Federico Ricci si racconta…

di - 2 Gennaio 2014

di Gianfilippo Maiga

Federico Ricci da quando ha 21 anni ha scelto di essere un allenatore di tennis, per circostanze e vocazione.

A differenza di molti ex-tennisti che, il giorno dopo aver appeso la fatidica racchetta al chiodo, si sono sentiti – non oso dire si sono improvvisati – allenatori, Federico ha seguito un percorso diverso, fatto di molte tappe, che gli ha permesso di “entrare” progressivamente nel suo mestiere, maturando tra l’altro esperienze importanti con tenniste di prospettiva come Lauren Davis (ex 3 al mondo junior e oggi 70 wta) e Beatrice Capra (21 enne usa, ex 8 al mondo junior), Jesse Levine, Henri Kontinen (finalista a Wimbledon junior) e Madison Keys (top 30 WTA).

Qual è la tua attività attuale?
Lavoro in Finlandia, alla Jarko Nieminen Tennis Academy (JNTA) ideata con Jarkko Nieminen e Veli Paloheimo, un ex giocatore finlandese di buon livello. Da molto tempo Jarkko mi chiedeva di accompagnarlo in un progetto che, nel suo Paese, si rivolgesse ai giovani e un anno e mezzo fa, dopo tanti anni in Florida, un po’ perchè stanco di vivere lì, un po’ perchè desideroso di nuovi stimoli professionali, gli ho detto di sì. Oggi mi occupo direttamente di Jarkko per una decina di tornei all’anno e per il resto dell’Accademia, una realtà che ospita una dozzina di junior, con 4 allenatori e 2 preparatori atletici: a regime ne dovremmo avere non più di 15, mantendendo un rapporto di 2-3 junior per allenatore. Gli junior (6 maschi e 6 femmine, tra cui in maggioranza finlandesi, il resto russi, estoni e un danese) vengono scelti ovviamente con criteri selettivi, ossia tra i migliori prospetti della loro nazione. Il budget annnuo è sui 45-50000 euro, ma il costo effettivo per ogni junior è di circa 15-20000 euro per gli allenamenti, cui va aggiunto il costo dei tornei (il costo totale è quindi stimabile in circa 30000 euro), perchè abbiamo sponsor che coprono la differenza. Il nostro rapporto è direttamente con gli junior e le loro famiglie e non posso quindi dire se dietro di loro ci sia il sostegno di qualche Federazione. Certo, ci sono Federazioni che comprendono di non avere le premesse per strutturarsi in modo autonomo e quindi si appoggiano ad una Accademia: quella estone, per esempio, coopera con noi. La nostra idea è, partendo da questa base, di creare un gruppo omogeneo di junior da seguire fino ai 21-22 anni, ossia aiutarli ad attraversare quel delicatissimo momento che segna il passaggio dalla dimensione di junior a quella professionistica. Giunto a quell’età, un giovane tennista si pensa possa aver raggiunto una posizione vicina al 150 al mondo, a partire dalla quale potrà pagarsi un allenatore privato e staccarsi almeno parzialmente da noi. E’ possibile che da quando i nostri junior cominceranno a frequentare stabilmente il mondo dei tornei professionistici il budget salga, ma non mi aspetto che l’incremento sia eccessivo. L’aumento è legato all’ovvia constatazione che i tornei junior maschili e femminili si disputano contemporaneamente nello stesso luogo; di conseguenza i costi di viaggio con un allenatore possono essere condivisi più facilmente tra i giocatori, mentre nei circuiti professionistici la formazione di gruppi di viaggio è più complessa. Fra gli altri aspetti che riguardano i costi professionali va ricordato anche che certamente occorrerà prevedere per esempio per chi si allena da noi almeno un mese di preparazione all’estero, dove si possa giocare sulla terra all’aperto, perchè in Finlandia questa possibilità è molto limitata per ovvie ragioni climatiche. Tra l’altro a questo riguardo entra in gioco l’Italia, perchè già collaboriamo con Claudio Pistolesi nell’ambito di una cooperazione piuttosto ampia, di cui un frutto recente è disporre della possibilità di alcune settimane di stage a Roma.”

