Intervista a Franco Merlone

di - 4 Giugno 2013

di Gianfilippo Maiga

NOTA BENE: Franco Merlone risulta avere un best ranking di numero 224 secondo il sito ufficiale Atp. Lo stesso Merlone ha dichiarato di aver raggiunto i top-100 al giornalista Gianfilippo Maiga, confermando ogni riga dell’intervista pubblicata.

Chi si ricorda di Franco Merlone? Io, anche se non sono sicuro di essere in folta compagnia. Nato (1957) e cresciuto in un’epoca senz’altro molto meno mediatica e tecnologica di questa, è stato presto un grande, (primi 100 a 22 anni), ma ha avuto la sfortuna di condividere il palcoscenico del tennis italiano con la nidiata di mostri con cui abbiamo vinto la Coppa Davis, a volte frappostisi fra lui e la luce dei riflettori più con l’ombra del proprio mito, che con la propria condizione tennistica. Pensate se fosse nato in qualsiasi periodo successivo a quello: avrebbe avuto certamente più soddisfazione, vista la pochezza del nostro tennis, e – se fossimo al giorno d’oggi – live scores e riprese televisive. Non è stata, questa, davvero l’unica sfortuna di Franco, come si vedrà dall’intervista, né forse la peggiore. Franco è una delle tante eccellenze del nostro tennis smarrite dal nostro sistema per strada, è disponibile e desideroso di entrare in campo.

Tu sei un tennista nato con le racchette di legno e poi passato a strumenti diversi. Come ti sei formato?
Torinese, mio padre aveva in gestione dei campi pubblici al Parco della Pellerina e quindi avvicinarmi al tennis è stato naturale. Questo è stato l’unico mio vantaggio di partenza, se tale si può definire, unitamente al fatto che sin da bambino passavo 5 ore al giorno a giocare contro il muro senza rompere i vetri delle finestre circostanti. Mai, invece, ho avuto un maestro o un allenatore. Sono completamente autodidatta. Sembra proprio però che io fossi un talento naturale, se è vero che a 11 anni battevo regolarmente i 14enni. Venni notato e aiutato, da quell’uomo eccezionale che era il presidente del tennis Monviso, che mi finanziava i tornei. In quel periodo avevo raggiunto ( e sciaguratamente perso per emozione) la finale della Coppa Porro Lambertenghi, (contro il siciliano Cappello), che allora era under 14. Quando ero considerato una promessa ( e nel mio piccolo godevo anche di una certa stampa) mi sono infortunato: un problema alla spalla che ha risolto il medico di Maradona con un’iniezione, ma che mi ha tolto in pratica l’attività nei 2 anni dell’under 16. Al mio rientro, sono riuscito comunque ad avere buoni risultati, vincendo i campionati italiani under 18 e da under 20 giungendo 2 volte in finale al Bonfiglio, (credo che nessuno ci sia mai riuscito), che allora era un torneo under 20, contro Ocleppo (77) e Lendl (78). Ricordo in particolare la finale contro Lendl. Quel tipo (per niente) ameno soffriva il mio gioco, tanto da essere sotto 2 set a 1, (si giocava al meglio dei 5 n.d.r.). Dopo il riposo del terzo set, che  Lendl che aveva perso 60  e in cui sembrava trascinarsi penosamente nel campo, il ceco è riemerso dallo spogliatoio che pareva un altro, completamente rivitalizzato. Sarà stato il riposo…..In quegli anni, allora sì, ero sempre in Nazionale: Coppa De Galea e Coppa del Re, per menzionare le principali manifestazioni giovanili. Insomma, sembravo proprio ben avviato.

