Giulia Gatto Monticone: “Sogno l’erba di Wimbledon”

di - 14 Dicembre 2015

Giulia Gatto Monticone 01

di Paolo Angella

Giulia Gatto Monticone, con il ritiro di Flavia Pennetta, è diventata la settima tennista italiana più forte, ha giocato due volte le qualificazioni degli US Open (nel 2011 e nel 2014) ed è arrivata molto vicina ad entrare nelle prime duecento giocatrici del mondo, con il best ranking dell’aprile 2014 al numero 214. Negli ultimi cinque anni (a parte un breve periodo) è stabilmente nelle prime trecento del mondo.

Una tennista importante dunque, ma ancora sottovalutata e poco seguita, perché, forse, il tennis è ancora uno sport che regala tanti soldi e notorietà solo alle primissime della classe, lasciando le briciole e la fatica di tirare avanti centellinando le trasferte per i costi da sostenere personalmente, a tutte le altre.

Incontriamo Giulia, quando ha appena ripreso la preparazione invernale in vista della prossima stagione e facciamo con lei un bilancio del suo travagliato 2015, caratterizzato da un grave infortunio al polso, e cerchiamo di scoprire i suoi obiettivi futuri.

Nel 2015 non hai giocato molto, ad un certo punto sei comunque andata vicina al tuo best ranking, ma poi sei scesa nuovamente in classifica, come giudichi questo anno tennistico che sta finendo?

Io lo giudico lo stesso molto positivamente, perché ho potuto giocare molto poco, solo 17 tornei, ma quando sono scesa in campo in condizioni decenti ho giocato bene e sono soddisfatta delle mie partite. Purtroppo ho avuto questo grave problema della tendinite al polso sinistro che è insorto a inizio agosto. All’inizio forse ho sottovalutato il problema, ho fatto solo qualche terapia Tecar sperando di risolvere in breve tempo, ma il dolore persisteva, ho fatto qualche infiltrazione, ma senza grossi risultati, ho deciso di fare ulteriori accertamenti diagnostici all’Istituto di Medicina dello Sport di Torino e ho iniziato a curarmi come si deve. Avendo già perso del tempo, forse, ho voluto accelerare troppo il recupero, e a metà settembre sono andata a giocare in Montenegro a Podgorica, ma mi sono dovuta ritirare dal dolore che sentivo. Poi ho finito le mie terapie, sono potuta rientrare e ho giocato tre tornei, in Francia e poi a Casablanca e in Polonia, ma la seconda parte della stagione è stata sicuramente compromessa dell’infortunio. Di fatto sono stata tre mesi e mezzo ferma per il problema al polso.

A fine stagione sei tra quelle che decidono di staccare completamente dal tennis oppure cerchi sempre, magari diminuendo i carichi di lavoro, di tenerti allenata?

Noi tenniste viaggiamo dieci mesi l’anno con ritmi a volte davvero forsennati. Io arrivo alla fine della stagione che davvero non ne posso più sia fisicamente che mentalmente. Credo sia davvero indispensabile staccare un attimo da tutto e da tutti. Anche solo per pochi giorni credo sia giusto dimenticare il tennis e fare quello che per tutto l’anno non abbiamo potuto fare e che magari per tante nostre coetanee rappresenta la normalità. Giocare a tennis è bellissimo e mi ritengo fortunata a poterlo fare, ma implica davvero un modo di vivere la quotidianità in maniera stressante e difficile. La pausa invernale credo sia assolutamente fisiologica e indispensabile per rilassarsi e ricaricare le batterie. Qualche tennista so che cerca di non fermarsi quasi mai perché poi fa molta fatica a riprendere il ritmo, io ho la fortuna che invece non ho problemi a riprendere l’attività anche se sono stata ferma una settimana.

In questi giorni hai ripreso la preparazione. Hai già fatto un calendario dei tornei da disputare nel 2016?

Per ora no. A inizio anno ci sono parecchi tornei sul veloce indoor, che è la superficie che preferisco, quindi penso che ci sarà solo l’imbarazzo della scelta. Il mio storico preparatore Stefano Pucci vorrebbe fare 12 settimane di preparazione in palestra e sul campo prima di riprendere i tornei, ma credo che inizierò un po’ prima a giocare, se mi sentirò pronta ovviamente. Ci sono diverse possibilità a gennaio, sia in Francia, che negli Stati Uniti, decideremo a breve con il mio staff. L’importante è avere recuperato bene dall’infortunio. Di fatto il problema al polso mi sta ancora creando una piccola differenza tra il braccio sinistro rispetto al destro che dovrebbe tornare a posto col tempo. Spero che non mi crei più problemi di quanti ne abbiamo preventivati.

