Salvatore Caruso si racconta a Behind The Racquet

di - 23 Dicembre 2019
Salvatore Caruso - foto Roberto Dell'Olivo
Salvatore Caruso - foto Roberto Dell'Olivo

Ogni tennista porta con sé un bagaglio di storia, emozioni e aneddoti fortemente identitari. Sacrificio, abnegazione e voglia di arrivare sono alla base del processo di crescita di ogni atleta che voglia lasciare un’impronta. Salvatore Caruso, come ogni altro sportivo, ha una storia. Ha deciso di raccontarla a Behind The Racquet, l’innovativo portale a cura dello statunitense Noah Rubin che mette a nudo i giocatori del circuito Atp e Wta concedendogli la possibilità di non celarsi dietro l’immagine del professionista, di raccontarsi e di esporsi senza alcun filtro.

“La mia famiglia non aveva grandi risorse economiche quando ho iniziato a giocare a tennis. Sono dovuto partire da zero. Crescere in una piccola città in Sicilia (Avola, ndr) non è stato facile. Non c’era una cultura molto grande per lo sport, ho iniziato in un club davvero piccolo con solo due campi. Quando gli allenatori del mio club gli dissero che avevo un potenziale, mio padre pensava che stessero solo cercando di farci continuare per un tornaconto economico. Giocare a tennis in Sicilia era considerato strano – ha proseguito il numero 98 del ranking Atp –spesso sono stato preso in giro per questo, tanto che mi chiamavano ‘Salvo lo Strano’ solo perché praticavo uno sport diverso da tutti gli altri. Ora ho amici incredibili grazie al tennis, e posso dire con certezza che ne è valsa la pena“.

Il tennis come unica via. La sola percorribile perché cercata e desiderata più di ogni altra cosa, per “sfuggire” ad una vita standardizzata e priva di ardore. La vittoria di Caruso è anche di tutte quelle persone che non hanno avuto la forza di andare controcorrente, di superare quegli ostacoli apparentemente insormontabili. Partito da gregario con una carriera Junior certamente non sfavillante, il siciliano è un tennista “self made” che con l’aiuto del team giusto ha saputo trovare la propria dimensione.

La mia famiglia da generazioni possedeva questo negozio che vendeva biancheria da letto e biancheria intima nella città di Avola. Tutto è iniziato con il mio bisnonno, poi con mio nonno e purtroppo probabilmente finirà con mio padre. Avevo una mentalità che gli altri non riuscivano a capire: mia madre era un’insegnante, e per lei la cosa più importante era che io crescessi prima come persona e non come tennista. Mi ha costretto a finire il liceo prima che facessimo un accordo. Mi ha detto: “Puoi prenderti un po’ di tempo per giocare a tennis, un anno o un anno e mezzo, ma quando hai finito o le cose vanno bene affinché tu riesca a supportarti da solo, o ti devi trovare un lavoro. Non abbiamo mai saputo fino a che punto potevo andare nel tennis perché non ho avuto una grande carriera junior , giocavo solo tornei locali e la Sicilia non era il posto perfetto per crescere come tennista. Do molto credito a mio padre, perché ha creduto nel mio tennis anche se non era lo stesso percorso della mia famiglia”. 

Con tanta gavetta alle spalle, Salvo può dire di avercela fatta: ha reso la sua più grande passione un lavoro, vincendo una sfida che i più perdono. Quest’anno l’azzurro, oltre a far capolino per la prima volta tra i primi 100 giocatori del mondo, ha conquistato la sua prima semifinale a livello Atp ad Umago e ottenuto uno strabiliante terzo turno al Roland Garros.

“Oggi i tempi stanno cambiando. Il mio negozio di famiglia, che stava andando molto bene, non sta continuando con la stessa attività di una volta. Dev’essere una cosa molto difficile da accettare, ma anche se non avessi giocato a tennis sono sicuro che mio padre sapeva che il negozio sarebbe andato così. Vorremmo tutti continuare l’eredità di mio nonno con il negozio, che è morto prima che io nascessi a causa dell’ Alzheimer, ma il tennis è il mio sogno. Quando vieni da una piccola città e realizzi qualcosa tutti ti sostengono. Avola ha 32.000 abitanti, conosco quasi tutto e tutti quelli della mia città. Che io sia al bar o al ristorante, ho gente che viene a dire: ‘Dai, facciamolo. Si può arrivare in cima ‘. Io e la mia famiglia cerchiamo di rimanere il più umili possibile. Anche dopo tutte le partite che ho giocato mia madre mi ha visto giocare solo tre volte perché non riesce a gestire la pressione. Come dicono gli italiani bisogna sempre tenere un piede per terra”.

 

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