Sei arrivato presto nei primi 100 (intorno all’80esima posizione) a 22-23 anni e sei stato riserva in Coppa Davis? Cosa ti ha impedito di andare oltre?
Come sempre un insieme di fattori. Innanzitutto, la mia indole. Tennisticamente, non mi mancava nulla e i miei risultati erano dovuti al mio tennis. Come oggi so bene,però, il braccio non basta. Occorrono anche alcune altre doti, tra cui una forza di volontà e una voglia di lavorare, di allenarsi, che io, giocatore talentuoso, non avevo in misura adeguata. Per fare un confronto, il mio opposto – se così posso definirlo – era Ocleppo. Dotato di un buon dritto, era tutto meno che un giocatore naturale. Da junior, prima della finale del Bonfiglio del 1977, lo avevo battuto 11 volte su 11 incontri, per la disperazione del suo entourage familiare, che lo aveva spedito presso le più importanti ( e costose ) Accademie perché riuscisse prima di tutto a battere me e poi ad avere successo nel tennis. Se è vero che da un punto di vista tennistico Ocleppo era tutto da costruire, (e forse un tantino avrebbe dovuto lavorare a mio parere anche sui rapporti umani in campo e fuori) in compenso caratterialmente “chapeau”! Era davvero un grandissimo lavoratore: con la forza di volontà è stato in grado di raggiungere una classifica mondiale molto elevata, che io avrei potuto toccare se avessi aggiunto, tanto per dire, un paio d’ore ogni giorno ai miei allenamenti. Poi, certo, a suo vantaggio c`è stata una certa mancanza di pressione che ti viene dal fatto di avere le spalle finanziariamente coperte, un po’ come Gulbis: se va va, se no…pazienza! Un altro elemento è stata la mia solitudine tennistica. Non avere un allenatore non vuol dire solo non avere una guida tecnica, ma anche qualcuno che ti aiuta psicologicamente o che ti indica la strada da seguire giorno per giorno, per quanto questa da fuori possa sembrare ovvia. Qualcuno si era interessato a me, perché avevo ricevuto più di un giudizio lusinghiero. Tra tutti Tiriac, che si era offerto di allenarmi, ma mi aveva chiesto in pratica il 50% di quello che guadagnavo. Poiché il resto andava via in tasse e spese per i tornei, non me la sono sentita di restare senza un soldo, e forse ho sbagliato. A volte mi dico che se avessi accettato la mia carriera avrebbe avuto una svolta. Da ultimo, anche se non sono certo che sia questo il fattore che meno ha pesato, mi ha distrutto psicologicamente il restare sempre alle soglie della squadra di Davis, senza mai veramente entrare. I mostri sacri mi parevano come un muro invalicabile, anche in occasioni in cui sentivo di meritare un posto in squadra. In settembre 1980 incontravamo l’Australia e avevo appena battuto Frawley e Dent a Palermo , dove avevo perso in semifinale con Vilas. I grandi, (Panatta e Barazzutti), non erano in un momento di grande forma, ma il Capitano Vittorio Crotta non se la sentì di non schierare un giocatore tra i primi 10-15 al mondo a vantaggio di uno che quella settimana avrebbe raggiunto il suo best ranking vicino alla ottantesima posizione. Palermo non era stato naturalmente l’unico torneo dove avevo avuto risultati di qualche rilievo. Ricordo anche, tra gli altri, i quarti alla Cuore Cup (torneo di Milano n.d.r.)., vinta da Borg, in cui avevo battuto Gimenez e mi ero arreso a Gene Mayer. Dopo quei successi incoraggianti, tuttavia, molto per delusione, è iniziata la mia discesa. Non è stata una rotta: ho ancora avuto modo di togliermi più di una soddisfazione, tra cui nell’82 la vittoria in 3 tornei a  Ginevra (2) e Nyon in Svizzera, con un montepremi da 50,000 $, battendo in finale 2 volte a Ginevra un certo Hlasek. Sceso di classifica, ero andato in Florida a mie spese, per giocarvi Satelliti da 50,000 $. Avevo in quello’occasione avuto una sfiga imperiale nei sorteggi, racimolando due miseri punti ATP, guadagnando 200 $ a settimana per spendere 10 milioni di lire in due mesi! Troppo! Ho iniziato a ridurre la mia attività internazionale a favore per esempio di una pur più che dignitosa, ma senz’altro nel breve più remunerativa, attività a squadre, (vinsi la A), a “lavorare”, insomma…

