Jacopo Lo Monaco: “Vi racconto la mia vita nel College NCAA”

di - 5 Febbraio 2015

Jacopo Lo Monaco e Gianni Ocleppo
(Jacopo Lo Monaco e Gianni Ocleppo)

di Corrado Degl’Incerti Tocci (StAR)

Jacopo Lo Monaco è una delle voci più conosciute del tennis italiano. Dal 2000 è commentatore su Eurosport ed è ormai un telecronista di riferimento a livello nazionale. Jacopo ha accettato di farsi intervistare e di parlare della sua esperienza nel College NCAA a Pepperdine, un’università americana, dando anche consigli ai giovani a cui si apre questa possibilità.

Cominciamo con il tuo background. Di dove sei e che studi superiori hai fatto?
“Sono sempre andato a scuola a Milano, in una scuola inglese, dalla prima elementare fino alla fine del liceo. Studiavamo tutte le materie in inglese. Era la stessa scuola che avrei fatto se avessi vissuto in Inghilterra, quindi facevi gli “O level” e gli “A level” negli ultimi anni scolastici. L’unica differenza è stata che un anno, la terza liceo, l’ho fatta a Barcellona perchè ero andato lì ad allenarmi da Andrés Gimeno (che ha vinto il Roland Garros nel ’72), sono stato tutto l’anno a casa sua ad allenarmi e andavo in una scuola inglese a Barcellona.”

Quindi possiamo dire che tu eri già indirizzato verso un curriculum internazionale.
“Sì, i miei genitori fin da quando ero piccolo tenevano al fatto che io parlassi in maniera fluente l’inglese. Quindi, arrivato al penultimo anno di liceo, c’era la questione del “cosa fare dopo” e indubbiamente fare l’università in Italia non era mai stata una mia idea, anche perchè non ero assolutamente abituato alla metodologia di studio italiana: alla scuola inglese allora non si dava quasi nessun esame orale, mentre in quella italiana è il contrario. Quindi ho iniziato a capire come funziona il meccanismo degli Stati Uniti. L’estate che precedeva il mio ultimo anno di liceo ho mandato tantissime lettere, perchè allora (stiamo parlando del 1989) non esisteva internet. Ho mandato lettere a una cinquantina di università chiedendo informazioni sui loro corsi di studio e sulla loro squadra di tennis.”

Come sei riuscito a svolgere tutto il processo di ammissione? E’ stato complicato?
“Avevo la fortuna di avere una ragazza di Los Angeles che veniva a scuola con me (si era trasferita da Los Angeles a 13/14 anni) e che voleva andare a fare l’università negli Stati Uniti, e lei mi ha aiutato moltissimo in questo. Era molto organizzata, sapeva esattamente come funzionava con l’SAT [l’esame di ammissione valido per tutte le università, NdR] e quali fossero le buone università. Quindi diciamo che molto del lavoro l’ha fatto lei. In seguito ho ricevuto delle risposte da quasi tutte le università, anche se poche hanno inserito anche informazioni dettagliate riguardo alla loro squadra di tennis, sugli incontri che facevano, sulla forza della squadra, ecc. Tra queste, appena ho visto il depliant di Pepperdine mi sono innamorato e ho detto “Io voglio andare lì”. Ho dato l’SAT alla scuola americana che c’è appena fuori Milano una prima volta […] e l’ho passato perchè ho preso 960, solo che non mi soddisfaceva molto come risultato quindi l’ho ridato a distanza di un paio di mesi […] e ho preso 1060. A quel punto ho fatto domanda all’università e me l’hanno accettata.”

