Massimo Puci: “Più pressione per Donati? E’ il bello di essere più forte”

di - 15 Aprile 2015

Matteo Donati - ATP Napoli

di Alessandro Mastroluca

Ha giocato la prima finale Challenger in carriera. Ha guadagnato 107 posizioni. E’ entrato per la prima volta in top-250, al numero 247. Matteo Donati è la vera rivelazione del tennis azzurro in questo primo terzo di stagione. Dopo i problemi fisici che l’hanno frenato nella parte finale del 2014, quest’anno ha iniziato a giocare solo a marzo, in Nordamerica. Dopo i quarti al Challenger di Drummondville, “Donats” onora al meglio la wild card a Napoli. E’ un salto di qualità che gli spalanca nuove prospettive. Ne abbiamo parlato con Massimo Puci, lo storico coach di Andreej Golubev, che dal 2012 segue e guida la crescita dell’alessandrino al Match Ball di Bra.

Su cosa vi siete concentrati, in particolare, nel corso della preparazione invernale?

Abbiamo fatto una scelta coraggiosa, quella di fermarci tre mesi per lavorare a Bra in inverno: e devo dire che la scelta ha senza dubbio pagato. Dal punto di vista tecnico, abbiamo lavorato sul servizio, sul dritto, sul backspin di rovescio, le situazioni di difesa. Abbiamo fatto un po’ tutto, non abbiamo insistito solo su un colpo o su un aspetto, nessun lavoro lunghissimo su un colpo solo. È stato un grande lavoro di squadra, quello invernale, coordinato da Pino Carnevale, con i preparatori Maurizio Di Sano e Emilio Fantoni, che non si sono fermati nemmeno a Natale, Santo Stefano e Capodanno. Abbiamo diviso più che altro il lavoro a giornate, in ciascuna abbiamo dedicato un po’ più di attenzione a un aspetto: una volta il servizio, una volta il cesto per dritto e rovescio, una volta le situazioni tattiche, i punti, e così via.

A proposito di tattica, quali schemi avete perfezionato?

Tutti i colpi di inizio gioco. Il servizio, su cui abbiamo svolto un lavoro certosino con tre sedute dedicate a settimana, la risposta, e il primo colpo in uscita in entrambe le situazioni. È importante, per un ragazzo col tennis di Matteo, avere uno schema standard, delle sicurezze con cui impostare il gioco. E i miglioramenti si sono visti. Abbiamo migliorato le rotazioni dal lato destro, lavorando molto sullo slice, e insistito molto su tutte quelle situazioni in cui, soprattutto sul veloce, Matteo serve piatto e si trova in uscita la palla che gli torna indietro molto presto.

Come è organizzata la giornata di allenamento di Matteo?

La mattina si va in campo dalle 8 a mezzogiorno. Un’ora e tre quarti tennis, poi un’ora e tre quarti di atletica, o viceversa, e in mezzo una pausa per uno spuntino. Per quanto riguarda la parte atletica, la mattina, quando è più fresco, cerchiamo di concentrare gli esercizi sulla forza, sulla velocità. Al pomeriggio, dalle 15,30-16 fino alle 18,30-19. Per la parte tennistica, se la mattina abbiamo fatto cestino, al pomeriggio facciamo palleggio e viceversa. Mentre per la parte atletica facciamo soprattutto corsa, attività aerobica.

Matteo Donati, Chicco Porro e Massimo PuciMatteo ha fatto buonissimi risultati, in questo 2015, sia sul veloce sia sulla terra rossa: c’è stato qualche lavoro specifico di adattamento al rosso?

Matteo ha caratteristiche più offensive, non ha particolari rotazioni sul rovescio, quindi sulla terra gli tocca prendere qualche rischio in più, mentre col dritto muove bene il gioco su entrambe le superfici. Non ha un buonissimo gioco di volo, però lo costruirà nel tempo. Dal punto di vista del nostro lavoro, a parte un po’ più di attenzione al rovescio, non c’è stata nessuna preparazione specifica. Per esempio dopo la finale di Napoli, abbiamo cercato di concentrarci un po’ sulla smorzata di rovescio, una variazione che gli serve per togliere sicurezza all’avversario. Ma sempre nell’ambito di un percorso complessivo: il lavoro su questi aspetti specifici pesa per il 30%.

