Cobolli e il tabù Roma

Valerio Carriero
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Flavio Cobolli - Foto FITP

Nessun posto è come casa“, recita un vecchio adagio reso celebre dal film del Mago di Oz. Vero, nell’accezione più completa dell’espressione, con tutti i pro e i contro se lo si prova a declinare nelle due settimane di maggio del Foro Italico. Quando Roma non è più solo la Città Eterna con la sua storia millenaria, ma anche la capitale del grande tennis pronta ad accogliere tutti i migliori. Una tappa cruciale per tutti in vista dell’imminente Roland Garros, ma sentitissima in particolar modo – ovviamente – dagli italiani e da chi alla Capitale è legato visceralmente, da chi ci ha mosso i primi passi, tennistici e non. Un torneo immaginato, sospirato, giocato nella propria testa ancor prima di scendere in campo. Un sogno che si avvera a fronte di una serie di pressioni e aspettative spesso troppo grandi.

L’equazione “torneo di casa = prestazioni migliori” non è uguale per tutti, a maggior ragione per chi è davvero ‘casa’ e non nel senso più ampio del termine inteso come Paese di appartenenza. La fotografia più sincera la fornisce infatti Flavio Cobolli, dopo l’eliminazione contro l’argentino Tirante: “Nessuno può capire quello che significa questo torneo per noi, è difficile giocare per noi romani qua”, ha spiegato il numero 12 al mondo, aggiungendo però che “con il tempo andrà meglio“. Ventiquattro anni da meno di una settimana, per Cobolli sicuramente ci saranno tantissime altre occasioni per competere al Foro Italico, con un bagaglio di esperienze sempre più importante per un ragazzo che è a ridosso della top-10 del ranking e attualmente tra i primi 8 della Race per le Finals. Dopo il successo su Atmane all’esordio (solamente la sua seconda nel main draw tra tutte le sue partecipazioni), è arrivato anche il meritatissimo debutto sul Centrale, un’altra variabile che potrebbe aver inciso insieme all’ottima prestazione di Tirante, solidissimo sotto ogni aspetto di gioco. Cobolli, davanti ad alcuni dei suoi beniamini calcistici della Roma, ha ammesso di non esser riuscito a cambiare marcia una volta sotto nel punteggio.

“Ho parlato anche con Matteo”, ha rivelato Flavio. Il riferimento è ovviamente all’amico e collega Berrettini, l’unico che possa davvero comprendere cosa possa significare questo torneo e come digerire una battuta d’arresto davanti alla propria gente. Per l’ex finalista di Wimbledon, però, si parte da presupposti diversi: alla pressione del contesto deve necessariamente aggiungersi un momento di poca fiducia – da cui gli auguriamo di tirarsi fuori al più presto – e un ranking che lo vede scivolare fuori dai primi 100 al mondo. La sconfitta contro Popyrin ha negato a prescindere a Matteo la possibilità di guadagnarsi un possibile terzo turno contro Sinner, dove sarebbe potuto scendere in campo finalmente senza pensare al risultato con l’unico obiettivo di godersi il momento. E invece, proprio il “suo” torneo si sta trasformando in una sorta di tabù. Lo scorso anno salutò il Centrale in lacrime all’inizio del secondo set contro Ruud per un problema agli addominali, l’ennesimo infortunio che andò ad aggiungersi a tre forfait consecutivi. Per ben tre anni – dal 2022 al 2024 – Berrettini fu infatti costretto ad alzare bandiera bianca ancor prima di scendere in campo al Foro Italico. Comprensibile, quindi, come – per motivi diversi e per entrambi – la voglia di far bene e la conseguente pressione per riuscirci possa generare un cocktail di emozioni e sensazioni non sempre positive.

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