Ghedin: "Sogno il doppio a Wimbledon"

di - 28 Marzo 2014


(Riccardo Ghedin e Claudio Grassi formano il doppio “Gra-Din”)

di Marco Mazzoni

Ho avuto il piacere di fare una lunga e interessante chiacchierata con Riccardo Ghedin, che dall’estate scorsa forma insieme a Claudio Grassi una coppia di doppio molto interessante, una delle migliori d’Italia in questo momento. I risultati sono arrivati da subito, grazie anche ad una forte amicizia che è l’asso nella manica dei due classe ’85. L’obiettivo è centrare l’ingresso alle qualificazioni a Wimbledon, e non fermarsi più.

Riccardo, per i pochi che non ti conoscono, una tua veloce presentazione

“Ho iniziato col tennis solo a 11 anni e mezzo. Giocavo a calcio come mio papà, ma poi ho preso la strada del tennis perché… a calcio mi tenevano troppo in panchina!?! Ho sempre giocato a Roma, non mi sono mai allenato all’estero, e dall’età di 19 anni sono professionista. Dopo 9 anni di attività in singolare ho deciso di dedicarmi maggiormente al doppio. Come singolare sono stato n.220, ho giocato a Wimbledon nel tabellone principale ed in alcuni ATP 250 in cui mi sono qualificato, oltre a vari risultati a livello Challenger”.

Come avete deciso con Claudio Grassi di diventare coppia fissa?

“Siamo amici da sempre, non solo compagni di avventura. Abbiamo le stesse ambizioni, gli stessi divertimenti, ci troviamo molto bene insieme in campo e fuori, e questo è determinante per giocare bene il doppio. E’ quasi impossibile diventare una forte coppia di doppio insieme ad uno con cui non vai d’accordo”.

Una chimica buona è quindi determinante a formare un forte doppio

“C’è molto feeling sì, ci capiamo al volo, lui aiuta me ed io aiuto lui, ci supportiamo a vicenda insomma”.

Sul piano squisitamente tecnico, che cosa vi fa giocare bene insieme? Tu hai un tennis piuttosto fine, con buon tocco e manualità, come vi completate l’un l’altro?

“Questo è uno degli aspetti più interessanti della nostra coppia, e su cui a volte ci scherziamo sopra. Lui è il “timoniere” della squadra, è quello che fa gli schemi, che mi dice dove battere, quali cambi fare, che posizioni prendere in campo. E’ Claudio che fa il tattico, che decide cosa si farà nel punto. Io invece sono quello che agisce, che gioca meglio a rete, che serve e risponde bene; io gioco un po’ meglio il doppio sul piano tecnico e prendo più iniziative. Una dote di Claudio è quella di intuire le mosse dell’avversario, molto più di me. Lui sente di più il gioco, ha una visione migliore e… spesso ci prende! Magari mi dice “vai sul lungolinea” e, non so come fa… l’avversario si sposta al centro e lascia scoperto il corridoio! Intuisce subito se un avversario risponde meglio di dritto e quindi va pizzicato sul rovescio; capisce se l’avversario tende a servirci di più su di un lato. Ha uno spiccato senso tattico e sa leggere molto bene la partita, meglio di me sicuramente, mentre io agisco e tecnicamente posso fare di più la differenza sui colpi e nelle situazioni di gioco negli scambi. Per questo ci completiamo bene”.

E i frutti di questo affiatamento si sono visti in campo fin da subito, con ottimi risultati in torneo

“Avevo molta fiducia nella nostra coppia, e mi aspettavo che potessimo fare risultati immediatamente. Avevamo giocato circa 5 anni fa alcuni doppi in Futures e mal che andava arrivavamo alla finale. Però ai quei tempi avevamo ancora come prevalenti le nostre carriere in singolare… Una scelta come la nostra non la prendi a 23-24 anni, ancora a quel tempo spingevamo a tutta solo sui tornei individuali”.

Quindi l’estate scorsa avete deciso insieme a Claudio di rendere prevalente l’attività in doppio. Come hai maturato e vissuto personalmente questa scelta?

