Vecchie abitudini, nuove idee: è pur sempre la Coppa Davis

di - 11 Marzo 2009

Kazakhstan e Svezia: due nazioni agli antipodi, due diversi di modi di interpretare la Coppa Davis: che dietro si nasconda il futuro di questa competizione?

Andreas Vinciguerra
(Andreas Vinciguerra)

di Luca Brancher e Massimo Capone

Se già lo scorso anno siamo andati vicini alla vittoria, quest’anno con due ottimi giocatori in più su cui poter contare e la defezione del miglior giocatore per il mio avversario, abbiamo buone probabilità di spuntarla”. Quasi certamente queste parole non sono mai state pronunciate da Yegor Shaldunov, tecnico del Kazakhstan, ma è ipotizzabile che un pensiero simile abbia sfiorato la sua testa nell’immediata vigilia dell’incontro tra la sua rappresentativa e quella di Taipei, giocatosi ad inizio febbraio nell’ambito della Coppa Davis 2009 (Zona Asiatica 1). E’ noto infatti che, da metà del 2008, alcuni giocatori russi sono stati “prestati” alla nazionale kazaka, la quale, dietro compenso, si è potuta fregiare dei servigi di questi tennisti che hanno inevitabilmente innalzato il livello delle proprie squadre, sia maschile che femminile: Yuri Schukin, Andrei Golubev e Mikhail Kukushkin i giocatori che in campo maschile si sono votati a questa causa.

Dopo il salvataggio all’ultimo spareggio dello scorso anno, da questa stagione il Kazakhstan può contare su tutti gli effettivi sopra elencati: l’esordio, datato 6-8 febbraio, a Taipei, aveva l’odore della rivincita, dopo la sconfitta patita lo scorso anno in casa. Con un Golubev e un Kukushkin da poter finalmente sfruttare ed un Lu chiamatosi anzitempo fuori dalla contesa, sembrava, se non scontato, molto probabile che la bilancia in quest’occasione pendesse dalla parte dello stato dell’ex Unione Sovietica.

Il primo singolare, che Kukushkin portava a casa dopo aver recuperato due set di svantaggio contro il non irresistibile Chen, era in realtà il campanello d’allarme che la situazione era molto più complicata del previsto e quando a difendere i colori di Taipei veniva chiamato Yeu-Tzoo Wang, che rimetteva piede in campo in una competizione professionistica dopo quasi 5 mesi, le sorti dell’incontro cambiavano. Comodo il pareggio da lui siglato ai danni di Golubev, come l’allungo effettuato dal doppio Yuan-Yi, mentre il punto decisivo spettava all’encombiale Chen- su Schukin – prima che Wang chiudesse i conti con un perentorio 4-1.

E così ai kazaki non restava che tornarsene simbolicamente ad Astana con le pive nel sacco, pronti ad un pericoloso match – per non rischiare una beffarda retrocessione – in Thailandia, contro la cui squadra, proprio come con Taipei, vantano un precedente negativo risalente allo scorso anno. Siamo sicuri che qualcosa cambierà e che il Kazakhstan saprà beneficiare delle gesta delle tre nuove reclute, soprattutto di Golubev e di Kukushkin – che possono tranquillamente valere, per la pesantezza della loro palla, un posto tra i top-100 Atp – ma certamente quest’inizio di avventura è stato alquanto inglorioso. E proprio mentre lo scorso weekend andava in scena il primo turno del World Group (la “serie A” della Coppa Davis), nella capitale kazaka si disputava un torneo ITF da 15.000 $, vinto proprio dal più forte giocatore nativo nella nazione di Kunanbaev, Alexey Kedryuk. Successo che non fa il paio con la concomitante semifinale nel challenger di Bergamo di Kukushkin, ma che potremmo definire emblematico.

Artefice della vittoria di Taipei, come già scritto, è stato Yeu-Tzoo Wang, che tre anni fa si aggirava attorno alla centesima pozione Atp e che dal 2007 non partecipa più con costanza ai tornei professionistici (ultima apparizione nel settembre 2008, ultimo main draw novembre 2007). Qualsiasi sia la motivazione che ha portato a questa decisione, è curioso notare come puntare sui giocatori semi-ritirati paia essere la “moda” di questo 2009. La nazione maggiormente contagiata e’ stata indubbiamente la Svezia, che ha affrontato Israele nel primo turno del World Group. Mats Wilander, selezionatore della squadra scandinava, ha infatti schierato in singolare due tennisti non propriamente assidui nel circuito.

Basti dire che Thomas Johansson, assente dal circuito dallo scorso ottobre, puo’ essere considerato una presenza assidua dei tornei se confrontato con l’altro singolarista svedese, Andreas Vinciguerra, che non scendeva in campo da ottobre 2006, dando ai piu’ l’impressione di una carriera prematuramente terminata a causa di un grave infortunio alla schiena. Del resto anche Thomas Johansson e’ apparso, in questi ultimi anni, quasi un ex-giocatore, impossibilitato a ritornare ad alto livello a causa di un numero incredibile di infortuni che sembravano quasi compensare l’imprevedibile e fortunata vittoria nell’Australian Open 2002.

