Tommy Haas: talento in un fisico di cristallo

di - 16 Ottobre 2014

Haas

di Andrea Martina

13 Maggio 2002, classifica ATP: Hewitt – Haas – Agassi – Kafelnikov – Safin – Henman – Kuerten – Johansson – Ferrero – Grosjean. Tutti d’un fiato, pezzi di storia del tennis in uno degli ultimi periodi di democrazia prima della dittatura elvetica di Roger Federer.

In quella settimana Tommy Haas raggiunse la vetta più alta della sua carriera piazzandosi al numero 2 del ranking. Un traguardo ingeneroso se si conosce il gioco e, soprattutto, la storia di questo tennista.

Nato ad Amburgo nel 1978, Haas sviluppa il suo tennis fin da ragazzino nella “Nick Bollettieri Tennis Academy” di Bradenton, Florida, luogo dove attualmente vive. L’aver raggiunto la seconda posizione in quegli anni è sicuramente frutto del periodo di transizione in cui si trovava: Sampras aveva abdicato in favore di un successore (Federer) che tardava a sbocciare, Agassi iniziava la sua (egregia) fase finale della carriera e i numeri 1 che si avvicendavano non erano dei mostri sacri: Hewitt, Ferrero, Kuerten, Safin e Roddick. Gran bei giocatori, ma lontani dai due marziani che sarebbero arrivati successivamente. Le loro parentesi da primi della classe potevano durare più di un anno (Hewitt) o addirittura solo qualche settimana (Safin). Più o meno tutti hanno avuto l’occasione che è mancata ai vari Davydenko, Nalbandian, Del Potro, Ferrer e persino Murray. La loro fortuna è stata, appunto, quella di nascere e raggiungere un ottimo potenziale nel momento giusto.

La storia di Haas, però, non ha visto mai comparire quel numero 1 che proprio nel 2002 era vicinissimo, l’anno in cui arrivarono i suoi primi pellegrinaggi dalle infermerie per via di un fisico troppo fragile. Subito dopo il raggiungimento del best ranking fu costretto ad una doppia operazione alla spalla, un anno e mezzo di stop.

Nella sua fastidiosa sfortuna, Haas ha avuto solo il suo tennis come ancora di salvezza. A differenza di Lleyton Hewitt (un altro cliente abituale delle infermerie) che per vincere doveva stare davvero bene, il tedesco poteva far leva su una classe cristallina. In questi anni va di moda parlare del rovescio ad una mano di Wawrinka, potente ed efficace, ma non dimentichiamoci della bellezza con cui Haas interpretava quel movimento.

Sì, interpretava. Haas non ha mai “eseguito” un rovescio in vita sua. Lui quando colpiva la palla di rovescio dava un’anima a quel movimento, come un attore fa con un personaggio particolarmente difficile. Anche nel gioco di volo venivano distribuiti lampi di estetica per il campo, possibili grazie ad angoli stretti e servizi micidiali. Mentre tutti i prodotti della Bollettieri Academy venivano sfornati con il mito del dritto-servizio, Haas riuscì a trovare la strada del talento a tutto campo.

Dopo i guai alla spalla e il lungo stop, non furono risparmiate parti del corpo come la caviglia e il polso che lo costrinsero a diverse settimane ai box. Ogni volta che finiva un match doveva fare un breve check-up artigianale per controllare che non si fosse rotto qualcos’altro. Era iniziata una maledizione che gli faceva chiudere le sue stagioni lontano dalla top 10 e dietro ad avversari che batteva regolarmente quando stava bene.

Nel 2007 sembravano essere lontani i fantasmi degli anni precedenti e gli ottimi risultati negli Slam (semifinale in Australia e quarti agli US Open) lo portarono di nuovo a ridosso dei migliori e, proprio in piena corsa Masters Cup, dovette fermarsi ancora per un altro intervento alla spalla che lo costrinse a rinunciare agli Australian Open di Gennaio con conseguente picchiata in classifica.