Jacopo Lo MonacoE’ andato tutto liscio o pensi di aver fatto degli errori in questo processo?
“Ho fatto due errori: il primo è stato aspettare troppo. Io ho finito il liceo a giugno e quindi a settembre in teoria sarei potuto partire per l’università, solo mi hanno accettato per partire a gennaio. Una volta che l’università mi ha accettato ho contattato telefonicamente il coach della squadra, dicendogli chi ero e che volevo far parte del team. Lui ovviamente non mi conosceva e mi ha iniziato a chiedere dei risultati che avevo fatto a livello juniores, ma io a livello giovanile avevo giocato pochissimo gli ultimi due anni dal momento che avevo smesso di fare tornei under 18 quando ne avevo 16. Quindi è successa una cosa che non si può neanche fare da regolamento, ovvero che io alla fine di ottobre sono andato per qualche giorno a Pepperdine a visitare (e questo si può fare) l’università, però mi sono anche allenato con la squadra da recruit (cosa che non si potrebbe fare). Ho giocato un po’ anche con il coach, che era Allen Fox (ex buon giocatore, ha fatto anche quarti a Wimbledon ed è stato lo storico coach di Pepperdine). Mi vide giocare e mi disse che avrei potuto fare parte della squadra quando sarei tornato a gennaio. L’errore numero due che ho fatto è stato, dunque, giocarmi la chance di borsa di studio, perchè facendomi accettare prima dall’università lui sapeva che me la potevo permettere. Inoltre le borse di studio, che allora comunque erano poche perchè erano 4,5 per una squadra che solitamente ha 9/10 giocatori [è ancora così, NdR], erano già tutte impegnate. Infine sono andato e ho iniziato a gennaio del ’91 la mia carriera universitaria negli Stati Uniti.”

Cosa consigli ai giovani tennisti e tenniste che vogliono intraprendere questo percorso?
“Questo è quello che consiglierei di fare da un punto di vista tennistico, perchè so qual è il percorso migliore, ovvero ottenere una classifica ITF under 18; inoltre, da primo anno under 18, secondo me è importante andare a dicembre a giocare i tornei che ci sono negli Stati Uniti, a partire dall’Orange Bowl, perchè è lì che si raggruppano quasi tutti gli allenatori che poi vengono a contattarti a fine match e ti offrono delle borse di studio, in modo che tu hai un ventaglio di possibilità tra le quali puoi scegliere. Adesso ovviamente con internet è un po’ più facile, perchè puoi mandare anche dei filmati, però secondo me se ti vedono di persona è meglio perchè stabilisci anche un contatto umano. Devi in qualche modo fare anche un gioco di bluff, devi riuscire a contrattare con queste persone, perchè se hanno bisogno di te è giusto che tu cerchi di ottenere il massimo da loro, ovvero una borsa di studio completa per i 4 anni. Ci sono veramente tante squadre e alla fine non è così importante fare parte di una delle squadre migliori.”

Però tu sei stato a Pepperdine, dove c’era una squadra molto competitiva.
“Sì, dov’ero io l’allenamento era molto competitivo. A Pepperdine ero circondato da giocatori che poi sono diventati professionisti. In squadra con me nei primi due anni c’era lo spagnolo Alejo Mancisidor, che poi è arrivato 120 ATP ed è l’attuale coach della Muguruza; c’era Howard Joffe, che era sudafricanove che aveva un potenziale pazzesco ma una testa matta. Aveva addirittura smesso di giocare, poi un anno ha deciso di giocare le qualificazioni a Johannesburg e le ha passate, ha vinto un turno e se l’è giocata al secondo turno, adesso non mi ricordo con chi ma con un buon giocatore; c’era Charles Auffray, un francese che è stato anche lui dentro i 200 ATP. Un anno gli hanno dato wild card al Roland Garros e ha incontrato al primo turno Kuerten che era campione in carica, se non sbaglio nel ’98; c’era Simon Aspelin, svedese,  che ha vinto l’argento indoppio insieme a Thomas Johansson alle olimpiadi del 2008, dove hanno perso da Federer e Wawrkinka in finale. Il livello era quindi molto alto e infatti Pepperdine è quasi sempre, o era quasi sempre, tra le prime 6/8 squadre degli Stati Uniti.”

Tu cosa hai studiato? Eri concentrato più sul tennis o sullo studio?
“Ho studiato giornalismo, ma sono andato là sia per giocare che per studiare. Volevo finire l’università, laurearmi ma continuare a giocare allo stesso tempo. Ero dell’idea che, una volta finita l’università, avrei provato magari 1/2 anni a giocare per vedere cosa sarei riuscito a fare per poi tirare le somme più o meno a 25 anni.”

