Sono pur sempre Roberto Carretero…

di - 12 Marzo 2011

di Sergio Pastena

Cioè… ve lo giuro ragazzi, sembrava uno spot del Dash. Da un lato Alex Corretja: pettinatura impeccabile, quasi cotonata, rasatura a puntino (all’epoca pensavo che la barba proprio non gli crescesse), maglia bianca, pantaloni bianchi, calzini e scarpe bianchi. Uno che quando diventa vecchio si mimetizza su un lenzuolo, più bianco non si può. Io ero l’altro, quello lavato col detersivo scarso. Occhi da licantropo, capelli lunghi, basettoni e filo di barba incolta, cappello e maglia con striature che andavano dal verde al grigio. La maglia, a dire il vero, mi piaceva, era intonata al personaggio: ero talmente brutto che ancora oggi le mamme spagnole dicono ai figli “Fai il bravo o ti mando Carretero”. Ah, vero, per i più giovani e per chi non si ricorda più di me, mi presento: mi chiamo Roberto Carretero, uno con un nome e un aspetto che se ci aggiungi “& Los Locos” sembro un cantante gitano. Eccomi qui, mentre mi iscrivo alle qualificazioni di Amburgo. Sono il numero 143 del mondo eppure quasi quasi entravo in tabellone… nelle qualificazioni sono testa di serie numero 4. D’altronde si sa, Amburgo era un mezzo Masters. Lo dico subito, beccare Skoff come primo avversario non è che mi abbia fatto piacere. E’ tignoso, incazzoso, irascibile, io sono un pagliaccio in campo. In generale, però, è più forte di me, ci sarà da sudare. Il primo lo vinco, il secondo dormo e perdo 1-6, nel terzo lo breakko e lui sbrocca, spara fuori di tutto. Sapete una cosa? All’epoca pensavo “Ma rilassati, così finisce che non arrivi ai quaranta”. Purtroppo davvero non ci è arrivato, è morto proprio ad Amburgo nel 2008. Mi dispiace davvero…

Comunque, si va avanti. Ora gioco con Venero-Montes, peruviano. Sto tizio l’unica cosa buona che ha è il nome. Monte di Venere, spero solo di non distrarmi pensando alla figa. Vabbè che… insomma… io non sono un fenomeno ma questo ha la potenza di mio cugino piccolo, impossibile perderci. Mi gioco l’accesso al main draw, allora. Contro Wilchs… Witzch… Wichkz… non ce la farò mai a dirlo. Ecco, Wiltschnig, maledetti ‘striaci che non comprano mai una vocale. Anche questo, però, di ostico ha solo il nome, vinco e sono in tabellone. Non male, vero? Se il sorteggio mi dice bene mi avvicino ai Top 100 ed è grasso che cola. Ma il primo turno dice Arrese, un altro col cognome fuori posto. Come fai a chiamare “Arrese” un dannatissimo pallettaro che non si arrende mai, che ti fa sudare sangue. Eppure il primo set lo vinco anche bene, ma niente, lui mi rimanda tutto indietro, si prende il secondo e al terzo andiamo al tie-break. Devo prendere i miei rischi, ma mi va bene: sono al secondo turno. MaliVai Washington, testa di serie numero 16, meglio che preparo le valigie. Non avevo molta fiducia, lo confesso, e se avessi saputo che quel tizio avrebbe fatto finale a Wimbledon poco dopo ne avrei avuta ancora di meno. La partita finisce in 47 minuti, 6-1 6-0. Per lui dite? No, per me. Tiravo alla grande, eh… ma lui quel giorno non è sceso in campo e non so perchè. Se non mi conoscessi penserei di essere persino diventato bravo. Ora mi tocca Boetsch, ma stavolta ci credo, non fosse altro che per la proprietà transitiva. Voglio dire, con Washington ne ha perse quattro su cinque. Ci metto quasi un’ora, ma la porto a casa. Quarti di finale in un Masters Series. A fine carriera avrò qualcosa da raccontare ai nipoti, va…

Il quarto di finale, tra l’altro, non è manco di quelli impossibili. Gilbert Schaller, un altro ‘striaco, sembra di essere a Klagenfurt. Vince lui il primo, ma si può fare, è combattuta: infilo un break chirurgico per set e, signore e signori, Roberto Carretero-Diaz è in semifinale. No, no, non applaudite troppo che mi imbarazzo, tanto ora Kafelnikov mi fa a fettine. Se voglio giocarmela ci vuole una strategia originale, devo trovare un modo per mettere in crisi sto maledetto omino del Kgb, almeno per salvare la faccia. Non voglio arrivare al punto di proporgli un 4-6 4-6 combinato, ma qualcosa devo fare. Poi il colpo di genio. Mi avvicino alla rete per stringergli la mano prima del match e gli sussurro “Sono il cugino di Corrado Borroni! Do you remember? SONO IL CUGINO DI CORRADO BORRONI, I’M BORRONI’S COUSIN!”. Lui mi guarda, vede i capelli lunghi, strabuzza gli occhi e piomba in depressione cosmica. Funziona talmente bene che vinco 7-5 6-2.

Ormai sono convinto che non è più tennis, è una specie di congiunzione astrale. Pensate che dopo quel torneo Washington, come detto, farà finale a Wimbledon, Kafelnikov comincerà la sua scalata verso il numero 1 e quello che ho di fronte in finale, Corretja, otterrà i migliori risultati della sua carriera. Bastava beccarli due mesi dopo e non avrei visto palla. Ma ora ci sono, e voglio giocarmela. Voglio godere nel sentire tutti quelli che parlano di “Masters Series di serie B”, che si scandalizzano perché ha vinto uno col ranking così basso, un mezzo buffone. Forse è anche vero, ma ormai sono come un bambino, non mi capacito di quello che succede. Perdo il primo set ma continuo a sparare fino a che non mi fa male il braccio, e ad ogni punto esulto manco avessi segnato nella finale del Mondiale. 6-4 6-4 5-4, match point. Chiudo con uno smash e posso coronare il mio sogno: esibire uno sguardo alla Schillaci. Alex non mi fa i complimenti, no: mi abbraccia, festeggia con me, è contento per la mia vittoria. La classe non è acqua, se ancora viene ricordato come esempio di correttezza un motivo ci sarà.

Da quel momento in poi sarà polvere e oblio, vincerò un paio di Challenger, uscirò rapidamente dai 100 e mi ritirerò a soli ventisei anni. Oggi ne ho 35, meno di tanti tennisti ancora in attività. Però, se non altro, se becco Murray per strada posso dirgli “Cala la cresta, bimbo, al massimo hai vinto un Masters Series, proprio come me”. Spacconata? Forse sì, ma perdonatemi. Sono pur sempre Roberto Carretero.

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