“Inizialmente male, ho sofferto molto. Proprio in quel periodo ero intorno al n.280 nel ranking di singolo, ancora un buon livello, e nonostante mi allenassi benissimo e facessi tutto al meglio non arrivavano i risultati che speravo e che fortemente volevo, ossia di battere gente un po’ più forte di me, andare avanti in buoni tornei e quindi toccare una classifica migliore. Sentivo il peso della fatica, le lotte, la sofferenza in campo e fuori, e non riuscivo a fare un deciso balzo in avanti, restando intorno alla posizione n.270 – 300, senza poter salire nei tornei più importanti… Dopo 9 anni di vita così inizia ad arrivare molto stress, sia mentale che fisico, per la frustrazione di non riuscire ad ottenere i frutti sperati del tanto impegno e lavoro. Ricordo distintamente un giorno che mi ha fatto letteralmente “esplodere”, la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Stavo giocando “malino” in dei tornei da 10mila dollari in Portogallo. Ero testa di serie n.1 ad un Future, e persi rimediando pochi games da uno classificato oltre il numero ottocento. Era già nell’aria la mia decisione di voler un po’ staccare dalla carriera di singolarista, giocavo troppo nervoso, pensando in modo ossessivo al punteggio, al voler vincere a tutti i costi… e questa situazione in cui mi trovavo non mi aiutava per niente a giocare bene ed uscirne. Era già da un mesetto che meditavo di fare la scelta del doppio, e arrivato in camera dopo quella sconfitta presi la decisione. Non voglio essere frainteso: non volevo smettere di giocare, volevo qualcosa di diverso per la mia vita, ero totalmente dentro a questa situazione che detestavo, e mi faceva impazzire… Il doppio era la soluzione: svagarmi un po’, uscire da questa brutta spirale del singolare; e dopo tutto l’idea del doppio l’avevo sempre avuta, da anni. Senza essermi mai impegnato, in doppio avevo raggiunto (senza Claudio) dei risultati notevoli, come la vittoria in due Challenger, cosa che invece non sono riuscito a fare in singolare”.

In doppio servono quasi “altre qualità” rispetto al singolare…

“Ero consapevole di essere più forte in doppio che in singolo: rispondo bene, a rete sono bravo, anche al servizio non vado affatto male, sono proprio le qualità ideali per eccellere in doppio… e ho anch’io un certo intuito; Claudio ancor più di me, ma anche io sento meglio il punto e la partita in doppio. E poi in doppio serve una reattività diversa, spesso per come si evolve lo scambio alla massima velocità non puoi permetterti di fare una volee “bella”, classica, piazzata bene, magari a seguito di un bell’approccio, no! I tempi di gioco sono altri, spesso colpisci la palla come una reazione ai colpi dell’avversario, serve istinto, velocità di esecuzione, rapidità…”.

Tornando alla decisione sofferta di focalizzarsi al doppio, come sono andati i primi tempi?

“I primi mesi sono stati tosti, soprattutto mentalmente, ma insieme a Claudio ci siamo molto aiutati a vicenda. Anche lui stava vivendo una situazione simile alla mia, di una carriera di singolare un po’ bloccata. Un altro aspetto importante e che abbiamo considerato è che vivendo da singolarista finisci per esser sempre da solo, invece girando il tour in doppio riesci a gestire molto meglio i tanti aspetti del gioco e della vita. Riesci a gestire meglio lo stress, i problemi; si vive più sereno, se hai bisogno di sfogarti hai il tuo compagno, e nel mio caso Claudio è molto più di un compagno ma è un amico vero, con cui dividiamo il tempo con piacere anche fuori dal campo con passioni simili, ci divertiamo molto insieme. Il poter condividere qualcosa insieme ad un amico è un tasto importante, che prima mi mancava”.

A quest’aspetto umano molto bello, aggiungerei forse anche una vita “migliore”, riuscendo in doppio a giocare tornei superiori, evitando così i mille problemi che hai affrontato per anni nel circuito Future…

“E’ un altro aspetto molto importante nella fase di carriera e di vita a cui io e Claudio siamo giunti. Arrivato a 28 anni cerchi di più la soddisfazione personale, cosa che nel tour Future non riesci ad avere perché sei quasi schiavo di quella vita, durissima e con pochissima gloria. Vivere invece una stagione intera nel mondo Challenger, in tornei più grandi, organizzati spesso anche in bei posti, con ospitalità e tutto, e con la nostra ambizione di entrare prima possibile negli ATP, è tutta un’altra storia… Si sta meglio, ma si gioca anche molto meglio, contro avversari più forti, avendo anche soddisfazioni tecniche, non solo di comfort”.