Quali sono le tue esperienze trascorse?
Essenzialmente presso la Evert Tennis Academy, in Florida, un’Accademia che fa riferimento ai fratelli Evert e che affitta parte delle proprie strutture alla Federazione Statunitense di tennis per svolgere il suo programma di “players development”. Un aspetto da sottolineare è che le due organizzazioni, pur se totalmente indipendenti e separate, a volte creano interessanti interscambi, per esempio quando i giocatori dell’una si allenano con quelli dell’altra. Ero già stato 6 mesi da Bollettieri e conoscevo la Florida: mi si è poi presentata la possibilità di lavorare lì, pagato poco, ma in un ambiente professionale. Non devo aver agito male se, tappa dopo tappa, sono diventato in 10 anni il direttore responsabile di tutta l’Accademia. Degli americani si possono dire molte cose, ma non che la meritocrazia non sia il criterio premiante nel lavoro. Lì non conta da dove vieni, ma come lavori. Fra le esperienze più significative messe in atto in quel percorso annovererei l’affiancamento fra le parallele attività della Evert Academy e del  programma di “players development” della Federazione. Si è così ottenuto l’importante risultato di creare una forte sinergia fra i due ambienti; si è infatti offerta non solo come detto a giocatori di prospettiva la possibilità di avere sempre sparring validi, ma anche ai loro allenatori una grande opportunità di cross fertilization e di arricchimento personale. Paradossalmente, proprio la mia crescita professionale e economica, raggiungendo lì il traguardo massimo possibile, mi hanno indotto a non fossilizzarmi, a cercare nuovi sbocchi.

Puoi fare un confronto fra l’esperienza americana, quella attuale e eventualmente la realtà italiana in termini di scuola tennistica?
Direi che oggi parlare di scuola tennistica, che essa sia spagnola, americana o argentina sia inappropriato. Una volta effettivamente esisteva un modo di giocare “alla spagnola” o una “scuola americana” di tennis, ma al giorno d’oggi si può pienamente parlare di globalizzazione anche nel mondo del tennis. Questo lo dice non solo il fatto che, per fare un esempio, nessun allenatore o quasi alla Evert Academy sia Statunitense, (ci sono piuttosto sudamericani, un inglese, ecc. al momento), oppure il fatto che anche la JNTA sta fortemente cercando un allenatore internazionale da aggiungere al nostro staff  proprio per creare un background internazionale di cultura tennistica ma anche solo guardando i giocatori: chi può dire che i giocatori spagnoli giochino effettivemente come una volta, ricorrendo alle sole rotazioni e quasi esclusivamente sulla terra? Tutto è cambiato e chi allena ne deve tenere conto. Se Bruguera, per citare un nome, cresciuto tennisticamente da suo padre, volesse riproporre i suoi metodi di allenamento ad un giovane di oggi, non sono sicuro di quali risultati otterrebbe. La sfida per un allenatore è quindi oggi quella di essere aggiornato di fronte ad un mondo in rapido cambiamento. Personalmente non ho mai pensato veramente di ritornare in Italia, e quindi non posso dire di avere una conoscenza precisa del Paese dal punto di vista tennistico. Naturalmente ho ancora tanti contatti e più di qualche percezione: mi sembra che molto sia da fare per quanto riguarda la cultura del lavoro, sia dal lato degli agonisti e delle loro famiglie, troppo spesso non convinti fino in fondo del loro investimento e pronti a rimettere in discussione con una frequenza improduttiva, per non dire deleteria, il lavoro di un allenatore, sia dal lato degli allenatori, che non sempre hanno le competenze – o le motivazioni, o le idee – giuste. Naturalmente, ma non vale solo per l’Italia, c`è poi la questione economica, che non ha soluzione pratica: senza il budget di cui parlavo sopra, senza quindi un investimento estremamente significativo, arrivare, specialmente oggi, è molto difficile.

Cosa pensi del tennis giovanile a livello internazionale?
Il livello oggi è incredibilmente alto. Relativamente poco tempo fa ho avuto modo di seguire un Challenger, poi vinto da Jarkko Nieminen, in cui un ragazzo che accompagnavo ha disputato le qualificazioni perdendo all’ultimo turno, (risultato ottimo per un junior). Guardando gli incontri delle qualificazioni e di alcuni primi turni mi sono reso conto che, abbastanza spesso, un fondamentale per esempio come la risposta al servizio era più scadente in quella competizione che in tornei ITF junior di alto livello che avevo potuto osservare. La grande novità, oltre al fatto che tutti sono ben preparati, è che non ci si possono più permettere lacune tecniche evidenti. Non dico che la tecnica sia il solo elemento da porre al centro della costruzione di un tennista perchè i fattori da curare sono molti, (e quelli psicologici e fisici fanno le differenze maggiori ai piu alti livelli), ma per far capire il mio punto vorrei fare un riferimento al passato: difficilmente oggi un Jim Courrier con le sue caratteristiche tecniche o, arrivo a dire, un Edberg (con il suo dritto) potrebbero vincere un torneo del Grande Slam. Va aggiunto che la chimica che realizzandosi può portare un tennista a riuscire non è di semplice ottenimento: oltre naturalmente ad un ragazzo con la giusta predisposizione, occorrono un allenatore competente ed aggiornato e con voglia di fare, ma soprattutto in grado di capire il ragazzo che ha in mano e di valorizzare le sue capacità, una famiglia disposta a (e in grado di) investire e convinta del progetto, non preda della fretta e della smania del cambiamento, che può portare solo a grande confusione e alla fine a strani ibridi agonistici e infine la capacità di queste tre componenti di creare tra loro il necessario affiatamento. Mi è più facile per ovvi motivi parlare di allenatori e ammetto che già solo questo ingrediente è sempre più difficile da trovare tanto è vero che ho provato a assumere un coach per la nostra Accademia e devo confessare che la selezione è stata a dir poco complicata….Fra i giovani italiani in molti mi chiedono una valutazione su Quinzi, che si è messo in evidenza. L’ho conosciuto quando era piccolo e si è presentato in USA per la sua formazione tennistica. Premetto che in Quinzi vedo grandi potenzialità, e sembra banale dirlo oggi, e che ritengo che il giovane tennista possa senz’altro arrivare. Vorrei dire però che non è tanto sui risultati e sul suo tennis che mi baso per esprimere questa opinione, ma sull’osservazione del lavoro sin qui svolto e della sua crescita personale. I primi sono venuti certo per le sue qualità agonistiche, ma anche grazie ad una accortissima gestione della sua carriera. Il suo tennis, ma non potrebbe essere altrimenti,ha ancora diverse cose da sistemare e la vittoria a Wimbledon è figlia delle sue capacità ma anche di qualche circostanza favorevole: non bisogna quindi farsi troppo abbagliare da questi risultati nel proiettare il futuro di Quinzi. Io penso invece che il ragazzo ci sia soprattutto per la maturazione personale che ha avuto e che mi sembra di riscontrare. In questi anni ha invece saputo lavorare con grandissima disciplina ed è migliorato tantissimo in campo e fuori. Se mantiene questa linea io penso che abbiamo trovato un nuovo campione, che sia destinato ad essere nei primi 10, nei primi 20 o nei primi 50.