Come eri classificato in Italia? Qual è stata la tua classifica più alta?
“Prima di partire ero B4 e sono arrivato a essere B1 in Italia.”

Come si svolgeva l’anno accademico?
“A Pepperdine i semestri sono un po’ anticipati rispetto alla maggior parte delle università. Noi iniziavamo a metà agosto e finivamo intorno alla seconda di dicembre, per poi riprendere dopo circa tre settimane di pausa i primissimi di gennaio. A metà aprile avevamo finito. Il problema, si fa per dire, era che a metà aprile finivamo, poi rimanevamo lì con la squadra perchè i campionati NCAA erano a fine maggio. Quindi stavo là un mese con i miei compagni, mi allenavo, facevamo le ultime partite contro gli avversari della nostra conference e successivamente andavamo alla University of Georgia, ad Athens, dove di solito si tenevano i campionati NCAA.”

C’erano altri italiani che giocavano a tennis in università in quel periodo?
“Sì, qualcuno c’era. Sanguinetti è stato per due anni alla UCLA nel periodo in cui c’ero anch’io, anche se forse lui ha iniziato un anno dopo di me nonostante siamo tutti e due del ’72. Mi ricordo i suoi due anni a UCLA e mi ricordo che il primo anno lui non giocava nei 6, infatti era molto arrabbiato per questo. Il secondo anno invece è esploso e a ha deciso di passare professionista alla fine della stessa stagione; c’erano inoltre tre ragazzi all’università di Washington, a Seattle: uno era Ornello Arlati, che aveva veramente un potenziale pazzescso ma che non voleva giocare a tennis perchè puntava ad altro. Però era uno che se la giocava con Wayne Black [University of South California] in università e avrebbe potuto tranquillamente fare il professionista, ha anche giocato anche da numero 1 a Seattle quando in squadra con lui c’era Robert Kendrick, che era un pochino più giovane ma che comunque gli stava dietro;  c’erano poi i fratelli Rampazzo, Sasha e Stefano, che sono di Bormio e giocavano in squadra con lui; mi ricordo anche che appena arrivato ho giocato subito un torneo e ho incontrato un italiano che forse era a San Diego State, che era molto più grande di me, quindi secondo me aveva iniziato più tardi dei 18/19 anni a cui di solito si comincia l’università, perchè poteva averne 25/26. Mi sembra che si chiamasse Giorgio Redaelli.”

Come sei arrivato a fare il telecronista a Eurosport?
“E’ stato tutto molto casuale. Ho fatto un corso di telecronismo nel ’99 a Milano che è durato 120 ore e a qualcosa mi è servito, nonostante fosse basato quasi prettamente sul calcio. Poi, veramente per caso, sono venuto a sapere che a Eurosport c’era una persona che conosceva mia madre che era, mi sembra, nell’amministrazione di Eurosport. Così mi hanno detto di venire fare una prova e così è stato: nel marzo del 2000 mi hanno fatto fare una differita di un match di Indian Wells tra Davenport e Dementieva e quindi sono andato in onda, perchè anche se era una prova ero in onda. Da lì mi hanno detto che mi avrebbero richiamato qualche volta, e la volta successiva è stata l’ora di highlights che c’era durante il Roland Garros del 2000, tutte le sere. Dopodichè mi hanno chiamato sempre di più.”

Pensi che la tua laurea ti sia servita per quello che hai fatto?
“La mia laurea mi è servita sicuramente a darmi un’idea di come funziona il giornalismo soprattutto negli Stati Uniti e infatti io sono rimasto molto con quell’impronta; mi è servita sicuramente a migliorare ulteriormente l’inglese e a vivere un’esperienza comunque fantastica.”

Cosa ti ha dato di particolare la tua esperienza negli Stati Uniti?
“Tante cose. Primo, quando sei lì hai la possibilità di viaggiare con la squdra, perchè a seconda della squadra in cui sei comunque spesso vai in trasferta ad affrontare le altre università, quindi capita veramente di visitare diverse città degli Stati Uniti. E’ un altro mondo, ti rendi conto di come funzionano le cose in un altro paese, quanto è diverso dal tuo e, almeno da quello che è valso per me, mi sono reso conto che non volevo vivere fuori dall’Italia, mentre per tanti altri invece è accaduto il contrario.”

