C’era una volta la Svezia

di - 1 Agosto 2016

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di Paolo Silvestri

MATS HOLM è giornalista, scrittore, e redattore di diversi programmi di attualità per la televisione, e ULF ROOSVALD è un giornalista sportivo specializzato in reportage, che ha lavorato per numerose testate. Sono gli autori di Game, Set, Match. Borg, Edberg, Wilander e la Svezia del grande tennis, appena uscito in traduzione italiana (add Editore), e hanno gentilmente concesso a Spazio Tennis questa intervista.

Mats e Ulf, innanzitutto complimenti per il vostro libro, mi è davvero piaciuto. È molto di più che la storia dell’età dell’oro del tennis svedese, ci sono moltissimi riferimenti sociali, politici, culturali, musicali e cinematografici, che ci aiutano a capire meglio la storia del vostro paese e a contestualizzarla in quella del mondo coevo. Volete raccontare ai lettori di Spazio Tennis qualcosa del vostro lavoro? 

MH: Grazie! L’idea sottesa al libro è stata proprio quella di offrire un quadro d’insieme che non riguardasse solo il tennis, e questo è stato per noi lo stimolo principale. Sapevamo che avevamo una storia tennistica da raccontare, ma entrambi sapevamo che si poteva correre il rischio di incorrere in toni nostalgici e celebrativi, o in aneddoti poco significativi che non avrebbero realmente aiutato a capire. Per noi quella è stata l’epoca nella quale siamo cresciuti, il nostro habitat naturale, anche se ormai lontano. Abbiamo in parte scritto questo libro con il desiderio e l’ambizione di superare la “frammentazione” tipica della storia dello sport e abbiamo voluto cercare davvero di capire quel periodo, sia in uno sguardo d’insieme che in profondità. Che cos’era quella Svezia, in cui entrambi siamo cresciuti, e in cui tutti, noi compresi, giocavano a tennis, lo guardavano e ne parlavano continuamente?

Mi è sembrato anche molto originale lo stile, un po’ “imperfetto” e “frammentario”, in cui si accumulano con un ritmo trepidante citazioni, anedotti e retroscena gustosissimi. Come vi siete organizzati per scrivere a quattro mani?

MH: Grazie per la bella descrizione. Abbiamo voluto scrivere come sappiamo fare e per questo ci siamo avvicinati ai giocatori e agli allenatori in interviste faccia a faccia, partendo da domande molto semplici come “Perché e quando hai cominciato a giocare a tennis?”, e presto abbiamo scoperto che le storie che ci raccontavano erano ricche di dettagli e ci riportavano indietro nel tempo. Questa fase ha richiesto un anno e mezzo di lavoro, e poi abbiamo cominciato a scrivere suddividendoci il materiale: uno di noi si è occupato di Borg, l’altro di Wilander e della prima fase della carriera di Edberg, e poi entrambi degli anni delle sue grandi vittorie e del capitolo finale. Siamo stati per un po’ revisori e correttori di noi stessi, fino a quando abbiamo avuto in mano un capitolo che ci soddisfaceva e lo abbiamo mandato al nostro editore.

UR: Non appena abbiamo iniziato a intervistare i giocatori e i coaches è stato chiaro che tutti volevano condividere le loro storie. Anche loro erano incuriositi dalle nostre scoperte e volevano prenderne parte. Gran parte delle sezioni più teoriche del libro è invece il risultato delle conversazioni che abbiamo mantenuto noi due nei lunghi viaggi in macchina o in treno da e per i luoghi dove si svolgevano le interviste. Questo è stato uno dei grandi vantaggi di essere co-autori.

La supremazia di Borg è stata incredibile, soprattutto perché giocava bene su tutte le superfici e per primo è stato capace a superare il classico dualismo terra/erba, vero?

MH: E si può capire davvero quanto siano stati incredibili i suoi risultati se si considera che nessun giocatore è più riuscito ad ottenere per tre anni di fila il “Channel Slam” (Roland Garros + Wimbledon, N.d.R.), come ha fatto Borg nelle stagioni 1978-79-80. E questo nonostante l’erba di Wimbledon sia oggi più lenta, e che quindi la differenza fra le due superficie sia attualmente minore.

Il dominio di Borg ha coinciso anche con un modo nuovo di vedere il tennis, divenuto allo stesso tempo sport popolare e professionale. Borg è stato un idolo di massa e il primo tennista dell’era moderna, sia a livello mediatico, sia a livello tecnico e fisico, no?

MH: Sono d’accordo. Una cosa che ci ha affascinato durante la stesura del libro è stato proprio ricordare che incredibile superstar a livello mondiale è stato Björn. Lui e Alí erano le più grandi e note celebrità dello sport di allora. Questa considerazione ha guidato la nostra scrittura e abbiamo dedicato a Borg alcuni capitoli. C’era davvero molto da raccontare.

UR: È stato Borg che ha firmato i primi grandi contratti di sponsorizzazione a livello mondiale nel tennis, e questo ha reso possibile maggiori guadagni anche per gli altri giocatori. C’erano cestisti che erano famosissimi in America e calciatori che erano stelle in Europa, ma Borg è stato- insieme ad Alí – la prima grande star conosciuta in tutti i continenti.

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Una curiosità: secondo voi perché il tennis femminile in Svezia non ha prodotto grandi campionesse come è successo in campo maschile?

MH: Bella domanda. Nel golf, nello sci alpino e in quello di fondo, nel nuoto e nell’atletica abbiamo avuto ragazze molto forti, più dei maschi. Perché il tennis sia una storia diversa è difficile da dire. Per noi la domanda dovrebbe essere: che cosa fanno l’Italia, la Spagna, la Francia, l’Inghilterra e la Germania per far crescere così tante top players che la Svezia non fa?