Date queste premesse, anche la non straordinaria compagine israeliana si presentava come favorita nella Baltic Hall di Malmo. E in effetti Sela, Levy, Hadad e Ram sono usciti vincitori dal palazzetto svedese, ma il percorso e’ stato dei piu’ impervi, in omaggio alla proverbiale unicita’ della Davis, esemplificata da espressioni quali “Solo in Davis succedono queste cose”.

Ed in effetti solo in Davis puo’ capitare di vedere un giocatore lontano dai campi da due anni e mezzo (Vinciguerra, per chi si fosse distratto) disputare 10 set in 3 giorni, per soccombere 11-9 e 8-6 al quinto set rispettivamente contro Sela e Levy. E 10 set son toccati anche a Thomas Johansson, capace di vincere contro Levy per 8-6 al quinto, ma costretto ad arrendersi a Sela per 6-2 nell’ultimo set dell’ultimo incontro. Quasi a confermare gli elementi irrazionali della vicenda il doppio, in cui si fronteggiavano compagini di una certa esperienza quali Aspelin-Lindstedt da parte svedese e Hadad-Ram per Israele, si e’ concluso al termine di ben piu’ sobri 4 set a favore degli svedesi.

Una sfida quasi rocambolesca quindi, fatta di match interminabili e cadenzata dalla proverbiale altalena delle emozioni. E c’e’ mancato veramente poco perche’ la Svezia si aggiudicasse l’incontro, se pensiamo che dopo il doppio i nordici conducevano per due incontri ad uno, che Johansson e’ stato avanti due set ad uno nel quarto incontro, e ricordiamo l’equilibrio perfetto che ha caratterizzato il quinto e decisivo incontro.

Ma forse non importa molto il risultato, che probabilmente incidera’ poco sul futuro del tennis mondiale, ma importa maggiormente che due quasi-ex-giocatori han dato luogo ad uno di quei match che entrano nel cuore degli amanti della Coppa Davis, ed importa che una compagine decisamente raffazzonata ha “rischiato” di qualificarsi per i quarti di finale, quasi ad irridere gli sforzi inutili della federazione kazaka di cui abbiamo parlato in precedenza.

Ma non e’ forse questo un caso estremo di quella intrinseca imprevedibilita’ della Coppa Davis per la quale tanti manifestano entusiasmo, ossia dell’idea che “la Davis non e’ un torneo come gli altri” o che “in Davis il numero 325 puo’ battere il numero 3”?

L’incontro di Malmo ha quindi un gusto particolare. Da una parte rappresenta un curioso esempio di incontro caratterizzato da giocatori quasi scomparsi dal circuito, dall’altra ci mostra un punteggio emblematico delle virtu’ della Coppa Davis.

E ci suggerisce una proposta originale per il futuro della Coppa. Molto brevemente, la fusione con il “Champions Tour”, il circuito parallelo che ha per protagonisti ex-tennisti che han lasciato il tennis professionistico. Notoriamente quest’ultimo circuito e’ estremamente popolare e permette agli appassionati di ritrovare i campioni del passato piu’ o meno recente.

Se unificato con la Coppa Davis, il Tour dei Campioni potrebbe appagare allo stesso tempo i desideri del pubblico amante delle gare a squadre e dei nostalgici dei campioni del passato. C’e’ da essere fiduciosi sul fatto che gli ex campioni possano fornire lo stesso spettacolo dei quasi-ex-giocatori, e mostrare quello “che si vede solo in Davis”. Questo risolverebbe anche tante tensioni tra i giocatori ancora in attivita’, che non dovrebbero cercare complicati equilibri tra il circuito dei tornei e la Coppa Davis, e potrebbero dedicarsi alla loro carriera, augurandosi di potere raggiungere lo status di campioni e potersi guadagnare, al termine della loro carriera, la Coppa Davis.

E pensando a giocatori che hanno mestamente dato un taglio – semi-definitivo – con l’attività professionistica, nonostante la data di nascita non fosse così impietosa nei loro confronti, non possiamo non fare un cenno ad Irakli Labadze, talento georgiano che lo scorso weekend è stato in grado di racimolare soltanto sette giochi contro il 16enne Dovydas Sakinis, nel match decisivo tra la sua nazionale e quella lituana. Proprio a 5 anni di distanza da quella cavalcata ad Indian Wells che lo aveva visto alzare bandiera bianca solo in semifinale e che sembrava proporlo tra le famigerate “new balls” che dovevano contendersi il mondo tennistico lasciato in eredità da Sampras e soci. Purtroppo, solo una forte illusione aveva fatto capolino nelle teste e negli occhi degli appassionati e la speranza ben presto si è trasformata in chimera: e per lui, oramai, non pare nemmeno esserci una Coppa Davis che possa riabilitarne l’immagine tennistica.

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