Intervista a Stefano Lopopolo (Mental Coach)

di - 12 Marzo 2012

di Alessandro Nizegorodcew

La figura del mental coach e dello psicologo dello sport è quanto mai dibattuta tra gli addetti ai lavori e ancor di più qui su Spazio Tennis. Abbiamo intervistato l’esperto dottor Stefano Lopopolo per conoscere da vicino il ruolo del “mentale” nel tennis e non solo…

Partiamo dott. Lopopolo dalla tua storia personale. Come nasce  la passione per la psicologia, in particolare quella legata allo sport?
“La passione per la psicologia è nata con me, abbiamo la stessa età…poi è maturata all’età di 25 anni. Purtroppo la mia scelta all’età di 14 anni, non tanto appropriata, di frequentare una scuola tecnica per Geometri, non mi portò vicino alla mia passione ma anzi mi allontanò perche una scuola tecnica ha poco a che fare con materie umanistiche. Solo molti anni dopo il diploma di Geometra si è risvegliata in me la passione per le materie Umanistiche e, grazie alla spinta di una amica mi sono iscritto, alla veneranda età di 33 anni con già una famiglia, un lavoro come libero professionista e vari impegni nel sociale, alla facoltà di Sociologia, riuscendo a concludere gli studi nei tempi previsti con una tesi intitolata “I nuovi Padri”. Ma ancora l’obbiettivo non era stato centrato perché quello che avrei voluto veramente scegliere era Psicologia e non Sociologia. Solo successivamente ho frequentato un Master in Psicologia dello sport, mi sono quindi iscritto alle varie associazioni di categoria, ho iniziato a leggere libri e ad interessarmi all’argomento. All’inizio di questo articolo ho affermato che la passione è nata con me, non a caso ma perché credo che ogni persona abbia uno scopo e deve avere una passione per qualcosa…Io stavo sbagliando, mancando il mio obbiettivo. Questa è, a mio parere, la cosa peggiore. La cosa più bella al mondo è fare quello che coincide anche con la tua passione. Ti da modo di lavorare senza affaticarti e a volte anche gratis. Una persona fece questa domanda “qual è il posto più ricco sulla faccia della terra?” Tutti pensarono ai paesi arabi a causa del petrolio, altri all’est europa con giacimenti di gas, altri ancora all’africa con i suoi diamanti. Questa persona disse “il posto più ricco è il cimitero” Tutti chiesero …” il cimitero?” Egli Rispose “Si, proprio il cimitero, al cimitero ci sono un sacco di persone che hanno lasciato lì i loro talenti e i loro doni senza averli mai usati, senza averli mai regalati e messi a disposizione di altri. Il mio obiettivo oggi è incoraggiare le persone a tirar fuori il proprio talento ed il proprio dono, qualsiasi esso sia.”

Che cosa rappresenta la figura dello psicologo dello sport? E come viene visto in Italia?
“Proprio pochi giorni fa, alla presentazione del libro “Guida alla psicologia dello sport” una nota psicologa dello sport, ex atleta, ha affermato che la figura dello psicologo dello sport si è evoluta negli ultimi 30 anni. I primi anni aveva ricevuto un incarico dalla nazionale di nuoto ed il suo compito era quello di fare da balia al gruppo di ragazze in libera uscita, una specie di baby sitter. Oggi lo psicologo dello sport è veramente una figura professionale ma ancora troppo sottovalutata. Il pensiero ancora oggi molto comune è che se l’atleta vince, l’atleta è bravo. Se perde la responsabilità è anche dello psicologo che non è stato in grado di portarlo ai risultati sperati.mIn Italia siamo indietro di 40 anni…basta cliccare su google “segreto della Sabatini” la quale già allora affermava che l’esercizio mentale era di grande importanza, per non parlare di M. Jordan e altri atleti al top delle classifiche. Sinceramente non sono sicuro che i nostri tennisti e tenniste che occupano le prime 100 posizioni a livello internazionale pratichino costantemente esercizi per abilità mentali o abbiano al loro fianco un Mental Coach e consulente in psicologia dello sport.”

Ti definisci anche mental coach. Ci sono delle differenze sostanziali tra psicologo dello sport e mental coach, tra cui, nel primo tipo di caso, il lavoro pratico sul campo. Ci spieghi le differenze?
“Il mental coach potrebbe essere rappresentato da chiunque si sia formato, ache da autodidatta, con letture di vario genere, esperienze personali, corsi di PNL o altro e si fregi del titolo di Mental Coach perché non esiste un albo dei mental coach o associazioni di categoria. Il Consulente in Psicologia dello Sport è chi ha conseguito un master post universitario in psicologia dello sport ma la sua laurea non è in psicologia ma, come nel mio caso, in sociologia oppure scienze motorie o altro. Io mi definisco Mental Coach unicamente perche quando le persone sentono “Consulente in Psicologia dello Sport” sono ancora ancorate alla figura dello psicologo che ti cura quando hai qualcosa che non funziona, mentre invece è una figura professionale che coadiuva il lavoro in team e potenzia le capacità già esistenti nelle persone. Io faccio sempre questo esempio “tutte le persone nascono dotate di muscoli ma solo quelle che vanno in palestra hanno muscoli potenti”. Questo vuol dire che tutti abbiamo un potenziale nella nostra mente ma solo pochi lo allenano e ne sono consapevoli. Tutti riescono ad immaginare cose ma non tutti fanno esercizi di visualizzazione. Io personalmente adotto un sistema con corsi che partono dall’insegnamento di psicologia dello sport con interferenza di materie sociologiche, grande quantità di spunti cristiani spirituali, motivazionali con somministrazione di test sulle abilità mentali ecc, ecc. Lo psicologo dello sport più classico, laureato in psicologia con successivo master universitario in psicologia dello sport con centinaia di ore di praticantato, iscritto all’albo degli psicologi, ha un approccio molto più accademico con una cultura psicologica alle spalle che gli permette sicuramente di sfruttare la conoscenza dei vare test che vengono somministrati agli atleti.”

