“Abbiamo localizzato tutta la tua famiglia: se non perdi la tua partita di oggi, procederemo al rapimento. Tu non uscirai vivo”. No, non siamo su un set di Hollywood: non è finzione, ma anzi è tutto vero. Nicolas Sanchez Izquierdo, al Challenger di Rosario, ha vissuto un vero e proprio incubo. Il testo del messaggio ricevuto dal tennista iberico alla vigilia del match contro l’argentino Valerio Aboian, valido per gli ottavi di finale, fa rabbrividire.
Dopo aver denunciato l’accaduto alle autorità competenti, il numero 279 del ranking ATP ha disputato regolarmente la partita — giocata a porte chiuse —, persa 7-5 6-4, ed è rientrato a casa. La notizia ha fatto il giro del mondo e, solo una volta placate le acque, lo spagnolo si è raccontato a Punto de Break, soffermandosi sull’accaduto.
Il racconto dell’accaduto e la scelta di giocare
“Ora sono più tranquillo e più distante dalla paura iniziale. Per fortuna nulla di quanto dicevano si è avverato, quindi sono sereno — afferma il classe 1999 -. È tutto iniziato circa due ore prima della partita: mi scrive un numero sconosciuto e mi dice che hanno individuato la mia famiglia. Scrivono i loro nomi completi, sia dei miei genitori che di mio fratello. Scrivono l’indirizzo di casa in modo esplicito: via, portone, piano e numero. Mi invitano a perdere in modo discreto la partita che sto per giocare, ma di non dire nulla; altrimenti, la mia famiglia verrà sequestrata e io subirò gravi conseguenze. Mi hanno detto che non ci sono precedenti di una cosa del genere”.
Nonostante le intimidazioni, Nicolas ha comunque deciso di scendere in campo: “Pensavo di non giocare. Avrei voluto essere a 15 minuti da casa e tornare dalla mia famiglia, ma ero a tanti chilometri di distanza. Abbiamo cercato di ritardare il più possibile la partita per valutare la situazione, ma non siamo riusciti a farla cancellare. Il mio obiettivo quel giorno era vincere, ottenere punti e premi in denaro, come in ogni torneo a cui partecipo. Se non avessi giocato avrei perso tutto questo; quindi, alla fine, dopo averci pensato molto, non c’era altra scelta che competere”.
Il cammino nel tour del ventisettenne di Barcellona avrebbe previsto la partecipazione alle qualificazioni dell’ATP 250 di Buenos Aires. Ma la scelta, a quel punto, è stata tornare dalla propria famiglia: “L’intenzione era continuare nel tour. Parlando con il mio allenatore, ci siamo resi conto che era impossibile: la mia mente e il mio corpo mi chiedevano di essere con la mia famiglia, al di là del prezzo economico che comportava tornare immediatamente in Spagna. Non pensavo al lato sportivo, ma fa male lasciarsi sfuggire un’opportunità come questa, essendo io un giocatore che di solito non disputa tornei ATP. Stavolta, però, dovevo dare priorità alla sfera personale”.
L’appello alla Federazione
Un episodio da condannare, che non dovrebbe mai accadere sui campi da tennis — né nello sport in generale. L’appello del catalano è chiaro: “Dovrebbe esserci un protocollo ben definito, con misure e sanzioni, affinché questa questione non diventi radioattiva per il giocatore. Qui non stiamo più parlando di vincere o perdere una partita: stiamo parlando di persone e della loro salute. Quando si affrontano questi argomenti, per me dovrebbero essere intoccabili. Nel momento in cui questa questione coinvolge il giocatore, dovrebbero esserci risorse per individuare la persona e impedirle di ripeterlo: tolleranza zero. Le scommesse sono una cosa, condizionare il giocatore è un’altra cosa. Sappiamo che il pubblico fa parte del tennis e che non dovrebbero mai essere permessi gli insulti; ma ancor meno dovrebbe essere permesso che un giocatore venga condizionato in questo modo, tramite minacce legate alla sua famiglia. Quella linea non dovrebbe mai essere oltrepassata”.
