale, diventano così i pilastri sui quali costruire la propria crescita. Solo così ogni ostacolo sulla propria strada diventa stimolo alla tenacia e alla lotta. Per quel che riguarda le disponibilità economiche posso dire che sicuramente aiutano, soprattutto nei primi anni dove le spese sono piuttosto alte e i guadagni (price money, sponsor, ecc.) non esistono. Allenatori, alberghi e biglietti d’aereo rappresentano delle spese che non tutte le famiglie si possono permettere. Sono profondamente convinto però che i soldi non saranno mai la ragione per la quale un giocatore diventa un campione. La carriera del tennista, come d’altronde in quasi tutti gli sport, è segnata da troppi eventi dove i soldi non sono e non potranno mai essere la soluzione.”

Hai scelto gli Stati Uniti. Come mai? Come ti sei trovato? Hai anche giocato per l’università?
“Non ho scelto gli Stati Uniti come punto cruciale della mia crescita. I miei genitori a 14 anni mi hanno chiesto semplicemente se volessi fare un’esperienza all’estero ed ovviamente ho accettato. Devo dire che mi sono trovato benissimo ed è stata un esperienza molto utile. Per l’università in America non ho mai giocato.”

Oggi, a 26 anni, cosa fai nella vita? Ripensi mai al tennis?
“Ora lavoro nell’azienda di famiglia. Dopo aver smesso di giocare mi sono iscritto all’università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Ho terminato gli studi in tempo con due semestri rispettivamente alla Boston Harvard University e alla London School of Economics. Certamente ripenso anche al tennis. È stato lo sport che mi ha permesso di vedere molti paesi, di conoscere moltissime persone e che mi ha fatto incontrare i miei migliori amici. Da quando ho smesso però non ho mai pensato seriamente di riprendere a giocare.”

C’è ancora tennis però nella tua vita?
“Cerco di giocare con Andreas e Massimo il più possibile. Se ho la possibilità, cerco anche di raggiungerli a qualche torneo. Il tennis rappresenta tutt’oggi lo sport per me più affascinante e non nascondo che cerco di seguire ogni torneo dell’ATP via Internet o in TV. Volentieri giocherei anche qualche torneo ma purtroppo lavorando diventa un po’ difficile.”

Come viene vissuto lo sport e in particolare il tennis negli Stati Uniti?
“Come appena accennato, il tennis negli Stati Uniti non l’ho vissuto molto e quindi non credo di essere in grado di spiegare la differenza rispetto all’Italia. Se c’è una cosa decisamente migliore rispetto all’Italia è il loro sistema universitario. Attraverso la sinergia tra sport ed istruzione moltissimi giovani possono continuare a percorrere entrambe le strade senza prendere delle decisioni affrettate. Ricordo che quasi tutti giocatori di NBA, NFL e NHL hanno frequentato un College o un Università. Gli esempi nel tennis non mancano, tra cui gli ultimi sono James Blake e Benjamin Becker. In Italia si scommette molto su pochissimi ragazzi forti da giovani. Molti altri, tennisticamente anche interessanti, non vengono quasi considerati. Tuttavia sono convinto che questo sistema, con l’impegno di diversi allenatori, stia per cambiare.”

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