Quanto può essere importante l’apporto di un mental coach nel tennis professionistico? E quanto è importante per i giovani?
“Come disse il mio amico Mario Vecchi (Maestro, Tecnico P.T.R. Mental Coach ecc, ecc. )durante il suo intervento alla mia presentazione del Corso “Penso dunque sono”…disse: “non è importante, è importantissimo. Se ai miei tempi ci si fosse avvalsi di persone così, molte cose sarebbero andate diversamente. Tanti maestri ti dicevano durante la partita devi stare concentrato, ma nessuno ti diceva come devi fare per concentrarti, cosa vuole dire, che esercizi devo fare.” . Oggi abbiamo a disposizione molti più strumenti ma ancora pochi li usano.”

Si parla tanto dei costi alti a livello economico nel tennis. Quanto può costare un mental coach fisso all’interno del proprio staff e quanto deve comunicare con il coach vero e proprio?
“Il costo del mental coach è molto variabile e dipende dalla sua presenza in campo. L’ultimo preventivo che ho fatto per una squadra italiana di pugilato a livello professionistico internazionale prevedeva tre tipi di intervento con tre diverse tariffe; poi il Coni e la federazione non hanno più messo a disposizione i fondi ma dall’altra parte sto iniziando il corso presso il Tennis Club Lainate dove parteciperanno tra le 10/15 persone prevedendo 5 incontri con un costo che varia tra gli € 80,00/€ 120,00. Questo a motivo della passione di cui al punto 1) La comunicazione è al primo posto, è importantissima. La radice della parola comunicazione è la stessa di comunione, vale a dire mettere in comune sullo stesso piatto. Di solito non si permette a tutti di mettere le mani nel nostro piatto mentre stiamo mangiando ma solo agli amici. Inoltre comunicare è uno scambio dall’emittente al ricevente. Il ricevente ne elabora i contenuti sulla base del propri valori, convinzioni, cultura e restituisce il messaggio in forma di risposta. C’è un detto che dice “Io sono responsabile di quello che dico, non di quello che tu capisci”. Se non c’è comunicazione non riesci a mettere in comune le esperienze, gli obiettivi, i risultati. A mio parere i peggiori risultati si hanno quando si avanza la scusa…”ma io pensavo che lo sapesse” oppure “non c’è bisogno che glielo dica, tanto lui/lei lo sa”…Pensa anche solo al matrimonio dove il marito dice a sua moglie “Lei lo sa che la amo, l’ultima volta gliel’ho detto venticinque anni fa, quando ci siamo sposati”. Io ti dico che è un miracolo che tu sia ancora sposato.”

Quali sono i tuoi obiettivi personali nel tennis?
“Il mio obiettivo è quello di crescere in esperienza e conoscenza cercando di pubblicizzare l’utilità della mia attività di mental coach mediante delle presentazioni del lavoro che svolgo e che poche persone conoscono veramente. Nella mia attività sto cercando di spaziare con varie discipline, compresi gli sport da combattimento. Il tennis è speciale perché è uno sport che più di tutti gli altri richiede grandi sforzi mentali per la durata dell’intera partita che a volte può essere davvero lunga, si passa tra alti e bassi. Nel tennis non puoi mai dire di avere vinto fino a che la partita è veramente finita. Mi sono accorto che è uno sport dove l’atleta viene lasciato spesso solo. Quando fai le prime esperienze vai da solo ai tonei (accompagnato da papà o mamma, che a volte fanno più danni), quando fai tornei importanti spesso non c’è nessuno con te in panchina ed in campo sei da solo contro il tuo avversario. Anche a livelli internazionali i grandi giocatori si muovono in modo abbastanza solitario.”

Quanto pensi sia importante, in percentuale, la parte mentale nel tennis? E quanto conta di più rispetto ad altri sport, di squadra e non?
“Io credo che sia molto importante. La percentuale è molto difficile da determinare perché un atleta può avere grandi doti fisiche e tecniche, poi passa un periodo in cui i genitori si separano oppure viene bocciato a scuola oppure viene a mancare una persona molto cara…Cosa succede a tutta la sua tecnica e preparazione fisica quando una brutta notizia lo sconvolge? Questo è un momento in cui la la parte mentale ha una grossa, grande, enorme rilevanza ed il mental coach non dovrebbe limitarsi alla mera esecuzione di qualche esercizietto ma dovrebbe estendere la sua competenza cercando di entrare in empatia e in simpatia con l’atleta.”

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