Quello che ho trovato io è stato anche il fatto che, giocando per la tua squadra, ti accorgi di avere più pressione addosso perchè giochi non solo per te stesso ma anche per gli altri. Inoltre l’università comunque investe molto su di te e tu ti senti di dover ricambiare. E’ qualcosa che ti fa maturare molto dal punto di vista del carattere e della personalità.
“Sì, è vero, sei molto responsabilizzato perchè a volte, soprattutto i primi anni, se non sei un fenomeno ti giochi il posto e se sbagli due partite finisci “in panchina” e poi non è facile riottenere il posto da titolare, quindi c’è una pressione ben diversa da un torneo. Se sei abituato a giocare tornei, dici “OK, se questo torneo va male, c’è il prossimo la settimana prossima”, mentre lì, se sbagli una partita e il coach già aveva dei dubbi su di te non è semplice tornare nei primi sei. E’ poi sicuramente anche molto più stimolante giocare giocare con della gente che ti viene a vedere piuttosto che al torneo dove ci sei tu, tuo papà o tua mamma, e papà e mamma dell’avversario, come avviene molte volte da under.”

Non ti sembra strano che questa opportunità sia ancora così poco conosciuta? Sarebbe bello che tutti i giocatori e le giocatrici, una volta arrivati all’età giusta, sapessero di questa possibilità, in modo tale da fare poi una scelta più informata.
“E’ vero, è sempre stato il mio pensiero sinceramente. Anche per chi pensa di poter diventare un professionista fare semplicemente due anni può essere molto utile, come ha fatto Sanguinetti per esempio, anche se lui crede di aver perso due anni. Secondo me invece quei due anni gli sono serviti perché ha potuto giocare con gente forte come Mark Knowles che era in squadra con lui. Ha anche avuto un coach fantastico per due anni e sicuramente qualcosa gli ha dato e quindi, anche per lui che poi è diventato comunque un ottimo giocatore, secondo me è stato utile andare alla UCLA per due anni.”

Quindi è un’esperienza che consigli ai tennisti che, una volta finite le superiori, si trovano a dover scegliere come proseguire la loro carriera sia sportiva che scolastica?
“Sì, anche perchè comunque tu cresci nel mondo del tennis e sei veramente tu e basta, sei abituato a viverlo come lo sport individuale quale è. Là invece ti trovi in una squadra ed è molto più bello, condividi con altre persone, più o meno della tua età e con un’esperienza molto simile, gli allenamenti, le partite, ecc. Poi, in realtà, c’è anche molta rivalità perchè tutti vogliono giocare in singolare e quindi avere uno dei 6 posti quando in squadra si è in dieci/undici a contendersi quei posti, quindi non è che fila sempre tutto liscio. Però poi nel momento in cui c’è il match è veramente tutta un’altra cosa rispetto al tuo torneo dove sei solo, e che tu vinca o perda ci sei tu lì e basta. Vincere o perdere per una squadra è un po’ quello che manca crescendo nel tennis; inizi anche a pensare molto di più al gruppo, non più solamente a te stesso ma a quello che è il bene del gruppo, e tutto sommato nella vita, poi anche nel mondo del lavoro, dovrai abituarti, nel 90% dei casi, a condividere le cose con altre persone e a non pensare sempre solo a te stesso.”

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32 commenti

  1. break

    Domanda: Come sei arrivato a fare il telecronista di Eurosport??

    PERCHE’ L’AMMINISTRATIRE MI HA RACCOMANDATO

    Bella intervista racchiusa in poche parole………………………..