Raccontaci un episodio paradossale, quasi assurdo, per far capire ai lettori quanto è dura la vita nel tour minore, con i problemi che ogni giorno un professionista deve affrontare

“E’ una vita durissima con tanti problemi di gestione fuori dal campo. Voli e coincidenze, spostamenti in posti dove nessuno parla la lingua, affrontando orari e condizioni estremi; magari arrivi in hotel nel cuore della notte e nemmeno hanno la tua prenotazione e non sai dove andare a dormire, e vieni magari da una trasferta lunga con il bisogno assoluto di riposare perché all’indomani c’è da giocare… Purtroppo nel mare dei tornei Futures quelli ben organizzati saranno un decina in tutto l’anno, gli altri vivono con organizzazioni molto povere. E’ necessario pensare a tutto, e da solo: gli spostamenti, il mangiare, la lavanderia; le incordature che costano tanto nei tornei… magari l’hotel è lontano dal circolo, la transportation non sanno nemmeno cosa è e devi trovarti un taxi, con cui non riesci a spiegarti e non sa dove portarti… Andando fuori dall’Italia il giocatore si trova da solo a gestire un sacco di problemi, e quasi tutti extra tennistici. Un episodio estremo? A 18 anni andai a giocare in Senegal, c’era un problema col volo e devo tornare in hotel. Sono le due di notte, ero in taxi e la macchina si ferma… il taxista mi chiede di scendere e spingergli la macchina insieme al suo amico per farla ripartire!?! Con una vita migliore grazie al doppio, finisci per giocare anche meglio in singolo. Senza lo stress del risultato a tutti i costi, scendi in campo più libero, e sei ugualmente ben preparato”.

Continuerai anche l’attività in singolo quindi?

“Sicuramente, quando c’è la possibilità giocherò doppio e singolo. La prossima settimana ad esempio in Francia li farò entrambi. L’unico limite è il torneo, se ha un taglio troppo alto per me, oppure se non arriviamo in tempo per giocare le qualificazioni, andando avanti nel doppio la settimana prima”.

State ottenendo buoni risultati insieme a Grassi, qual è il vostro obiettivo a segnare il primo anno di tour in coppia?

“Ci siamo dati più un obiettivo di fine 2014, diciamo a novembre, che è quello di essere in classifica dentro i primi 100, quindi sotto al n.200 insieme. Adesso siamo intorno al n.260. Sembra poco dover scalare “solo” 30 posizioni ciascuno, ma in realtà questi trenta posti sono quasi il doppio dei punti che abbiamo attualmente! Vincendo un Future poche settimane fa abbiamo guadagnato solo quattro posizioni, per salire è necessario fare punti importanti nei tornei più grandi”.

A Wimbledon in doppio ci sono anche le qualificazioni, e non siete lontani…

“No, infatti, manca davvero poco per poterci arrivare, è una speranza concreta. Wild Card a Roma? Praticamente impossibile, anche se otteniamo grandi risultati nelle prossime settimane, nei tornei gli inviti non vengono quasi mai dati ai doppisti, anche se poi giocano il doppio spesso meglio di tanti singolaristi più forti ma improvvisati nel torneo”.

Visto da doppista, hai in mente qualcosa che potrebbe aumentare l’attenzione del pubblico, dei media, ecc sulla disciplina? Un doppio ben giocato è molto divertente, eppure resta una specialità purtroppo snobbata da tanti

“Il doppio è molto snobbato, ma non solo dai tornei… McEnroe in un articolo scrisse la provocazione di volerlo cancellare, e detta addirittura da uno che è stato uno dei più forti della storia in doppio!?! Quando vedi i migliori del doppio in campo assisti sempre ad un grande spettacolo, come per esempio se guardi una partita dei Bryan. Hanno delle qualità molto particolari, che tanti forti giocatori in singolo non possiedono; credo che se si mettono insieme due campioni in singolo non è assolutamente detto che arrivino a formare la miglior coppia di doppio. Per eccellere in doppio è necessario focalizzarsi su certe cose che in singolo non alleni”.

E mi pare di capire che l’affiatamento, come tu hai con Claudio Grassi, sia davvero più di un winner per eccellere in doppio

“Ne sono assolutamente convinto. Essere amici fuori dal campo è fondamentale per poter giocare bene in doppio. Mi è capitato tante volte di ritrovarmi contro ad una coppia di giocatori sulla carta più forti, ma non affiatati, e vincevo io perché al contrario col mio compagno mi intendevo al volo. Per quanto tu possa esser superiore tecnicamente, il doppio lo si fa in due, non vinci mai un doppio da solo. Non credo per esempio che i Bryan siano così forti in doppio a caso, il fatto di essere fratelli e gemelli li aiuta moltissimo nella loro sintonia. Abbiamo recentemente giocato in Cina contro due gemelli cinesi praticamente sconosciuti… pensavamo fosse una formalità, invece è stato il match più difficile del torneo. E stessa cosa l’anno scorso in Grecia, contro un’altra coppia di gemelli che mai avevo sentito nominare. L’intesa fa la differenza”.

