Jacopo Lo Monaco: “Vi racconto la mia vita nel College NCAA”

di - 5 Febbraio 2015

Jacopo Lo Monaco e Gianni Ocleppo
(Jacopo Lo Monaco e Gianni Ocleppo)

di Corrado Degl’Incerti Tocci (StAR)

Jacopo Lo Monaco è una delle voci più conosciute del tennis italiano. Dal 2000 è commentatore su Eurosport ed è ormai un telecronista di riferimento a livello nazionale. Jacopo ha accettato di farsi intervistare e di parlare della sua esperienza nel College NCAA a Pepperdine, un’università americana, dando anche consigli ai giovani a cui si apre questa possibilità.

Cominciamo con il tuo background. Di dove sei e che studi superiori hai fatto?
“Sono sempre andato a scuola a Milano, in una scuola inglese, dalla prima elementare fino alla fine del liceo. Studiavamo tutte le materie in inglese. Era la stessa scuola che avrei fatto se avessi vissuto in Inghilterra, quindi facevi gli “O level” e gli “A level” negli ultimi anni scolastici. L’unica differenza è stata che un anno, la terza liceo, l’ho fatta a Barcellona perchè ero andato lì ad allenarmi da Andrés Gimeno (che ha vinto il Roland Garros nel ’72), sono stato tutto l’anno a casa sua ad allenarmi e andavo in una scuola inglese a Barcellona.”

Quindi possiamo dire che tu eri già indirizzato verso un curriculum internazionale.
“Sì, i miei genitori fin da quando ero piccolo tenevano al fatto che io parlassi in maniera fluente l’inglese. Quindi, arrivato al penultimo anno di liceo, c’era la questione del “cosa fare dopo” e indubbiamente fare l’università in Italia non era mai stata una mia idea, anche perchè non ero assolutamente abituato alla metodologia di studio italiana: alla scuola inglese allora non si dava quasi nessun esame orale, mentre in quella italiana è il contrario. Quindi ho iniziato a capire come funziona il meccanismo degli Stati Uniti. L’estate che precedeva il mio ultimo anno di liceo ho mandato tantissime lettere, perchè allora (stiamo parlando del 1989) non esisteva internet. Ho mandato lettere a una cinquantina di università chiedendo informazioni sui loro corsi di studio e sulla loro squadra di tennis.”

Come sei riuscito a svolgere tutto il processo di ammissione? E’ stato complicato?
“Avevo la fortuna di avere una ragazza di Los Angeles che veniva a scuola con me (si era trasferita da Los Angeles a 13/14 anni) e che voleva andare a fare l’università negli Stati Uniti, e lei mi ha aiutato moltissimo in questo. Era molto organizzata, sapeva esattamente come funzionava con l’SAT [l’esame di ammissione valido per tutte le università, NdR] e quali fossero le buone università. Quindi diciamo che molto del lavoro l’ha fatto lei. In seguito ho ricevuto delle risposte da quasi tutte le università, anche se poche hanno inserito anche informazioni dettagliate riguardo alla loro squadra di tennis, sugli incontri che facevano, sulla forza della squadra, ecc. Tra queste, appena ho visto il depliant di Pepperdine mi sono innamorato e ho detto “Io voglio andare lì”. Ho dato l’SAT alla scuola americana che c’è appena fuori Milano una prima volta […] e l’ho passato perchè ho preso 960, solo che non mi soddisfaceva molto come risultato quindi l’ho ridato a distanza di un paio di mesi […] e ho preso 1060. A quel punto ho fatto domanda all’università e me l’hanno accettata.”