Borg, Wilander e Edberg, tre numeri uno, tre giocatori dagli stili diversi, ma accomunati dall’estrema correttezza e sportività. Un marchio di fabbrica nazionale?

MH: In generale credo che si dovrebbe usare con cautela concetti come “marchio di fabbrica nazionale”, soprattutto in quest’epoca. Nella fattispecie poi, Borg da giovane non era esattamente un gentleman sul ​​campo da tennis e quando aveva dodici anni fu addirittura espulso dal suo circolo per sei mesi a causa del suo comportamento. Il tennis comunque era ed è uno sport in cui il fair play è profondamente radicato, fin dalle sue stesse origini,  quelle di un intrattenimento per le classi alte britanniche. Borg fu educato per avere un atteggiamento sportivo in campo dai suoi allenatori e dal suo team, che fecero leva su questa tradizione basata sul fair play, considerata come dicevo parte integrande del gioco del tennis. E poi lui stesso ha scoperto da subito che ne poteva trarre molti benefici: la calma infatti migliorava la sua concentrazione e spiazzava gli avversari. Wilander, direi, aveva invece una tendenza innata verso il fair play, e probabilmente non avrebbe dormito sonni tranquilli  sapendo di aver vinto una partita anche solo per un punto rubato. Anche la sportività di Edberg, ragazzo modesto e di poche parole, era frutto della sua personalità. Forse tutti e tre erano ammirati in Svezia perché incarnavano uno stile di vita basato sui fatti e non sulle parole, che risale all’epoca in cui la maggior parte degli svedesi erano contadini.

Per una ventina d’anni il dominio della Svezia è stato incredibile! Ogni appassionato può citare a memoria moltissimi campioni, penso a gente come Nyström, Jarryd, Sundström, Carlsson, Pernfors, Norman, Enqvist, i due Johansson (Thomas e Joachim)… fino a Söderling… Poi perché mai il tennis svedese è sparito? È stato un ciclo epocale fisiologico o c’è qualche altra ragione? 

MH: La nostra opinone al riguardo la riportiamo nel capitolo finale del libro, e in sostanza individuiamo un fattore importante in questo senso nella crisi della società del benessere in Svezia. Anche Stefen Edberg, che è multimilionario, dice che è diventato molto costoso per un ragazzo normale giocare a tennis oggi.

UR: Inoltre dai tempi di Borg fino a Robin Söderling, i giovani talenti svedesi godevano del privilegio di avere dei top players come fonte di ispirazione o addirittura come compagni di squadra o di allenamento. Quando Joachim Johansson smise per via degli infortuni e della mancanza di motivazione e Söderling si ritirò per malattia, quella connessione si ruppe. Un giocatore come Elias Ymer deve fare tutto da solo, senza nessun tipo di mentore naturale. Quindi la mancanza di giocatori svedesi in questo momento potrebbe essere, anzi dovrebbe essere, analizzata da diversi punti di vista, fra i quali forse c’è anche un pizzico di sfortuna. Inoltre, a livello internazionale, molti dei premi in denaro dei tornei minori spesso non sono aumentati in modo proporzionale rispetto agli anni ’80. Quando Jarryd, Wilander e Nyström hanno iniziato a girare il mondo, ben presto hanno guadagnato abbastanza per continuare a viaggiare. Oggi è molto difficile per un giocatore, di qualsiasi paese, senza l’aiuto di un grande sponsor.

Pensate che in altri paesi che attualmente godono di buona salute tennistica (penso per esempio alla Spagna) potrebbe succedere qualcosa di simile a quanto successo in Svezia?

MH: Dipende, ed è anche una questione di prospettive temporali. Ci sono voluti 80 anni perché la Gran Bretagna avesse un nuovo campione…. e adesso gli Stati Uniti si trovano in ambito maschile in una situazione non tanto dissimile dalla Svezia.

Prima avete citato Elias Ymer, un giocatore che ha già fatto vedere cose molto interessanti. Che cosa ne pensate di lui?

UR: Elias Ymer sta lavorando duro e sta progredendo in maniera lenta ma costante. Quando si tratta di giovani talenti, in ogni sport, si desidera sempre che facciano grandi progressi e siano presto pronti per competere con i migliori. È un po’ come buttarli in una piscina profonda per vedere subito se sanno nuotare. Finora Ymer non ha ancora dimostrato di essere pronto per lottare alla pari con i migliori del circuito.

Un’ultima domanda, d’obbligo, prima di ringraziarvi e salutarvi. Che cosa ne pensate del futuro del tennis svedese?

UR: Credo che le cose cambino anche seguendo dei cicli e che, prima o poi, la Svezia avrà di nuovo grandi giocatori, sia in ambito maschile che femminile. Per molti anni la grande tradizione del tennis svedese è stato un fattore positivo per i giovani talenti, ora sembra invece essersi trasformato in un pesante fardello, carico di Storia e di aspettative. Ovunque vai, ti chiedono del passato del tennis svedese, confrontando il presente con quell’epoca gloriosa, il che non è del tutto positivo. Mi ricorda quanto è successo nel cinema svedese, in cui per decenni i registi sembravano ossessionati dal fantasma di Ingmar Bergman…

Credo allora, per concludere, che un ottimo modo che abbiamo a disposizione per superare questi cliché ed analizzare più in profondità queste questioni sia sicuramente leggere il vostro libro!

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