Giulia Gatto-MonticoneNello scorso anno hai cambiato guida tecnica, una decisione importante.

Ho lavorato per tanti anni con Dario Bellino, ora sui campi mi segue principalmente il mio fidanzato Tommaso Iozzo. Per gli allenamenti ho la base operativa alla Sisport Fiat a Torino che è una grandissima struttura, dove ci sono tanti ragazzi con cui giocare e allenarsi. Il “padrone di casa” è il maestro Rocco Petitto. Poi mi appoggio anche ad un altro circolo, il De Coubertin gestito da Simone Veglia, grande amico. Per la preparazione atletica continuo a lavorare con il prof. Stefano Pucci, che ormai mi segue da molti anni.

Lo scorso anno hai giocato quasi esclusivamente tornei ITF da 25.000 dollari, quest’anno speri di fare tornei WTA o comunque di più alto livello?

Io non gioco mai tantissimo, però spero di riuscire a fare tra i 22 e i 25 tornei. Ovviamente l’obiettivo è entrare nelle qualificazioni dei WTA, è un ambiente molto stimolante e c’è sempre da imparare giocando con le tenniste anche più forti di te. È chiaro che per arrivarci bisogna recuperare in classifica, quindi almeno all’inizio mi concentrerò ancora su ITF credo da 25.000 dollari.

L’obiettivo principale per te immagino sia entrare nelle qualificazioni dei tornei dello Slam?

Certamente questo è l’obiettivo principale di ogni tennista della mia fascia di classifica. Fra l’altro lo scorso anno ci sono rimasta veramente male a non essere riuscita a entrare al Roland Garros e a Wimbledon. Con il ranking che avevo sarei entrata quasi ogni anno, invece ho trovato il cut off più alto della storia e sono rimasta fuori di 6 posti. Mi è dispiaciuto davvero molto, io davo per scontato di entrare. Fra l’altro, come è logico che succeda, ormai nessuno si cancella più dai tornei del Grande Slam. C’è un montepremi altissimo anche solo per il primo turno di qualificazioni, quindi basta stare in piedi e ci si iscrive. Abbiamo visto un numero impressionante di ritiri al primo turno. Finché il regolamento lo permette è evidente che anche chi è infortunato partecipa lo stesso e si prende il prize money che vale quasi l’intera stagione.

Noi ti auguriamo di arrivare a partecipare a tutti e quattro i tornei dello Slam, ma se proprio dovessi sceglierne uno, dove vorresti giocare?

Io sono già riuscita a giocare agli Us Open ed è stata un’esperienza fantastica. Se proprio dovessi sceglierne solo un altro, opterei per la tradizione, lo spirito e l’eleganza di Wimbledon. Tra l’altro, per me, che amo giocare su campi veloci, l’erba si adatta anche maggiormente al mio gioco rispetto alla terra del Roland Garros.

Sei un’ottima doppista, hai vinto ben 22 tornei, compreso un 50.000 dollari. Ti piace giocare in coppia e credi che sia anche utile per la carriera di singolarista o lo vedi solo come un modo per “arrotondare” i guadagni?

A me piace molto giocare il doppio. Ne ho sempre giocati tanti in carriera. Purtroppo quest’anno per i problemi di cui parlavamo ne ho fatti veramente pochi, solo un paio, e me ne rammarico. Credo che sia molto utile, sia dal punto di vista mentale che tecnico. I punti durano meno, c’è meno tempo per pensare, bisogna avere riflessi più sviluppati. Certo è quasi uno sport diverso dal singolare, perché bisogna cambiare le angolazioni, bisogna trovare comunque un affiatamento con la compagna, però mi piace e mi dispiace che sia così poco considerato nell’ambiante.

Giulia Gatto-Monticone E invece le competizioni a squadre, dalla Fed Cup fino al campionato di serie A1 che hai giocato anche quest’anno con il Tennis Beinasco, credi siano un aspetto rilevante del tennis oppure è giusto che vengano snobbate dalle giocatrici più importanti?