Che ne pensi delle crescenti rivendicazioni da parte di molti tennisti sull’enorme differenza dei premi e punti tra circuito ATP e Challenger – Futures? Non è diventato troppo difficile salire e scalare posizioni, e vivere le realtà dure del circuito minore con gli alti costi della vita attuale? Non pensi che con più punti (e soldi) alla base si potrebbe muovere di più anche l’ATP Tour?

“Personalmente penso che il punteggio non vada cambiato, è giusto. Se batti il giocatore n.1000 al primo turno di un future è giusto che prendi 1 punto, se passi il primo turno in un Challenger è giusto che prendi 9 punti, e via a salire. I livelli sono quelli. Invece è ridicola la situazione dei montepremi, e le varie petizioni proposte da più giocatori nascono per il discorso economico, non per i punti. Ad alto livello c’è un guadagno mostruoso, mentre dai Challenger in poi la situazione è difficilissima. Quest’anno per far vedere che sono attenti al problema hanno dato un “contentino”, aumentando di pochissimo il montepremi minimo di un Challenger, ma è un’inezia che non risolve nulla. Quando un giovane vuole iniziare un’attività professionale partendo quindi dai Futures, se non hai alle spalle uno sponsor devi considerare almeno 30mila euro all’anno di spese, quindi finisci per appoggiarti alla famiglia se può, o a qualcuno. Il guadagno in una stagione da Futures non esiste, è nell’ordine di 5mila euro se va bene… Vincendo un torneo si guadagnano mille dollari lordi, togliendo le spese non resta nulla, anzi si va quasi sempre sotto. Pertanto se sei davvero forte, vinci subito e passi rapidamente ai Challenger, la storia cambia; ma se sei costretto a vivere a lungo nel tour minore la situazione è terribile. Si dice che nello sport “chi ha fame vince”, nel tennis questa regola non vale più di tanto, per fare il professionista serve girare e quindi per crescere nel professionismo servono i soldi. Purtroppo se andiamo a vedere i forti giocatori attuali, quasi tutti sono arrivati grazie al supporto di famiglie benestanti, come Nadal e Federer, oppure grazie a degli sponsor che hanno creduto in loro, perché fin da piccoli erano molto forti, come per esempio Djokovic. Purtroppo il montepremi dei Futures è fermo da anni, mentre quelli dei tornei maggiori crescono di continuo, e sono arrivati a dei livelli altissimi. Capisco che il grande pubblico e gli sponsor vogliano vedere Federer, ma la differenza tra i grandi tornei e la base è abissale, e non è giusto”.

Per chiudere, in Cina hai avuto modo di stare a contatto con Gianluigi Quinzi, grande speranza del nostro tennis maschile e di cui si parla moltissimo. Non ti chiedo una previsione sul suo futuro, ma piuttosto dimmi a tuo parere un errore che in questa fase di crescita non deve commettere per provare a sfondare

“E’ un ragazzo molto centrato, sa di essere bravo ed ha moltissima voglia di arrivare; e fuori dal campo è ancora una persona molto semplice, ci parli e si scherza, non si è affatto montato la testa. Deve essere consapevole che la strada è molto lunga e difficile. Il passaggio dai tornei junior a quelli Pro è complicato. Non è solo una differenza puramente tecnica, di schermi di gioco, di forza e resistenza in campo, è soprattutto la mentalità ad essere completamente diversa. Nei Challenger Quinzi inizia ad affrontare degli uomini, gente navigata che sa lottare e stare in campo, e non è mai facile anche se giochi molto bene a tennis. Lui non deve assolutamente pensare che per il fatto di esser stato n.1 del mondo da junior sarà di sicuro fortissimo anche tra i Pro. Sta vivendo una certa pressione, ed i primi anni si può soffrire la frustrazione del giocare un sacco di tornei, con la gente che ti dice “sei un fenomeno” e però resti fermo al n.300 del ranking… Deve capire che non si diventa forti velocemente. E’ possibile che viva un 3-4 anni di passaggio per formarsi e scalare la classifica ed entrare nei primi 100. Il tennis è cambiato, e pensare di arrivare nei primi 10 del mondo a 20 anni è una utopia, ne può nascere uno ogni 30 anni!”.

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