Nonostante queste continue pause che avrebbero scoraggiato anche il principe degli ottimisti, Haas riuscì a disputare una bella stagione nel 2009 andando vicinissimo (con un dritto in corridoio per un paio di centimetri) dall’eliminare Roger Federer agli ottavi nell’anno della sua vittoria al Roland Garros. Sempre in quell’anno arrivò un’importantissima vittoria nel torneo casalingo di Halle (battendo Djokovic in finale) accompagnata dalla semifinale raggiunta a Wimbledon qualche settimana dopo. Fu la conferma di un altro importante pregio di Haas: l’essere competitivo su qualsiasi superfice. Tecnico e fantasioso sulla terra, temibilissimo sull’erba e a suo totale agio sul cemento (specie quello dei tornei americani).

Arrivati a questo punto il lettore può aver notato che l’articolo sembra essersi indirizzato sui risultati raggiunti in campo e non più su altri traumi fisici. Sembra quasi vivere la quiete prima della tempesta dato che all’età di 32 anni arrivò la notizia che avrebbe sicuramente preceduto uno scontato ritiro: Haas doveva operarsi all’anca con un periodo di recupero che avrebbe addirittura superato i 12 mesi.

Alla vigilia dell’intervento il tedesco in un’intervista dichiarò di voler seguire la tabella di recupero che medici e fisioterapisti avevano preparato per lui: l’obiettivo era rientrare in campo nel 2011.

Un traguardo che fu rispettato (15 mesi di stop in totale), ma a differenza delle altre volte, il rientro fu tutt’altro che positivo con diversi primi turni e vittorie che arrivavano a singhiozzo con piccoli fastidi muscolari che continuavano a perseguitarlo, tanto da tenerlo addirittura fuori dai primi 200 del mondo a fine stagione.

Convinto di poter dire ancora qualcosa, accettò di partecipare alle qualificazioni del Roland Garros 2012 che vinse regolarmente. A stupire non fu il passaggio al tabellone principale, ma il raggiungimento del terzo turno e l’aver giocato 6 partite (metà di queste al meglio dei cinque set) in 10 giorni senza aver alcun problema fisico. Fu una piccola anticipazione di quello che sarebbe successo ad Halle: vittoria in finale contro Federer. Niente male per uno che solo qualche mese fa era praticamente considerato un ex tennista.

Forte di questa seconda giovinezza, anche il 2013 è stato una vera e propria sorpresa. Il 35enne Haas è riuscito a mantenersi nei primi 15 del mondo praticamente per tutta la stagione e verrebbe da chiedersi cosa sarebbe successo con quella continuità fisica se avesse avuto 10 anni in meno. Nel Master 1000 di Miami ha regalato una perla agli annali del tennis raggiungendo la semifinale e battendo il numero 1, Djokovic, per 6/2 6/4: è stato forse il match più bello della sua carriera, un concentrato di applausi e orgasmi tennistici. Nella conferenza stampa di fine match aveva detto: “E’ vero, ho 35 anni ma con tutte le volte che mi sono fermato ne sento addosso solo 29 o 30”. Il quarto di finale al Roland Garros e le vittorie dei tornei di Monaco e Vienna andarono a coronare un’annata da applausi. Molti colleghi over 30 iniziarono a preoccuparsi di meno dell’orologio del tempo visti quei risultati.

In questa stagione è partito piuttosto bene con la finale raggiunta al torneo di Zagabria, poi a San Paolo è arrivato il ritiro in semifinale per un problema alla spalla. Nella stagione europea ha infilato tre importanti vittorie (in particolare quella su Wawrinka) sulla terra rossa di Roma ed è stato nuovamente costretto al ritiro causa spalla nei quarti di finale. Scena ripetuta al primo turno del Roland Garros dopo soli 7 giochi. Il responso è ancora una volta spietato: è necessario un intervento alla spalla destra, il rientro è previsto per il 2015.

Stando alla logica, Haas potrebbe fare il suo rientro alle porte dei 37 anni. Un età dove addirittura alcuni doppisti hanno già abbandonato il tour, invece lui da agosto ha ricominciato a correre e prosegue con la fisioterapia. L’obiettivo è chiarissimo: vuole tornare e lo rivedremo ancora in campo.

Scelta azzardata? Forzatura inutile? Potrà essere così, ma basterebbe anche vedere un set ai livelli di Miami 2013 per capire che tutta questa carriera, tutto questo continuo rialzarsi, ha sempre un senso.

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