Sinner: “Quando il corpo ti dice stop devi accettarlo. Ora penso al rientro”

Matteo Cubadda
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Jannik Sinner - Dubreuil Corinne/ABACA/ipa-agency.net

Le parole di Jannik Sinner nell’intervista rilasciata a La Repubblica. L’altoatesino ha parlato dello stop per infortunio e del rapporto con il proprio corpo, ripercorrendo alcuni momenti significativi della sua vita, dalla separazione dalla famiglia a 13 anni e mezzo fino alla crescita che lo ha portato ai vertici del tennis mondiale. Spazio anche alla rivalità con Carlos Alcaraz, al ruolo dei genitori e alla volontà di costruire una carriera lunga, senza perdere di vista le proprie priorità.

Lo stop per infortunio e il rapporto con il proprio corpo

Il periodo lontano dai tornei non ha allontanato Sinner dal tennis. L’azzurro ha continuato a lavorare in campo e in palestra, trovando anche il tempo per dedicarsi ad attività che durante la stagione agonistica passano inevitabilmente in secondo piano. “Non ho fatto nulla di insolito, se la domanda è cosa ho scoperto di nuovo in questo periodo lontano dai tornei la risposta è niente, ma senza annoiarmi. Sono andato a Monza a vedere la F1 e a Milano alla sfilata di Gucci, ho giocato un po’ di più alla Play e ho iniziato a leggere un libro di 600 pagine, Io uccido, di Giorgio Faletti”. La pausa non è stata un’occasione per staccare completamente la spina. Sinner ha proseguito il lavoro quotidiano, consapevole della necessità di rispettare i tempi di recupero e ascoltare il proprio corpo. “Fermo non ci sono mai stato, né ho voltato le spalle al tennis perché mi ha fatto del male. Anzi ho sempre lavorato molto sia in palestra che in campo e con i fisioterapisti. Pazienza è la parola giusta per questo periodo”. Una consapevolezza maturata anche attraverso l’esperienza diretta dell’infortunio, che lo ha costretto a fermarsi e a rivedere temporaneamente le proprie abitudini. “Il corpo è l’unico avversario che non puoi battere, quando ti dice stop devi accettarlo e seguire i consigli degli specialisti”.

Il distacco dalla famiglia

Tra i passaggi più intensi dell’intervista c’è il ricordo del giorno in cui Sinner lasciò casa per inseguire il proprio sogno. Una decisione presa quando era ancora giovanissimo, che comportò una separazione dolorosa soprattutto dal padre. “Vorrei cancellare ciò che ho provato il giorno in cui sono andato via di casa. Lo strazio di quando a 13 anni e mezzo, a Milano, ho salutato mio padre perché le nostre strade si separavano e un filo si spezzava”. Un momento rimasto impresso nella memoria del tennista, che ricorda la sofferenza di entrambi nel momento del distacco. “Ci stavamo lasciando, piangevo io per la strappo, ma anche lui. Quel giorno li farei a meno, fu un’emozione troppo forte”. La famiglia ha continuato a rappresentare un punto di riferimento durante la sua crescita, accompagnandolo nelle scelte che lo hanno portato a diventare uno dei protagonisti del circuito. Ripensando al proprio percorso, Sinner ha sottolineato soprattutto il valore del lavoro e l’importanza delle persone di cui circondarsi. “Quello che ho imparato: il talento senza lavoro non è niente. Devi fare scelte, valutarne le conseguenze, seguire la tua meta. Gli direi di vivere bene quei momenti, non ho rimorsi, non gli consiglierei di cambiare strada, ma di scegliere bene le persone di cui circondarsi. Non sono pentito, la mia famiglia c’è sempre stata, ho potuto contare su un papà bravo anche in cucina”.

Nell’intervista trova spazio anche il rapporto con la madre, che ha sempre vissuto le sue partite con particolare tensione, al punto da preferire spesso di non assistervi.“È molto migliorata, non esce più durante i miei incontri, il rifiuto a sedere nel Royal Box a Wimbledon è perché non vuole essere osservata e scrutata dalle telecamere quando gioco”. Una scelta che Sinner comprende, riconoscendo le difficoltà della madre nel vivere da vicino la pressione delle competizioni. “Non ha tutti i torti, non le piace la tensione, anche se ora riesce a essere più tranquilla”.

Rivalità

Il presente del tennis mondiale è segnato anche dal confronto con Carlos Alcaraz, una rivalità che mette di fronte due campioni con caratteristiche e personalità differenti. Sinner riconosce proprio nella diversità uno degli elementi capaci di rendere speciale il loro duello. “Non siamo tutti uguali, i contrasti esaltano. Magari io vengo vissuto come il campione disciplinato e ostinato e Carlos come quello mediterraneo e stravagante”. Due modi diversi di interpretare il tennis, accomunati dalla capacità di spingersi reciprocamente oltre i propri limiti. Per l’altoatesino, il confronto con un avversario di questo livello rappresenta uno stimolo fondamentale, nel solco delle grandi rivalità che hanno caratterizzato la storia di questo sport. “Questa è la cosa bella, avere qualcuno che ti spinge al limite. E il tennis ha sempre vissuto di questo: da Borg-McEnroe a Sampras-Agassi fino a quando la rivalità è diventata a tre con Federer-Nadal-Djokovic”.

Il futuro e la voglia di una lunga carriera

Nonostante i risultati raggiunti, Sinner non sembra avere fretta di ripercorrere la propria carriera attraverso un’autobiografia. Altri grandi campioni hanno già scelto di raccontarsi sulle pagine di un libro, ma l’azzurro preferisce concentrarsi sul campo e rimandare eventualmente a un momento successivo questo tipo di progetto. “Non ci penso proprio. So che Serena Williams, Sharapova, Agassi, McEnroe, Nadal, Borg l’hanno scritta. Ma io sono ancora giovane, preferisco i colpi alle parole, magari ne riparliamo tra 20 anni”. La priorità è continuare a giocare e costruire un percorso duraturo, superando anche gli ostacoli che possono presentarsi durante una carriera ai massimi livelli. Lo stop per infortunio lo ha costretto a guardare momentaneamente oltre il tennis, ma la sua attenzione resta rivolta al campo. “Voglio avere una carriera lunga. Ora mi sono dovuto fermare e alzare la testa oltre le righe, ma voglio riabbassarla sulla palla”. Sinner sa che esiste anche una dimensione al di fuori dello sport, ma non ha intenzione di perdere di vista ciò che lo ha portato fin qui. Il suo mondo continua a essere quello del tennis. “So che fuori c’è dell’altro, ma il mio è lì. In quel rettangolo che si chiama tennis”.

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