Riccardo Perin: “Mi ispiro a Rafa Nadal”

di - 24 Settembre 2014

Perin

(Riccardo Perin, al centro, con il maestro Ciro Cardone, a sinistra, e Giancarlo Petrazzuolo)

di Fabio Ferro

Riccardo Perin è Campione italiano Under 14 in singolo e in doppio, Campano, di Vico Equense, si allena a Torre del Greco con Giancarlo Petrazzuolo e Luigi Esposito ed è tesserato per Il Circolo Canottieri Aniene. La Federazione lo segue con vivo interesse, già da qualche anno, perché rappresenta una delle promesse per il futuro azzurro. A dispetto della sua giovane età, è un ragazzo che sa ciò che vuole e lavora dura per ottenerlo. Molto deciso, soprattutto in campo, dotato di una ottima intelligenza tattica, gioca un tennis completo. Fuori dal campo è un ragazzo semplice, simpatico e spigliato, ma soprattutto umile.

Dove hai iniziato a giocare e quando? Chi ti ha seguito fino ad oggi?

Ho iniziato a giocare a Vico Equense, dove sono nato, perché avevo un campo a casa e giocavo con mio padre per divertimento. Avevo circa sette anni e non seguivo ancora un corso di tennis. A 8 anni mi iscrissi per la prima volta per seguirne uno, con il Maestro Gianluca Zaccara, giocavo 2 volte a settimana e partecipai al primo torneo della mia vita. Successivamente mi trasferii a Torre del Greco dal maestro Alberto Sbrescia e giocavo 4 volte a settimana, ma contemporaneamente giocavo anche a calcio altre due volte a settimana. Decisi per il tennis perché era un ambiente più sereno e mi sentivo più a mio agio. Ho giocato poi, sotto la guida dei fratelli Carrese, mentre dall’anno scorso, sono tornato ad allenarmi a Torre del Greco, seguito da Giancarlo Petrazzuolo e Luigi Esposito, persone con le quali mi trovo benissimo.

Hai vinto i campionati italiani esprimendo un tennis concreto ma anche bello. Come è andata esattamente? Ci sono state partite più significative per te?

Non ero molto convinto all’inizio, perché la settimana precedente ai campionati non riuscivo ad esprimere un tennis che mi soddisfacesse, non mi sentivo tennisticamente in forma. Appena cominciato il torneo, però, ho ritrovato il mio gioco e le prime partite le ho vinte giocando maniera semplice e concreta, facendo quello che dovevo fare, evitando sbavature e cercando di non dare opportunità agli avversari. In semifinale, invece, penso di aver giocato la partita migliore del mio torneo, contro un avversario davvero forte, il lombardo Bosio. Ormai ero in fiducia con il mio tennis e sentivo di potercela fare fino alla fine. In finale ho giocato contro De Bernardis, un ragazzo umbro, e, sulle prime, mi ha spiazzato perché è entrato in campo giocando un tennis tutto fatto di vincenti e sembrava non temere la partita. In quel frangente, anziché abbattermi e lasciar andare, ho pensato che dovevo resistere e riuscire a trovare un varco nel suo gioco. Così è stato e dal 1-2, mi sono trovato 6-3/5-0 nel secondo. Un piccolo momento di incertezza mia, ma soprattutto per sua bravura, ci ha creduto e si è rifatto sotto fino al 5-3 e palla break. Poi sono riuscito a venirne fuori con un approccio a rete a salvare il game e vincere la partita. Ho rischiato di subire un suo ritorno definitivo in partita, ma è andata bene. È stata davvero una grossa soddisfazione, mi dà carica per il futuro.

L’esperienza del doppio. Ti piace il doppio? Pensi che sia una disciplina importante? Come hai gestito la stanchezza dovuta al doppio impegno nel campionato?