Jacopo Lo MonacoE’ andato tutto liscio o pensi di aver fatto degli errori in questo processo?
“Ho fatto due errori: il primo è stato aspettare troppo. Io ho finito il liceo a giugno e quindi a settembre in teoria sarei potuto partire per l’università, solo mi hanno accettato per partire a gennaio. Una volta che l’università mi ha accettato ho contattato telefonicamente il coach della squadra, dicendogli chi ero e che volevo far parte del team. Lui ovviamente non mi conosceva e mi ha iniziato a chiedere dei risultati che avevo fatto a livello juniores, ma io a livello giovanile avevo giocato pochissimo gli ultimi due anni dal momento che avevo smesso di fare tornei under 18 quando ne avevo 16. Quindi è successa una cosa che non si può neanche fare da regolamento, ovvero che io alla fine di ottobre sono andato per qualche giorno a Pepperdine a visitare (e questo si può fare) l’università, però mi sono anche allenato con la squadra da recruit (cosa che non si potrebbe fare). Ho giocato un po’ anche con il coach, che era Allen Fox (ex buon giocatore, ha fatto anche quarti a Wimbledon ed è stato lo storico coach di Pepperdine). Mi vide giocare e mi disse che avrei potuto fare parte della squadra quando sarei tornato a gennaio. L’errore numero due che ho fatto è stato, dunque, giocarmi la chance di borsa di studio, perchè facendomi accettare prima dall’università lui sapeva che me la potevo permettere. Inoltre le borse di studio, che allora comunque erano poche perchè erano 4,5 per una squadra che solitamente ha 9/10 giocatori [è ancora così, NdR], erano già tutte impegnate. Infine sono andato e ho iniziato a gennaio del ’91 la mia carriera universitaria negli Stati Uniti.”

Cosa consigli ai giovani tennisti e tenniste che vogliono intraprendere questo percorso?
“Questo è quello che consiglierei di fare da un punto di vista tennistico, perchè so qual è il percorso migliore, ovvero ottenere una classifica ITF under 18; inoltre, da primo anno under 18, secondo me è importante andare a dicembre a giocare i tornei che ci sono negli Stati Uniti, a partire dall’Orange Bowl, perchè è lì che si raggruppano quasi tutti gli allenatori che poi vengono a contattarti a fine match e ti offrono delle borse di studio, in modo che tu hai un ventaglio di possibilità tra le quali puoi scegliere. Adesso ovviamente con internet è un po’ più facile, perchè puoi mandare anche dei filmati, però secondo me se ti vedono di persona è meglio perchè stabilisci anche un contatto umano. Devi in qualche modo fare anche un gioco di bluff, devi riuscire a contrattare con queste persone, perchè se hanno bisogno di te è giusto che tu cerchi di ottenere il massimo da loro, ovvero una borsa di studio completa per i 4 anni. Ci sono veramente tante squadre e alla fine non è così importante fare parte di una delle squadre migliori.”

Però tu sei stato a Pepperdine, dove c’era una squadra molto competitiva.
“Sì, dov’ero io l’allenamento era molto competitivo. A Pepperdine ero circondato da giocatori che poi sono diventati professionisti. In squadra con me nei primi due anni c’era lo spagnolo Alejo Mancisidor, che poi è arrivato 120 ATP ed è l’attuale coach della Muguruza; c’era Howard Joffe, che era sudafricanove che aveva un potenziale pazzesco ma una testa matta. Aveva addirittura smesso di giocare, poi un anno ha deciso di giocare le qualificazioni a Johannesburg e le ha passate, ha vinto un turno e se l’è giocata al secondo turno, adesso non mi ricordo con chi ma con un buon giocatore; c’era Charles Auffray, un francese che è stato anche lui dentro i 200 ATP. Un anno gli hanno dato wild card al Roland Garros e ha incontrato al primo turno Kuerten che era campione in carica, se non sbaglio nel ’98; c’era Simon Aspelin, svedese,  che ha vinto l’argento indoppio insieme a Thomas Johansson alle olimpiadi del 2008, dove hanno perso da Federer e Wawrkinka in finale. Il livello era quindi molto alto e infatti Pepperdine è quasi sempre, o era quasi sempre, tra le prime 6/8 squadre degli Stati Uniti.”

