“Fino ai 14 o 15 anni il servizio può essere percepito come un esercizio noioso, perché un bambino vuole soprattutto giocare. La bravura del maestro consiste nel fargli eseguire cinquanta battute senza trasformare l’allenamento in un’attività statica. Si possono introdurre giochi, bersagli, birilli e punteggi. Dire a un bambino che, colpendo una determinata zona, ottiene il punto diretto gli permette di svolgere lo stesso numero di servizi, ma con una motivazione e un’emozione differenti”. Perché alla fine è con il servizio che inizia il gioco. E Luca Vanni lo sa bene. L’ex numero 100 ATP e attuale coach al Piatti Tennis Center, considerato uno dei migliori battitori nella storia del tennis italiano, ha spiegato ai microfoni di Spazio Tennis le sue teorie sul servizio, colpo più importante del tennis moderno. Non sono mancati i focus sul movimento dei singoli giocatori: da Sinner a Cobolli, passando per Musetti, Bellucci e Maestrelli.
Come riconoscere un buon servizio
“Il lancio di palla determina molte delle possibilità meccaniche del servizio: può essere più a sinistra, a destra, avanti o indietro. Ma quando possiamo definire buono un servizio? Per me bisogna considerare quattro aspetti. La velocità è il meno importante, poi vengono gli angoli e la percentuale di prime palle. Al primo posto metto, invece, la difficoltà di lettura — ha raccontato Vanni —. Federer e Djokovic, per esempio, non sono mai stati giocatori che distruggevano la palla, ma servivano con ottimi angoli, buone percentuali e, soprattutto, senza permettere all’avversario di intuire la direzione. Quando il servizio non è leggibile, chi risponde deve coprire una porzione di campo enorme”.
Osservazioni tecniche
In un colpo come quello del servizio, è importante porre una minuziosa attenzione su tutti gli aspetti tecnici. Micro-dettagli che, per Vanni, giocano un ruolo cruciale: “Quando si interviene sulla tecnica bisogna stabilire delle priorità. Bisogna osservare quale soluzione si adatta meglio al giocatore: foot up o foot back, ingresso dell’anca, trophy position, esplosività e altri parametri. Non si può modificare tutto contemporaneamente. Se un ragazzo ha sempre servito con i piedi fermi, non gli si può chiedere, nello stesso momento, di cambiare posizione, lancio e timing. Gli elementi vanno inseriti gradualmente. Nel mio caso, ho modificato soprattutto la posizione e il movimento dei piedi, cercando di entrare maggiormente con l’anca”.
Unico rimpianto della sua carriera è quello di aver capito veramente l’etica del lavoro duro quando era ormai troppo tardi: “Il mio rammarico è avere iniziato a lavorare con vera qualità quando ero già avanti con l’età e sentivo che il tempo stava finendo. Non significa che prima non mi allenassi, ma c’è una grande differenza tra lavorare perché bisogna farlo e lavorare con il desiderio di costruire una carriera. Non tutti i giorni possono essere uguali, ma, nel corso dell’anno, bisogna riuscire ad aggiungere quotidianamente un mattoncino”.
L’evoluzione di Sinner
Sotto gli occhi di tutti appare limpida la crescita esponenziale di Jannik Sinner al servizio. L’altoatesino ha fatto della battuta un colpo potente e preciso, utile per martellare l’avversario o uscire da scomode situazioni. “Negli ultimi due anni Sinner ha migliorato moltissimo il servizio — afferma Vanni —. Mi sono allenato con lui una volta a Orléans, credo nel 2019, quando aveva circa 17 anni. Negli anni successivi ha sperimentato diverse soluzioni: foot back, piedi fermi, unione dei piedi e differenti tempi per raggiungere la trophy position. La sua qualità è stata riuscire a portare questi cambiamenti anche in partita, accettando di competere anche inserendo un nuovo gesto tecnico. Per questo bisogna lavorare su una priorità alla volta. In una giornata può essere la rotazione del piede, in un’altra l’ingresso dell’anca. Il rischio, altrimenti, è attribuire immediatamente ogni doppio fallo alla modifica tecnica”.