Quali saranno le sue prossime tappe?

Ora farà Vercelli, Torino, le prequali a Roma, poi se entra le quali al Roland Garros, altrimenti Ginevra

Dove può arrivare, secondo te, Matteo?

Non posso fare previsioni di classifica, ci sono troppi aspetti, troppe variabili.

Massimo Puci e Matteo DonatiPerché tu la possa definire una stagione positiva, che 2015 deve essere?

All’inizio dell’anno, quando ha fatto secondo e terzo turno nei due Future in Canada io ero comunque molto fiducioso. E lo dicevo anche al nostro addetto stampa, che cura il sito e la pagina Facebook: “Matteo sta giocando molto bene”, gli dicevo, “presto farà un grande risultato”. E così è stato. Ora ha molte meno lacune di 2-3 anni fa, ha fatto bene sulla terra, dove ha vinto 4 Future e raggiunto la finale a Napoli, anche se è un giocatore più da cemento, perché quando uno gioca bene, gioca bene dappertutto. Per il 2015, potrei ritenermi soddisfatto se tra Wimbledon e gli Us Open iniziasse a stare stabilmente nel gruppone di quelli che contano, di quelli che programmano la stagione guardando la colonna sinistra del calendario ATP (i tornei del circuito maggiore, ndr), e non i Challenger o i Futures. Io rimango molto ottimista, perché Matteo è il classico ragazzo che se può fare 10, fa 11.

C’è un fattore, un dettaglio, un aspetto che ha fatto scattare qualcosa, che ha reso possibili i grandi miglioramenti di questo inizio di stagione?

Una chiave di volta c’è. Quest’anno, dopo quattro anni di fila con lo stesso modello, e dopo due che glielo chiedevo, ha deciso di cambiare racchetta. È rimasto sempre con la Head, ma è passato dalla Prestige a un modello col piatto corde più grande, che gli permette di spingere di più anche quando non colpisce proprio nel centro. E per lui che anticipa molto in risposta, è fondamentale per poter esprimere il suo gioco.

Nel suo percorso di crescita, gli ha fatto bene che molte delle attenzioni e delle aspettative si siano concentrate soprattutto su Quinzi?

Quinzi ha vinto il torneo junior di Wimbledon, e non è una cosa che riesca proprio a tutti, è normale che ci sia un po’ più di attenzione su di lui. Per Matteo penso che sia stato un vantaggio, perché lo ha stimolato a dare di più e allo stesso tempo gli ha permesso di lavorare con tranquillità. E in campo si vede, Matteo gioca con la serenità di chi sa che ha fatto tutto in quello che per lui è il migliore dei modi, senza nessuno stress particolare. È un po’ come a scuola, se hai studiato e sei preparato, vai all’interrogazione sicuro, se no devi sperare che vada tutto bene. Sperare non basta. Adesso che i risultati cominciano ad arrivare, bisogna essere pronti anche a sentire un po’ di pressione: in fondo è questo il bello di diventare più forte.

C’è qualcosa di simile, qualche affinità tra il lavoro con Donati e quello che hai fatto negli anni passati con Andrej Golubev?

In realtà no, perché sono due giocatori molto diversi, e con Matteo sto impostando il lavoro in maniera completamente differente. Andrej ha qualità esplosive, Matteo è più un ribattitore. Andrej ha cambiato il rovescio da due a una mano a 18 anni, e in risposta lo gioca molto in back, per cui si allenava molto per sviluppare questo taglio, mentre quando risponde di dritto “la sfascia” la palla. Con Matteo, sulla risposta di rovescio ha bisogno invece di caricare di più, per entrare e spingere sulla diagonale. Anche al servizio, poi, hanno impostazioni diverse. Certo, l’esperienza che ho fatto nel portare Andrej da junior a pro mi è comunque servita per evitare di ripetere con Matteo gli stessi errori.

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