Tu cosa hai studiato? Eri concentrato più sul tennis o sullo studio?
“Ho studiato giornalismo, ma sono andato là sia per giocare che per studiare. Volevo finire l’università, laurearmi ma continuare a giocare allo stesso tempo. Ero dell’idea che, una volta finita l’università, avrei provato magari 1/2 anni a giocare per vedere cosa sarei riuscito a fare per poi tirare le somme più o meno a 25 anni.”

Come eri classificato in Italia? Qual è stata la tua classifica più alta?
“Prima di partire ero B4 e sono arrivato a essere B1 in Italia.”

Come si svolgeva l’anno accademico?
“A Pepperdine i semestri sono un po’ anticipati rispetto alla maggior parte delle università. Noi iniziavamo a metà agosto e finivamo intorno alla seconda di dicembre, per poi riprendere dopo circa tre settimane di pausa i primissimi di gennaio. A metà aprile avevamo finito. Il problema, si fa per dire, era che a metà aprile finivamo, poi rimanevamo lì con la squadra perchè i campionati NCAA erano a fine maggio. Quindi stavo là un mese con i miei compagni, mi allenavo, facevamo le ultime partite contro gli avversari della nostra conference e successivamente andavamo alla University of Georgia, ad Athens, dove di solito si tenevano i campionati NCAA.”

C’erano altri italiani che giocavano a tennis in università in quel periodo?
“Sì, qualcuno c’era. Sanguinetti è stato per due anni alla UCLA nel periodo in cui c’ero anch’io, anche se forse lui ha iniziato un anno dopo di me nonostante siamo tutti e due del ’72. Mi ricordo i suoi due anni a UCLA e mi ricordo che il primo anno lui non giocava nei 6, infatti era molto arrabbiato per questo. Il secondo anno invece è esploso e a ha deciso di passare professionista alla fine della stessa stagione; c’erano inoltre tre ragazzi all’università di Washington, a Seattle: uno era Ornello Arlati, che aveva veramente un potenziale pazzescso ma che non voleva giocare a tennis perchè puntava ad altro. Però era uno che se la giocava con Wayne Black [University of South California] in università e avrebbe potuto tranquillamente fare il professionista, ha anche giocato anche da numero 1 a Seattle quando in squadra con lui c’era Robert Kendrick, che era un pochino più giovane ma che comunque gli stava dietro;  c’erano poi i fratelli Rampazzo, Sasha e Stefano, che sono di Bormio e giocavano in squadra con lui; mi ricordo anche che appena arrivato ho giocato subito un torneo e ho incontrato un italiano che forse era a San Diego State, che era molto più grande di me, quindi secondo me aveva iniziato più tardi dei 18/19 anni a cui di solito si comincia l’università, perchè poteva averne 25/26. Mi sembra che si chiamasse Giorgio Redaelli.”

Come sei arrivato a fare il telecronista a Eurosport?
“E’ stato tutto molto casuale. Ho fatto un corso di telecronismo nel ’99 a Milano che è durato 120 ore e a qualcosa mi è servito, nonostante fosse basato quasi prettamente sul calcio. Poi, veramente per caso, sono venuto a sapere che a Eurosport c’era una persona che conosceva mia madre che era, mi sembra, nell’amministrazione di Eurosport. Così mi hanno detto di venire fare una prova e così è stato: nel marzo del 2000 mi hanno fatto fare una differita di un match di Indian Wells tra Davenport e Dementieva e quindi sono andato in onda, perchè anche se era una prova ero in onda. Da lì mi hanno detto che mi avrebbero richiamato qualche volta, e la volta successiva è stata l’ora di highlights che c’era durante il Roland Garros del 2000, tutte le sere. Dopodichè mi hanno chiamato sempre di più.”

Pensi che la tua laurea ti sia servita per quello che hai fatto?
“La mia laurea mi è servita sicuramente a darmi un’idea di come funziona il giornalismo soprattutto negli Stati Uniti e infatti io sono rimasto molto con quell’impronta; mi è servita sicuramente a migliorare ulteriormente l’inglese e a vivere un’esperienza comunque fantastica.”