L’esplosività di Cobolli
Anche per Flavio Cobolli il servizio è, il più delle volte, un’arma amica. Nonostante l’altezza non sia il suo punto forte, il romano riesce comunque a imprimere tanta forza quanta ne basta per sferrare colpi che rasentano le velocità dei big server: “Cobolli serve tranquillamente sopra i 220 chilometri orari e possiede qualità esplosive fuori dal comune: sembra avere due razzi sotto i piedi. Elasticità e velocità sono caratteristiche naturali che non appartengono a tutti. Nel circuito, forse, solamente Alcaraz raggiunge quel livello dal punto di vista fisico. Quando Flavio era più giovane, mi sono allenato e ho giocato con lui. Il rovescio e gli spostamenti erano già molto buoni, mentre nel servizio e nel dritto ha compiuto un miglioramento impressionante. Oggi riesce a produrre accelerazioni importanti anche con il colpo destro”.
“Rispetto a venticinque anni fa, inoltre, alcune superfici sono diventate più lente — sottolinea Vanni —. Questo ha aiutato i giocatori meno alti, ma oggi tutti colpiscono fortissimo anche da fondo campo. Il tennis è diventato sempre più fisico e aggressivo”.
Musetti e la precisione
Meno esplosivo, ma più equilibrato, è invece Lorenzo Musetti: “Rispetto a Cobolli, Musetti non produce la stessa velocità, ma sembra più riflessivo al servizio. È come se scegliesse la direzione pensando già a dove giocare il colpo successivo. Lo vedo molto equilibrato e preciso nelle scelte. Ha sicuramente lavorato tanto sulla battuta, anche se esteticamente il movimento non mi fa impazzire. È comunque un’impressione superficiale: mi piacerebbe confrontarmi con lui e con Simone Tartarini per comprendere le ragioni tecniche delle loro scelte. Mi dispiace che l’Italia non sia riuscita ad avere contemporaneamente tre giocatori tra i primi dieci e mi auguro che Lorenzo possa tornarci presto”.
Bellucci e Maestrelli
Per Mattia Bellucci, il vantaggio della curva mancina è il vero jolly: “Bellucci ricorda un giocatore di pallavolo: lancia la palla, unisce i piedi e la schiaccia. Possiede elasticità, velocità ed esplosività straordinarie, che gli consentono di produrre un servizio molto rapido. Il fatto di essere mancino rende ancora più efficace soprattutto la seconda palla, perché imprime effetti ai quali gli avversari sono meno abituati. Con lo stesso movimento eseguito da destrimane, il servizio probabilmente avrebbe un rendimento differente, così come il gioco di Nadal non sarebbe stato altrettanto efficace se fosse stato destro”.
Mentre Maestrelli, aiutato dal fattore altezza, per Vanni ha una battuta come pochi altri nel circuito: “Maestrelli produce velocità con facilità e riesce a trovare buoni angoli. Considerando il servizio come colpo isolato, possiede una battuta da primi trenta o quaranta del mondo”.
Il rapporto tra allenatori
In chiosa, Vanni ha poi descritto le differenze viste nell’attuale impiego da coach rispetto a quando era tennista: dal rapporto tra colleghi fino al cambio di ruolo che si ha all’interno della disciplina. “Quando giocavo esisteva una forte rivalità e spesso i rapporti tra tennisti erano solamente di facciata. Il tennis è un lavoro nel quale è difficile mostrarsi completamente sinceri con tutti. Da allenatore, invece, la competizione cambia. Rimane l’agonismo, ma scompare una parte della cattiveria. Chi continua a vivere nel mondo del tennis lo fa soprattutto perché possiede una grande passione. Tra i coach noto molta più umiltà e disponibilità al confronto. Essere umili significa essere aperti a ciò che un’altra persona può vedere meglio di noi. Lo scambio di opinioni è una risorsa gratuita e, più conoscenze si riescono a “rubare” in senso positivo, più completa diventa la propria enciclopedia”.
E nel lavoro dell’allenatore, è fondamentale l’empatia verso chi si ha di fronte: “Un allenatore deve essere capace di tirare fuori il meglio dalla persona che ha davanti. Non può applicare a tutti lo stesso metodo, ma deve lavorare anche su se stesso per trovare il linguaggio e le soluzioni più adatte a ciascun giocatore. Da Riccardo Piatti ho avuto la fortuna di lavorare con molti allenatori e di confrontarmi quotidianamente sui problemi dei ragazzi. Più si sta a contatto con persone che parlano di tennis, più questo lavoro diventa stimolante”.