  2. Alessandro Nizegorodcew
    Autore

    @break
    Commento molto triste il tuo se mi permetti. La raccomandazione vuol dire “assunzione”, qui si parla del fatto che ha avuto la chance di fare un provino. E ti assicuro che se non fosse stato molto molto bravo non lo avrebbero mai preso… Quindi occhio alle parole che usi per piacere nei confronti di un professionista come ce ne sono pochi in Italia

  3. giuliano giamberini

    Credo che Jacopo sia uno dei telecronisti di tennis tra i più competenti perché non si limita alla sola cronaca dell’incontro in corso di svolgimento, ma arricchisce i suoi commenti con aneddoti di tipo storico ed anche tecnico relativi ai casi che accadono sul campo non senza segnalare situazioni critiche e decisioni alle quali sa dare risposte anche dal punto di vista regolamentare.

  4. maurice

    io ho l’onore di commentare con ale , ma sarebbe una bella esperienza farlo anche con Jacopo…. mi piace molto …
    ciao

  5. Mauri

    il consiglio di intraprendere una strada nei college Americani è sicuramente valida,
    ma è un po’ “scontato” …. vi consiglio di guidare una Mercedes, è molto meglio che una Fiat !!!!
    Quanti possono permettersi un college USA senza borse di studio !!!!

  6. Alessandro Nizegorodcew
    Autore

    @Mauri
    Caro Mauri, attenzione, qui si parla di ragazzi che praticano il tennis ad un buon se non ottimo livello in Italia. Perché in quel caso ci sono borse di studio molto cospicue, a volte “full” e in quei casi ti assicuro che le spese non sono tante. Le università americane, se puntano su di te, ti assicurano tutto o quasi. E in quel caso, se fai il paragone, spenderesti di più per andare all’università sotto casa 😉

  7. bogar67

    Jacopo Lo Monaco da quel si evince dall’intervista si è formato dalla prima elementare, ha fatto un bel percorso e alla fine svolge un lavoro fantastico.
    Le opportunità quando si fanno certi percorsi sono una logica conseguenza, bisogna solo essere in grado di sfruttarle e lui le ha sfruttate.
    Inoltre vi posso assicurare avendolo seguito spesso nelle sue telecronache che i suoi commenti tecnici su giocatrici wta (io seguo solo quelli) sono utilissimi.

  8. bernie

    Io me lo ricordo in campo al CT Trento ai bei tempi appena tornato dalla Spagna!
    Ciao Jacopo!!

  9. Henry

    Ottimo articolo, sia nella formulazione delle domande che nell’articolazione delle risposte e soprattutto nei contenuti, complimenti.
    PS però telecronista n° 1 per strettissimo parere personale: Alessandro Nizegorodcew 🙂 😉

  10. Maurizio

    Le raccomandazioni nel privato non esistono, esistono i contatti utili ma se non vali nulla non servono. Le raccomandazioni nel pubblico sono invece dei veri e propri atti delinquenziali, perché privano delle persone dei diritti che danno ad altri, uno schifo totale, uno dei motivi principali dei mali dell’Italia che portano dei veri imbecilli nelle Università e nelle amministrazioni pubbliche.
    Detto questo Jacopo come telecronista mi piace molto, lo vedrei bene in coppia con Alessandro 🙂

  11. Giorgio il mitico

    x Alessandro Nizegorodcew

    tutto condivisibile , faccio questa domanda : ” Cosa si può fare per portare un po’ di Stati Uniti in Italia in campo sportivo e nel tennis in particolare ?”

  12. Alessandro Nizegorodcew
    Autore

    @Maurizio
    Sacrosanta verità

    @Giorgio il mitico
    Sfondi una porta aperta. Da noi si fa fatica ad aiutare un agonista nella scuola pubblica, anzi lo si mette in difficoltà

  13. Erba

    Jacopo è molto competente e ha giocato a grandi livelli (B1 non lo regalavano allora).
    Per quel che concerne il college in US non è cosi impossibile, nel 1990 facevo il palleggiatore in un summer camp vicino a New York e l’head coach mi disse più volte che poteva presentarmi ad allenatori del college per avere una scholarship almeno parziale. E tieni conto che valevo più o meno un C3 di allora.
    Un neozelandese che giocava con me aveva una borsa di studio in Mississipi e valeva secondo me non più di un C2, il suo amico invece era molto più forte (Alistair Hunt, ha giocato anche in coppa davis).