Cosa ti ha dato di particolare la tua esperienza negli Stati Uniti?
“Tante cose. Primo, quando sei lì hai la possibilità di viaggiare con la squdra, perchè a seconda della squadra in cui sei comunque spesso vai in trasferta ad affrontare le altre università, quindi capita veramente di visitare diverse città degli Stati Uniti. E’ un altro mondo, ti rendi conto di come funzionano le cose in un altro paese, quanto è diverso dal tuo e, almeno da quello che è valso per me, mi sono reso conto che non volevo vivere fuori dall’Italia, mentre per tanti altri invece è accaduto il contrario.”

Quello che ho trovato io è stato anche il fatto che, giocando per la tua squadra, ti accorgi di avere più pressione addosso perchè giochi non solo per te stesso ma anche per gli altri. Inoltre l’università comunque investe molto su di te e tu ti senti di dover ricambiare. E’ qualcosa che ti fa maturare molto dal punto di vista del carattere e della personalità.
“Sì, è vero, sei molto responsabilizzato perchè a volte, soprattutto i primi anni, se non sei un fenomeno ti giochi il posto e se sbagli due partite finisci “in panchina” e poi non è facile riottenere il posto da titolare, quindi c’è una pressione ben diversa da un torneo. Se sei abituato a giocare tornei, dici “OK, se questo torneo va male, c’è il prossimo la settimana prossima”, mentre lì, se sbagli una partita e il coach già aveva dei dubbi su di te non è semplice tornare nei primi sei. E’ poi sicuramente anche molto più stimolante giocare giocare con della gente che ti viene a vedere piuttosto che al torneo dove ci sei tu, tuo papà o tua mamma, e papà e mamma dell’avversario, come avviene molte volte da under.”

Non ti sembra strano che questa opportunità sia ancora così poco conosciuta? Sarebbe bello che tutti i giocatori e le giocatrici, una volta arrivati all’età giusta, sapessero di questa possibilità, in modo tale da fare poi una scelta più informata.
“E’ vero, è sempre stato il mio pensiero sinceramente. Anche per chi pensa di poter diventare un professionista fare semplicemente due anni può essere molto utile, come ha fatto Sanguinetti per esempio, anche se lui crede di aver perso due anni. Secondo me invece quei due anni gli sono serviti perché ha potuto giocare con gente forte come Mark Knowles che era in squadra con lui. Ha anche avuto un coach fantastico per due anni e sicuramente qualcosa gli ha dato e quindi, anche per lui che poi è diventato comunque un ottimo giocatore, secondo me è stato utile andare alla UCLA per due anni.”

Quindi è un’esperienza che consigli ai tennisti che, una volta finite le superiori, si trovano a dover scegliere come proseguire la loro carriera sia sportiva che scolastica?
“Sì, anche perchè comunque tu cresci nel mondo del tennis e sei veramente tu e basta, sei abituato a viverlo come lo sport individuale quale è. Là invece ti trovi in una squadra ed è molto più bello, condividi con altre persone, più o meno della tua età e con un’esperienza molto simile, gli allenamenti, le partite, ecc. Poi, in realtà, c’è anche molta rivalità perchè tutti vogliono giocare in singolare e quindi avere uno dei 6 posti quando in squadra si è in dieci/undici a contendersi quei posti, quindi non è che fila sempre tutto liscio. Però poi nel momento in cui c’è il match è veramente tutta un’altra cosa rispetto al tuo torneo dove sei solo, e che tu vinca o perda ci sei tu lì e basta. Vincere o perdere per una squadra è un po’ quello che manca crescendo nel tennis; inizi anche a pensare molto di più al gruppo, non più solamente a te stesso ma a quello che è il bene del gruppo, e tutto sommato nella vita, poi anche nel mondo del lavoro, dovrai abituarti, nel 90% dei casi, a condividere le cose con altre persone e a non pensare sempre solo a te stesso.”

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