¡Feliz cumpleaños, Sergi!

di - 16 Gennaio 2015

Sergi Bruguera

di Paolo Silvestri

Ci sono ombre pesanti come macigni, e una è quella di Rafa Nadal. Qualsiasi spagnolo, del passato, del presente, e verosimilmente del futuro, risulta perdende dal confronto con il campione di Manacor. Cosa saranno mai due Roland Garros, se Rafa ne ha vinti nove… cosa vuoi che sia un argento olimpico, se Rafa ha vinto l’oro… che sarà mai essere stato il terzo giocatore del mondo quando Rafa è stato il numero uno… che ricca una bacheca con 14 coppe, ma in quella di Rafa ce ne sono 64!

Il piccolo regalo che voglio fare a Sergi Bruguera, che oggi compie 44 anni, è di aprire le finestre, fare entrare la luce e far sparire quell’ombra, anche soltanto per il tempo che ci si mette a leggere questo articolo. Rafa Nadal, inteso come secondo termine di paragone, non esiste. Punto. Oggi il protagonista sei tu. E vincere 14 titoli, fra cui due Slam, raggiungere 21 finali, conquistare un argento olimpico, ed essere stato sul terzo gradino del podio del ranking non è da tutti. Sei stato bravissimo e se fossi nato, che ne so, in Finlandia o in Grecia o in qualsiasi altro posto senza ombre né secondi termini di paragone, saresti stato un eroe nazionale.

Il primo ricordo che affiora dal mio archivio mentale è l’immagine di Courier che abbandona la racchetta (scusate, volevo dire la mazza da baseball), salta la rete, gli da la mano, lo aiuta ad alzarsi e lo abbraccia. Poi viene inquadrato Lluís Bruguera, padre e mentore, che finalmente rilassa i masseteri, sorride ed esulta. È il 7 giugno 1993, il giorno in cui Sergi vince in un duro incontro a cinque set la sua prima coppa dei Moschettieri.

Una vittoria con un enorme peso specifico per la Spagna, che torna a vincere uno Slam dopo il trionfo ormai lontano di Orantes all’US Open del ‘75. Ed è anche l’inizio ufficiale di una nuova storia, di un nuova concezione del tennis, di un nuovo “metodo”. Quello introdotto da Pato Álvarez con i fratelli Sánchez, basato su ripetizione, lavoro, umiltà, sacrificio. Essenziale, senza eccessivi fronzoli, né tecnici né mentali. Una formula che, stando ai fatti, risulterà vincente, con un eccezionale proliferare di scuole, campioni e risultati.

Nonostante quell’aspetto da ragazzino timido e quasi indifeso, in quel lontano giugno del ’93 Sergi non era di certo il primo venuto. Aveva iniziato il suo percorso nell’88, saltandosi a piè pari l’attività juniores e una penosa gavetta, con poche apparizioni nei tornei di secondo rango e un approdo precoce nel circuito maggiore, complici anche le non poche wild card che gli erano concesse grazie ai contatti del padre, da tempo nel giro del tennis che conta. L’89 è la prima stagione vera, che lo vede entrare nei primi cento e chiudere l’anno nella top 30. Nel ’90 le prime finali, nel ‘91 il primo torneo Atp ad Estoril e l’ingresso fra i primi dieci del mondo. La vittoria parigina del ’93 viene bissata l’anno successivo in una finale tutta spagnola contro Berasategui, ma vince anche due volte Montecarlo e per qualche stagione spopola sui classici della terra battuta europea. L’unico torneo vinto sul duro (Bordeaux ’93, contro Nargiso), la sua fobia per l’erba ed il suo gioco tipicamente “alla spagnola” hanno trasmesso agli annali tennistici un’immagine del giocatore catalano che, secondo me, non risponde del tutto al vero: quella del tipico terraiolo-arrotino-costruito-noioso-inchiodato a fondocampo. Sergi era infatti dotato di una buonissima mano e, per quanto raramente lo facesse di sua iniziativa, quando era costretto dall’avversario nei pressi della rete, sapeva spesso tirare fuori delle soluzioni raffinate. Il suo gesto, in particolare di dritto, non era bello, perché l’esasperazione dello spin lo costringeva spesso a una postura un po’ scomposta, ma le botte da fondocampo rispondevano sempre a un’intelligente strategia. E a queste virtù vanno aggiunte solidità mentale e resistenza fisica, nonostante il suo muoversi per il campo in modo un po’ floscio e dinoccolato e una specie di smorfia di sofferenza sul volto che ogni tanto ti facevano pensare: “questo adesso si ritira”. E invece no, battaglia fino alla fine. Un giocatore duro e tenace, uno dei pochi della sua generazione ad avere un saldo positivo negli head to head con Sampras: 3 vittorie a 2, una delle quali proprio nei quarti del Roland Garros ‘93, quando Pete era il numero uno.