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  15. Chicco Marsala

    Condivide insieme a Federico Buffa e Flavio Tranquillo la posizione di miglior telecronista e comunicatore della storia della televisione italiana.

    Indiscutibilmente il migliore se parliamo di partite di tennis.

    Memorabile la coppia con Paolo Cane’ su Eurosport.

    Molto disponibile con i suoi fans(risponde sempre alle mail).

    Meriterebbe di commentare Wimbledon.

    Chicco Marsala.

  16. Jo

    Jacopo Lo Monaco è certamente il miglior telecronista italiano, anche perchè il resto non è che sia di alto livello. Detto questo, Lo Monaco è davvero bravo, riesce a cogliere dei particolari tecnici e tattici che gli altri telecronisti si sognano,
    Opinione personale: Lo Monaco è bravissimo e nessuno lo mette in dubbio, però non potete presentarlo come un ragazzo “qualsiasi” che sa giocare a tennis e viene preso dall’università americana di turno. Per fare il tipo di esperienza che ha fatto lui, per avere la formazione ed i contatti che ha avuto lui, ci vogliono dindini e conoscenze. Che poi sia bravo ed è riuscito a valorizzare il tutto, sono il primo a dirlo e sono stracontento per lui. Però non è certo un figlio del popolo, come volete farlo passare.

  17. Alessandro Nizegorodcew
    Autore

    @Jo
    Conosci StarItaliaUsa? Ne abbiamo parlato tante tante volte qui. Grazie a una società come quella di Corrado Degl’Incerti Tocci anche alcuni terza categoria sono riusciti a trovare borse di studio per giocare nel College statunitense… Anzi, molti ragazzi che non hanno tanti soldi per giocare nel circuito optano per il College proprio perché le spese, di norma, le paga l’Università. 😉

  18. stefano grazia

    scordatevi le scholarship, se siete maschi a meno di non essere forse un john isner … se pagate la retta invece potete andare in quasi tutti i college a patto di parlare il minimo indispensabile d’inglese per superare il toefl … mi diceva proprio il mese scorso chip brooks che a causa del title IX e dell’equiparazione borse di studio sportive per masci e femmine molte universita’ hanno dovuto chiudere i programmi di tennis maschile perche’ tutti i soldi vanno al football e al basket ( e un po’ forse al soccer) mentre per le donne e’ l’eta’ dell’oro: viaggi in business, coaches, tv e ipad e iphone come regali mentre per i maschi tira aria di carestia…

  19. stefano grazia

    correzione: soprattutto se siete maschi… donne e maschi con buona classifica poi possono trovare un college che li prende nel team, basta pagare la retta…oppure accontentarsi di un Division II o del College di Cattanooga Choo Choo … ma, per es, mio figlio che da due o tre anni non gioca, semplicemente mandando un video e con un paio di buone raccomandazioni E CON UN CURRICULUM IB ( international bacchalaureate) di scuole iin madre kingua E SOPRATTUTTO PAGANDO LA RETTA era stato accettato in almeno due college ( uno era lo stesso in cui era stato Miccini, mi pare) e c’era stato l’interessamento di un altro paio di Coaches …Pero’ lui a scanso di equivoci ha poi scelto Syracuse dove di tennis han solo la squadra femminile, che non gli toccasse poi di essere costretto anche a giocare ancora 😎😇😎

  20. Jo

    Per Alessandro: non hai colto il senso della mia “obiezione”.
    Mi da un pò fastidio che alcune tipologie di percorso vengano presentate come “accessibili” a tutti, come se bastasse saper “giochicchiare” a tennis per arrivare al College USA, per poi andare a fare la prima voce ad Eurosport. Ripeto i meriti di Lo Monaco (che in questo discorso sostanzialmente non c’entra una mazza, ma la discussione è partita da un pezzo su di lui, quindi resta lui il riferimento) sono indiscutibili, ma il suo percorso è stato fortemente agevolato da condizioni favorevoli (buon per lui).
    Quanto descritto da Stefano Grazia, persona che ha avuto esperienza diretta con quel tipo di percorso, è la realtà: per avere una Scholarship a livello maschile devi essere, sostanzialmente, un giocatore già di alto profilo, devi avere un bagaglio formativo non proprio comune e sopratutto DEVI PAGARE.