Il doppio anche l’anno scorso l’ho giocato con Riccardo Di Nocera, un ragazzo di Napoli che conosco molto bene. Mentalmente è stato più facile, perché hai un compagno di squadra e ti diverti di più. Di stanchezza ne ho avvertita, specie quando in un solo giorno abbiamo giocato ottavi di singolo, quarti di singolo e quarti di doppio. Gli ottavi di singolo sono stati molto impegnativi, ma nei quarti ho servito proprio bene e questo mi ha aiutato a stare meno in campo e recuperare energie per il doppio. A me piace il doppio, è una sensazione diversa perché nel tennis non si è molto abituati a stare in due in una metà campo. Nel bene e nel male si gioca insieme, non dipende mai solo da te, ma con il giusto compagno ti diverti e puoi giocare un tennis di buon livello.

Perin festeggia titolo italiano

Se qualcuno ti chiedesse di descrivere il tuo gioco cosa diresti?

Cerco sempre di comandare il gioco con il dritto e poi se posso andare a rete a conquistare a rete il punto, ci vado. Mi adatto alla situazione se c’è da stare dietro a faticare e ad aspettare l’occasione, ci sto e costruisco il punto. Mi piace anche correre. La rete mi piace, spesso faccio anche serve&volley, soprattutto se sono in giornata con il servizio.

Il tuo sport ti porta a viaggiare tanto, come vivi le trasferte all’estero?

Sinceramente penso che sia una bella cosa cominciare a viaggiare già a questa età, conosci tanti posti e fai esperienze diverse, soprattutto in Europa. Certo, bisogna rinunciare qualcosa, soprattutto al tempo, per sé stessi e per stare con gli amici, ma ho scelto io di giocare a tennis e non la vivo mai come una imposizione. Mi piace, difficoltà vere non ce ne sono. Forse solo adattarsi alle abitudini alimentari degli altri paesi è un po’ difficile, visto che dobbiamo alimentarci per poi scendere in campo. È strano, ad esempio, in Olanda non mi sono trovato granché bene, mentre in paesi come la Romania ho trovato abitudini alimentari che mi soddisfacevano.

Perin allenamento

Come tutti i tennisti avrai un idolo tra i professionisti, chi?

Sinceramente, come gioco, tutti ci ispiriamo a Federer, ma come mentalità mi ispiro a Nadal, con il suo modo di interpretare le partite e la sua caparbietà nel saper stare in campo anche nelle situazioni difficili. A quei livelli non ce ne è uno bravo o uno meno bravo. Ad esempio, anche Ferrer, che ha meno talento rispetto agli altri, ma con il lavoro e l’impegno ha raggiunto livelli altissimi per diversi anni. Mi piace anche Jerzy Janowicz, uno che, dal nulla e da solo, è arrivato in finale a Parigi Bercy, dopo ha avuto un calo, ma gioca ancora molto bene. Anche Kirgyos penso sia forte, ha battuto Nadal a Wimbledon. È vero, giocavano sull’erba, ma Nadal va battuto mentalmente prima ancora che con il gioco, indipendentemente dalla superficie sulla quale si giochi.

Visto che sei parte integrante del vivaio italiano del tennis, ci sono giocatori italiani che ti piacciono?

A me sia Fognini che Bolelli mi piacciono molto. Ora Bolelli sta tornando ad alti livelli e contro Federer ha giocato proprio bene. Ha fatto un gran lavoro di recupero. Fognini ha un po’ un atteggiamento di sufficienza e alle volte sembra non abbia voglia. Ma credo che sia solo un modo di fare, perché è stato numero 13 del mondo e ora è sempre nella top 20 stabilmente. Se non hai le qualità tennistiche e mentali, lì non ci arrivi.

Per l’immediato futuro cosa hai in programma?

Ad ottobre comincio una nuova avventura e mi trasferirò a Bari per seguire un progetto federale dedicato agli unde. Non so dire ancora molto, perché sarà un contesto totalmente nuovo. La Federazione ha creato un’opportunità per concentrarci al meglio sugli allenamenti e consentirci, allo stesso tempo, un adeguato impegno per l’istruzione. Vedremo, penso andrà bene, ma mi dispiace lasciare i Giancarlo e Luigi, che mi seguono adesso, mi trovo davvero bene con loro e se vado a Bari è solo perché la Federazione investe su di noi ed è giusto approfittare.

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