Per quanto riguarda la serie A1, dal nostro punto di vista, è molto importante, intanto per guadagnare qualcosa che ci aiuti a recuperare le spese che abbiamo durante l’anno, poi, nel mio caso almeno, ho la fortuna di poterla giocare qua in Piemonte, vicino casa, assieme a tante ragazze che conosco benissimo da anni e con cui ho un rapporto idilliaco, quindi per me disputare il campionato a squadre non è affatto un peso, ma è una piacevole esperienza. In tutti i casi vogliamo essere professioniste quindi, quando diamo la disponibilità per una competizione del genere, è giusto impegnarsi a fondo e dare il massimo in ogni partita. Io lo faccio sempre e ne sono fiera. Anche dal punto di vista psicologico, fare una competizione a squadre in uno sport prettamente individuale come il tennis credo che aiuti molto per capire che non si gioca solo per se stessi ma anche per gli altri. Mi dispiace solo che nelle partite di serie A1 ci sia sempre poca gente a guardarci. È davvero triste vedere solo una cinquantina di spettatori, nelle tribune, se si escludono parenti, fidanzati e addetti ai lavori. Lasciamo pure perdere il confronto con il calcio, ma anche in competizioni di serie A, anche femminile, di basket o pallavolo si riempiono palazzetti di 3000-4000 posti. Bisognerebbe forse trovare formule diverse, come avviene in Germania con la Bundesliga con squadre miste di uomini e donne che raccolgono i migliori tennisti.

Hai affrontato il discorso economico. Non è strano che la settima giocatrice d’Italia faccia fatica a vivere di sport?

Purtroppo è così. So che in altre nazioni le federazioni aiutano un po’ di più chi almeno arriva tra le prime dieci posizioni del proprio stato, magari non direttamente con sovvenzioni, ma pagando tecnici, controlli medici, fisioterapia e magari trasferte. In Italia si è deciso di aiutare solo le ragazzine, da un certo punto di vista è giusto e corretto, però dispiace un po’ che quando arrivi a una certa età sei abbandonata a te stessa. Capisco che sia difficile trovare i fondi per tutto, però magari si potrebbero organizzare periodici incontri per, ad esempio, fare le preparazioni off season, oppure i controlli medici. In Italia ci sono strutture predisposte a questo, penso all’Acqua Acetosa del Coni o al Centro Sportivo di Tirrenia.

Più in generale ritieni che ci sia troppa differenza nei prize money tra i tornei WTA e quelli ITF?

Ora è sicuramente così. Oltre ai premi, credo sia indispensabile che i tornei minori abbiano l’ospitalità obbligatoria perché per noi le maggiori spese vengono appunto dal dover restare in albergo, oltre che dal viaggio. Credo che, dal 2017, tutti i torni ITF dovranno uniformarsi a questa regola, mi auguro davvero che non ci siano ripensamenti, perché sarebbe molto importante per tutte noi.

Parlando delle migliori tenniste, ci sono sempre le stesse da ormai molti anni, le Williams, la Sharapova… come mai è così difficile il cambio generazionale?

I tempi sono cambiati. Ormai è impensabile trovare sedicenni che vincono uno Slam. La maturità della tennista arriva molto più tardi. Il periodo perfetto ora sembra che sia dai 28 ai 30 anni. Sono cambiati gli attrezzi, ora giocano tutti in modo molto più potente, non è facile emergere e chi vuole farlo quando i tempi non sono ancora maturi rischia davvero di bruciarsi. Gli exploit di un torneo o anche magari di un anno ad alti livelli possono capitare, ma avere continuità ora è difficilissimo. Arrivare ad un certo livello è possibile per tante, mantenere quelle posizioni e quella classifica è durissimo.

Infine parliamo delle tenniste italiane, siamo in un momento di cambio generazionale. Come vedi il futuro del tennis italiano?

Le ragazze più giovani sinceramente non le conosco. Mi auguro che abbiano tanta pazienza. Vedo giocare spesso la Caregaro, la Barbieri, giocano benissimo. Credo che debbano trovare il proprio equilibrio, non avere fretta, resistere ai momenti difficili che sicuramente verranno, e poi prima o poi riusciranno a sfondare.

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