Poiché hai disputato molte partite nei “quartieri alti” e sei stato vicino alla Nazionale, hai incrociato molti personaggi dell’epoca.
In effetti, tra attività da junior e da professionista, mi è capitato di conoscere molti protagonisti. Intendiamoci: conoscere, non diventare amici. Nel mio mondo le gelosie, gli interessi personali, o anche solo l’essere arrivati creavano barriere che rendevano l’amicizia difficilmente possibile. Panatta, per esempio, che come Capitano di Davis aveva un carisma pazzesco, prima ancora che una autentica capacità di leggere i match, da giocatore era inavvicinabile, poiché era sempre circondato da un codazzo di giornalisti. Barazzutti, pur molto più semplice e in complesso diverso da Panatta, era a sua volta più di frequente  per conto suo che disposto a “cazzeggiare” con i più giovani come me. Non c’erano neppure consigli da loro, per noi. Se devo spezzare una lancia, lo faccio volentieri a favore di Tonino Zugarelli, bravissimo, (27 del mondo atp e finalista agli Internazionali d’Italia), anche se molto meno acclamato degli altri, ma soprattutto cordiale e aperto. Va detto che questa aura di inavvicinabilità, prima dell’avvento di Federer e Nadal, era propria di molti, se non tutti, grandi campioni. Borg arrivava ai tornei con le guardie del corpo, (!), Lendl, forse perché impregnato della sua cultura di uomo del dell’est, non sembrava proprio una bella persona, ma piuttosto un freddo disposto a uccidere per vincere. Nello spogliatoio difficilmente sarebbe stato possibile scambiare due parole, come sembrerebbe ovvio, con i personaggi di cui abbiamo parlato. Era forse possibile con Mc Enroe, peraltro davvero insopportabile sul campo, ma io non parlavo l’inglese… C’erano comunque le eccezioni. Nastase, anche se sul campo era capace di qualsiasi cosa, delle pantomime più inverosimili con arbitri pubblico e racchette, o con l’avversario stesso, pur di deconcentrarlo nei momenti di difficoltà, era comunque simpatico e disponibile. L’uomo di cui però mi sento di tessere le lodi era Guillermo Vilas, campione non solo di tennis, ma anche di umanità, di correttezza e educazione e, lui sì, disposto a dare consigli disinteressati a chi ne aveva bisogno

Che tipo di giocatore eri?
Piuttosto istintivo, e sapevo fare un po’ tutto. Avevo la mia arma vincente in un gran diritto piatto, piattissimo, la cui traiettoria riuscivo a nascondere molto bene e che giocavo anche a sventaglio. Il mio schema preferito era quello di preparare il punto con il rovescio in back e poi colpire con il dritto.

Qual è stata la tua attività dopo la carriera professionistica?
Piuttosto movimentata com’è nella mia natura itinerante, direi. Negli ultimi 12 anni ho gestito diverse accademie, in Piemonte ( a Rivoli, in un circolo che non c’è più), in Liguria, (Toirano, a Pietra Ligure), in Sardegna a Porto Torres, dove sono particolarmente soddisfatto dei risultati raggiunti, e in Lombardia sul Lago Maggiore. Recentemente avevo fatto una scelta di vita: vivere nella Repubblica Dominicana, dove volevo stabilirmi con la mia famiglia e dove avevo iniziato a seguire un interessante progetto tennistico con ragazzi promettenti del posto. Purtroppo mia moglie si è gravemente ammalata. All’inizio ho provato a resistere, ma le cure erano carissime e tutte le spese sanitarie a mio carico. Non ce l’ho fatta e 20 giorni fa sono rientrato in Italia. Al momento sono in Sardegna, dove mia moglie può essere curata in un centro altamente specializzato, ma sto anche cercando un lavoro e – come sempre – siamo disposti a muoverci.

Qual è il tuo sogno nel cassetto?
Anche se il lavoro è necessario e quindi si deve essere disposti a considerare ogni opzione, io mi sento particolarmente adatto a formare ed allenare i giovani che intendono dedicarsi all’agonismo, magari inculcando loro quella mentalità che nessuno mi ha fatto acquisire compiutamente quando giocavo. L’errore che commettono molti genitori è pensare che per i propri figli l’avere buoni colpi sia risolutivo per riuscire nel tennis, ma non è così. Contano mille altri fattori, testa e programmazione in primis. Questo è particolarmente vero nel mondo del tennis maschile, dove la concorrenza è incredibile. Credo che oggi la differenza tra tennis maschile e tennis femminile sia vistosa: tra gli uomini c`è sempre meno spazio per le esplosioni giovanili e le punte di livello assoluto sono tante, alzando di molto l’asticella del movimento. Fra le donne di punta oggi mi pare ci sia un vuoto, tolte forse la Williams, non certo una novità, e la Sharapova ma forse, proprio per questo, più possibilità, a patto di non lasciare nulla al caso.

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