Avrai incontrato molti personaggi e avrai molti aneddoti da raccontare, visto il tuo punto di osservazione…
In effetti la galleria di fatti e personaggi a questo punto della mia vita professionale è veramente ricca. Un personaggio su tutti: Tom Gullikson e non per aneddoti esilaranti o eccentricità personali. Parlare con lui è stato per me come essere a scuola, come fare esperienza sul campo: dalle differenze tra allenare una donna o un uomo, alla gestione di genitori difficili, al fronteggiare situazioni psicologiche potenzialmente disastrose. Ci sono in giro personaggi come lui, che hanno vissuto esperienze vastissime e sono in grado di trasmetterle; è mia opinione che ascoltarli valga quanto affrontare direttamente i medesimi casi. Fra gli aneddoti vorrei invece ricordarne un paio che fanno capire quale stoffa personale, quale “carattere” si debba avere per essere dei numeri uno. Episodio numero 1: McEnroe e Lendl devono giocare un Senior Tour o un’
esibizione in Florida. McEnroe arriva da New York e ci chiama per allenarsi un paio di giorni in Florida da noi con un paio di nostri ragazzi. Lendl, che vive a 30 minuti dalla Evert Academy, un giorno di quelli chiama a sua volta un mio amico che lavora per la USTA per allenarsi con un paio di ragazzini forti americani che fan parte del programma USTA (Evert e USTA lavorano già nello stesso campus). Per caso i due rivali si trovano su due campi l’uno vicino all’altro. Io ero in campo con McEnroe e vedo Lendl che discute e si rifiuta di allenarsi perché se no McEnroe vede come si prepara e su cosa lavora!!! Incredibile, tutti e due avevano più di 50 anni ed era un partita-farsa! Ecco cosa vuol dire essere agonisti irriducibili! Episodio numero 2: Chris Evert gioca con due ragazzine quindicenni di livello nazionale dell’Accademia e le “suona”. Queste sono in preda ad una mezza crisi isterica per aver perso da una cinquantenne, ma la Evert a un certo punto non trova di meglio che zittirle con un: “calme.. avete perso da una leggenda!” Le pagine divertenti naturalmente non si fermano qui. Vorrei aggiungerne una per far capire come a volte nel comunicare si debba tener conto delle grandi differenze che ci possono essere nei riferimenti anche alla semplice vita quotidiana. Un coreano molto forte che allenavo (ha vinto 2 volte l’Orange Bowl e ora ha 15 anni) ha deciso di tornare in Corea quando ha saputo che lasciavo la Florida per la Finlandia. Mi è stato chiesto allora di coordinare il suo passaggio ai coach coreani. Quando arriviamo in Corea un gatto ci attraversa la strada e io per sfotterlo gli indico il gatto e faccio segno che loro – i coreani – i gatti se li mangiano. Il ragazzo, serissimo: “i gatti assolutamente no! Solo i cani!”. Vorrei chiudere su una nota più bella, ugualmente per me indimenticabile: l’espressione incantata di Lauren Davis quando ha visto per la prima volta spalancarsi davanti a lei la Rod Laver Arena dove gli australiani, sempre gentilissimi, sapendo che avrebbe giocato con Sam Stosur al primo turno degli Australian Open, le hanno permesso di allenarsi.

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