Vattela a vedere in Spagna, Federer-Nadal. Dico davvero. E magari con una spagnola

di - 31 Gennaio 2017
Roger Federer e Rafael Nadal durante la premiazione agli AusOpen 2017

Vattela a vedere in Spagna, Federer-Nadal. Vacci, dico davvero. E magari vedila con una spagnola.

Magari una che hai conosciuto l’anno scorso, prima dell’ultima sfida tra i due. Tornate a casa all’una, mezzi ubriachi. Andate a letto alle tre. Lei alle nove si sveglia e poggia il braccio nel vuoto.

“¿Donde está?”

Eh, chikilla… magari està davanti allo streaming, te l’aveva pure detto. Lei viene in salone, ti abbraccia, ti chiede se vuoi andare a fare colazione fuori. Ma non hai fame. Ti bacia, ti chiede se vuoi venire a riposare un altro po’ in camera. E le dici che ora non puoi.

“Eppure ieri sera mi sembrava etero”.

E come te lo spiego, Nuria? Era dal Roland Garros 2011 che l’aspettavo senza sapere se sarebbe successo ancora. Anzi, da quasi dieci anni. Wimbledon 2007, l’ultima volta che Federer aveva battuto Nadal in una finale Slam. Perché oggi la vinciamo. E non specificare che tifi Nadal, chi potresti mai tifare? Certo, tifi Rafa per patriottismo, ma in quanto a tennis non distingui un dritto da un rovescio. Barattiamo: chi perde offre la cena a patto che lei, se proprio vuole guardare, sopporti i miei scleri. Affare fatto, tanto oggi la vinciamo.

Non sarà facile, lo so. Con Nadal non può essere facile. E anche se con lui sono stato sempre critico, specie per alcuni atteggiamenti, lo rispetto. Ce ne fossero, di Nadal. Ha lavorato come un cane per tornare, ha lottato per tutto il torneo, nel dopo-partita è stato un signore. Mi toccava il cuore quasi quanto il Nadal che battè Coria a Roma nel 2005: capelli al vento, giovinezza al potere, il ragazzino smanicato che sovverte ogni ordine costituito. Tifavo per lui come un pazzo.

Ma oggi no, Rafa. Oggi no, anche se sei distante anni luce dall’Era del Tetrarca, quelli in cui hai rivendicato pause lunghe secoli per mantenere i tuoi tic e hai difeso campi lenti come un’inquadratura di Sorrentino. Oggi no. E fregacazzi se il tuo avversario è più anziano di Coria, se te lo sei meritato, se ti sei allenato come una bestia e se stai giocando su un plexicushion che dovresti odiare. Oggi no. Me lo ripeto dopo il secondo set e dopo il quarto. Spengo due volte lo streaming bestemmiando, lo riaccendo subito. Al quinto set, dopo il break, non lo spengo: non può finire così.

Rafa una volta spingeva tutto con facilità, oggi ottiene lo stesso risultato ma ogni volta dà l’impressione di forzare il colpo. E lo fa alla grande, perché ha lavorato tanto per resistere all’usura del tempo, crudele per uno col suo gioco. Immaginatelo così tra cinque anni, voglio proprio vedervi. Ma Roger, vogliamo parlarne? Un tocco divino capace di accorciare gli scambi in maniera proporzionale alla stanchezza. Un rovescio modificato geneticamente ben oltre i trent’anni. Un gioco che cambia quando tutti dicono che non si cambia più. Palle corte per chiudere i set. Strettini impensabili per i comuni mortali. Traiettorie incrociate vietate ai cardiopatici. Inaccessibili salvo che per lui.

Ecco, traiettorie inaccessibili. Al quinto, sulle palle break, ci vogliono quelle.

Perché Nadal non dà scampo, alza il livello mostruosamente quando serve. Se hai una palla break in un quinto set così, puoi aspettarti tre volte su quattro prime palle imprendibili. E quasi una volta su quattro seconde ben lavorate. E anche quando entri nello scambio, non avrai mai l’opportunità di attaccare una palla comoda: lui colpisce, difende, rovescia gli scambi, piuttosto muore ma non te la mette facile. E alza il livello del gioco in maniera terrificante. Non ti concede nulla. Piuttosto sbaglia, e in quei casi non sbaglia quasi mai. Diciamo una volta su dieci, come l’unica occasione che il Re ha già convertito poco prima. E allora serve altro, specie dopo che ti ha annullato con un servizio ingiocabile una palla break che valeva quasi uno Slam dopo uno scambio epico. Serve altro. Serve qualcosa che vada oltre. Serve un rovescio di polso giocato su un servizio ostico sul quale chiunque proverebbe a limitare i danni bloccando il polso. Serve un colpo con un angolo che anche Fabrice Santoro farebbe fatica ad immaginare. Serve quel tocco in più. Quello che ci ha fatto innamorare di te, King.

Nuria non ci crede, mi dice che pensava che Nadal avesse già vinto il punto.

Sul 15-40 ha un sussulto, io non fiato. Rimontiamo, andiamo avanti, vinciamo. Esulto e lei mi dice che non è finita: Nadal ha chiamato il replay.

E come te lo spiego, Nuria, che quella palla è dentro? Fosse anche fuori, è dentro, per diritto divino. Non c’è alternativa, DEVE essere dentro.

Ho sempre preso per il culo chi si commuoveva davanti a un evento sportivo. Ho chiuso con le lacrime agli occhi. Chiedo su Facebook se sono patetico, perché sono quasi commosso. Ma so bene di non esserlo. Funziona così. Devi fare comunque la parte dello stronzo. Quando perdi, perché eri sicuro che quella volta avresti vinto. Quando vinci, perché eri sicuro lo stesso ma ti sei emozionato fino a piangerne.

E come te lo spiego, Nuria, quello che è diventato Federer per me? Non posso.

La colazione te la offro lo stesso io, per la pazienza che hai avuto a sopportarmi mentre bestemmiavo in una lingua a te sconosciuta ad ogni palla break sprecata.

Grazie Roger. E grazie Rafa, nonostante la bile che ti ho vomitato addosso.

Se seguo ancora il tennis è per quelli come voi.

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