  21. Nikolik

    Ma, Jo, scusa, ma, nell’intervista, Lo Monaco, molto onestamente, non ha certo detto di essere diventato telecronista di Eurosport per avere fatto il College USA (ma figuriamoci) o per avere fatto quel Corsini da 120 ore ( ma figuriamoci).

    Ha detto, molto onestamente, che lo hanno preso per via di un conoscente della madre.

    In tantissimi casi, per ogni carriera, è così, infatti: entri come ultima ruota del carro, come praticante, come stagista, grazie a qualcuno che conosci; poi, una volta dentro, sta alle tue capacità cogliere l’opportunità che ti è stata regalata ed affermarti è lì non ci sono conoscenze che tengano.

    Per Lo Monaco è successa la ssa cosa: è entrato grazie ad una conoscenza e poi si è affermato perché è bravo.

    Il College USA?
    Ma dai…
    Meglio non dire niente…

  22. Se posso dire la mia, dal momento che ho scritto l’articolo, ho fatto l’esperienza nei college USA e mando ragazzi con borse di studio sportive negli Stati Uniti per lavoro, vi posso dire che le opportunità esistono. Come giustamente detto, sono molto di più per le donne che per gli uomini, ma questo non vuol dire che non ci siano. Inoltre, non sono da sottovalutare le università americane apparentemente sconosciute in Italia: ci sono parecchi istituti poco noti ma dove si può giocare con buoni allenatori e comunque prendersi una laurea interessante. Ovviamente non tutti possono andare a Stanford e a Pepperdine, ma questo non vuol dire che non ci siano tante altre università dove si possa fare un’ottima esperienza.

    Siamo ben lontani dal “non ci sono borse di studio”. Posso essere d’accordo che le full siano rarissime ma, facendo i conti, anche con un 60/70% si arriva a spendere non molto di più che in Italia calcolando università, allenamenti, tornei e attrezzatura varia.

    Buona serata!

  23. stefano grazia

    Mah, Corrado … il discorso e’ appunto QUALI universita’/\… e’ piu’ giusto andare a Syracuse senza tennis e spendere l’ira di dio (e mi vergogno solo a pensare alle cifre) dove pero’ se esci hai un 93% di possibilita’ di trovare un lavoro da oltre 50.000$ all’anno o e’ piu’ giusto andare a Chattanooga Choo Choo con una mezza scholarship e si, giocare anche a tennis, in Division II o III, e poi quando esci, l’unica chance che hai e’ continuare nel tennis come maestro o coach? E’ un bel dilemma e francamente io probabilmente avrei scelto di giocare per vivere l’esperienza (e l’atmosfera) del college vissuto come atleta… E una volta finito, avrei dovuto magari continuare a studiare (non dimentichiamo che i Liberal Arts and Science College non ti danno una vera laurea, sono prep-school nel senso che sono PREPARATORIE ad un vero Corso di Laurea tipo Medicina o Legge o Ingegneria … E’ tutto un altro mondo la’ fuori, direi quasi una jungla, e sicuramente, lo ripeto, io avrei fatto, anche col senno di poi, carte false per vivere quel certo tipo d’esperienza (fossi nato 40 anni dopo magari sarei andato in un college dell’Oregon con una scholarship per il rugby … e intendo cioe’ che probabilmente sarei riuscito ad entrare in un Team ma avrei dovuto pagare la retta o parte di essa, ma ehy, sarei stato un atleta in un college americano, mi sarei auto-illuso di essere il protagonista di un film, e avrei vissuto 4 anni indimenticabili … Pero’ avrei dovuto studiare e poi iscrivermi davvero a una Med School …)… E comunque bisogna stare attenti a non dare informazioni che possano creare false illusioni… Ci sono College e College e cosi’ come non e’ necessario andare a Yale, Harvard, Stanford o anche Syracuse ma ci sono anche ottime Universita’ Statali, ci sono anche un sacco di colleges che daranno titoli che in Italia e nel Mondo in genere avranno il valore della carta straccia, soprattutto in Italia dove non sono riconosciuti … Cioe’ se uno va al College perche’ dopo vuol giocare a tennis o fare il maestro o il giornalista, vabbe’, ma se vuole fare altre cose e soprattutto TORNARE IN ITALIA, e’ meglio che si informi bene prima se poi il suo titolo di studio avra’ valore o se comunque dovra’ iscriversi comunque all’universita’ italiana … Mio figlio ha scelto Syracuse e lui dice di averla scelto, rispetto alle altre, per l’Education ma secondo me il fatto che non avesse il tennis ha contato in un qualche modo … 🙂 poi, certo,non so manco se riuscira’ a finirla, quanto ci dovra’ restare, quanto alla fine ci verra’ a costare, se ne sara’ davvero valsa la pena… Io intanto ho dovuto spostare di 4 anni i miei sogni di pre-pensionamento … :):):)