Nel ‘96, in piena maturità tennistica, iniziano però i problemi fisici. Vince l’argento alle Olimpiadi di Atlanta, uno dei risultati di cui va più fiero, ma poi chiude la stagione oltre l’ottantesima posizione. L’anno dopo risale la china, tanto da raggiungere una nuova finale a Parigi, sconfitto dall’emergente Kuerten, e rientrare nella Top Ten. È il Come Back of The Year” del ‘97, e sembra destinato a una seconda primavera. Ma le lesioni sono lì che lo aspettano e il ‘98 lo vede di nuovo scendere, questa volta per davvero, fino a precipiare nel 2000 oltre la trecentesima posizione del ranking. Le battaglie però gli mancano e ci riprova. Fra wild card e challenger (a quasi trent’anni ne gioca più che a inizio carriera) quatto quatto torna su, fino a sfiorare la top 50: nel 2001 è ancora “Come Back of The Year”, ma il suo tempo è ormai finito e nel luglio del 2002, dopo i quarti del Challenger di Segovia, decide di dire punto e a capo.

Un punto e a capo pieno di incognite e di dubbi, che forse giustificano anche un cambio radicale di look, con tanto di improbabile chioma ondulata alla Gispsy King. Prima di tutto, visto che urgenza di trovare un impiego per pagare le bollette non ce l’ha, decide di coronare il suo sogno d’infanzia di fare il calciatore e per un po’ gioca come ala destra nella squadra di Barcellona l’Esquerra de l’Eixample F.C, che milita in seconda categoria regionale, tra l’altro pagando come tutti un contributo spese per l’acquisto di scarpe, divise e palloni.

Poi subentrano altre attività, senza dubbio più redditizie. Amante delle carte che, racconta, gli sono servite negli anni del tennis per riempire le lunghe attese prima dei match, viene anche lui contagiato, come Kafelnikov o Becker,dalla passione per il poker. Vuole diventare un professionista e viene ingaggiato come testimonial di PokerStars. Intanto però il passato bussa alla sua porta, e lo spinge ad entrare nel Championship Tennis Tours (il circuito delle vecchie glorie), ma anche a collaborare con il padre nell’azienda di famiglia, la Bruguera Tennis Academy (www.brugueratennis.com), offrendo la sua esperienza a chi l’avventura del tennis la sta iniziando. Questa sua ultima attività è culminata con la recente collaborazione, a fianco di Grosjean, come coach di Richard Gasquet, in un momento difficile per il giocatore francese, conseguenza della suo divorzio da Riccardo Piatti. Tra l’altro parte della preparazione invernale l’hanno svolta a Manacor insieme a Rafa Nadal. Ops.., scusa Sergi, alla fine, nonostante le mie buone intenzioni, l’ombra di Rafa è riapparsa. Ma l’articolo è finito, e con lui il mio piccolo regalo. E in fondo è giusto che sia così. ¡Feliz cumpleaños y mucha suerte!

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