  24. Purtroppo mi dispiace leggere tante informazioni non corrette, perchè poi finisce che la gente ci crede davvero. Ribatterò una ad una, perchè stasera ho un po’ di tempo:

    – Per la maggior parte dei ragazzi andare a Syracuse senza borsa di studio non è neanche un’opzione, quindi sono molto felice di sapere che voi avete quella possibilità, ma non si parla della stessa scelta. E’ una scelta completamente diversa quella che stiamo facendo qui. Sono d’accordo sul fatto che Syracuse sia un’ottima università e, se svolta bene, dia molte più possibilità della maggior parte delle altre università una volta laureati. Ma il problema di fondo è che tanti ragazzi non hanno proprio la possibilità fisica, in Italia, di allenarsi a livelli alti e studiare nello stesso momento. A volte lo studio è secondario, dunque si cerca un’università che dia priorità al tennis; alle volte lo sport viene dopo, quindi bisogna trovare un’università migliore dal punto di vista accademico, sapendo che bisognerà sicuramente spendere di più. Spesso non esiste la possibilità di pagare appieno una retta, men che meno in un un’iversità come Syracuse.

    – Nel tuo intervento vengono confusi i college di due anni che danno gli Associate Degree e i college regolari, con laurea quadriennale che danno i Bachelor of Science. Io parlo solo di questi ultimi, quindi la possibilità di finire in uno degli altri, che può comunque essere una rampa di lancio verso un’università migliore (quindi da non sottovalutare) è ridotta al minimo e sempre discussa approfonditamente. Non confondiamo i tipi di lauree.

    – Sia ben chiaro che io ho moltissimo rispetto per le università italiane, che considero, come livello accademico, tra le migliori al mondo. Per quanto riguarda il riconoscimento mondiale, però, una qualsiasi laurea italiana non è diversa da una laurea americana, anzi quest’ultima, grazie al fatto che è stata completata in inglese facendo al tempo stesso sport a livello alto, è comunque valutata molto bene.
    Come dici giustamente, le lauree americane non sono direttamente riconosciute in Italia, e questo può essere un limite oggettivo se una persona, per lavorare, deve iscriversi a un albo o iscriversi a un concorso pubblico (tra l’altro il riconoscimento si può fare, ma non vi tedierò con i dettagli). Per la maggior parte dei lavori, tuttavia, che arrivano dal settore privato, la provenienza della laurea è ininfluente. Te lo confermo io che sono ingegnere laureato negli Stati Uniti e assunto regolarmente in Italia da un’azienda privata.

    Detto questo, è semplice parlare per chi può permettersi entrambe le scelte, o per chi non ha molta passione per il tennis e dunque decide, a conti fatti assolutamente benissimo, di andare a Syracuse pagando la retta intera. La scelta di cui parlo io è fatta per chi vuole continuare a giocare a un buon livello, fare un’esperienza bellissima negli Stati Uniti, imparare l’inglese, maturare, laurearsi e crearsi un futuro che si spera sarà migliore, o almeno diverso, da quello che si sarebbe creato in Italia. Il tutto pagando, sempre nella migliore delle ipotesi, non più di quanto pagherebbe in Italia (nel caso degli uomini; per le donne molto meno).

    Buona serata!

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