Speciale 2011 – I tizi che han giocato il Master


di Sergio Pastena
Riassumiamo. Abbiamo parlato di rivelazioni e delusioni, ritorni e scomparse, junior e senior, italiani e guatemaltechi. Chi manca? Ah, giusto, mancherebbero quei quattro fessi che han giocato il Master. Parliamo anche di loro, va…
Poco da dire su Novak Djokovic, se non che ha letteralmente martirizzato il circuito nel corso dell’anno. E pensare che, teoricamente, è stato pure sfortunato nei sorteggi: fino a quando era in palla l’unico a poterlo battere, per motivi squisitamente tecnici, sembrava Federer e lo ha sempre incrociato nelle semifinali degli Slam salvo che a Wimbledon, quando lo svizzero ha perso prima. La chiusura di stagione in calando lo ha privato di quella che poteva essere la miglior annata della storia, ma di sicuro resta tra le primissime e non è poco. Confermarsi non sarà facile.
Meno bene Rafael Nadal, e il paradosso è che con lui “meno bene” vuol dire un titolo Slam, due finali, un Masters Series e altre quattro finali. Il problema è stato Djokovic, il primo da anni a riuscire a sbattersene della sua diagonale di diritto e della sua tenuta mentale.Una stagione così, c’è da giurarlo, non è facilmente digeribile per uno come lui che la sconfitta non ce l’ha nel DNA. Chi lo dà per morto o calante faccia attenzione: il ragazzo è nel circuito da eoni ma ha ancora 25 anni. Anche chi pratica un tennis molto fisico e dispendioso come il suo, a quell’età non è fuori tempo massimo.
Roger Federer, che dire? L’ha raddrizzata in extremis e, a voler essere proprio pignoli, con questo Djokovic di mezzo non è che King Roger sia andato molto peggio del 2010. E’ mancato lo Slam, è arrivato il Master, anche se in assenza del finale di stagione strepitoso che ha avuto staremmo qui a parlare di un disastro. E’ ancora in grado di dare il colpo di coda stile “Sampras agli Us Open” e non va dimenticata la sua età. L’impressione è che se un domani dovesse beccare uno dei suoi rivali attuali nel Senior Tour non gli farebbe vedere palla.
Con Andy Murray da Dunblane corro sempre il rischio di essere troppo severo. In fondo ha fatto molti punti in più rispetto all’anno scorso, è arrivato in semifinale in tutti gli Slam e in finale a Melbourne, ha vinto due Masters Series. Il discorso, però, è sempre lo stesso: se vuole diventare una specie di Henman al quadrato, allora tutto bene. Se vuole insidiare i primi della classe no. Si inventi qualcosa. E si inventino qualcos’altro anche i media e i tifosi inglesi, per inciso: chiamarlo inglese quando vince e scozzese quando perde è una cosa che comincia a diventare ripetitiva e stucchevole.
Mi inchino, invece, al cospetto di David Ferrer. Peccato solo per il finale nel match con Berdych: vista la sua regolarità, contro Tsonga sarebbe partito tutt’altro che chiuso per la finale. Realisticamente, devo riconoscerlo: avessi un figlio che gioca a tennis, dovessi proporgli un modello da seguire sceglierei mille volte Ferrer. Quando si parla d’estetica è un altro paio di maniche, ma anche questo discorso è trito, ritrito e ingeneroso verso un ragazzo del genere.
Capitolo Jo-Wilfried Tsonga. Robe come quella di Wimbledon ne ho viste raramente, non ci fosse stato Djokovic di mezzo… resta il fatto, però, che a mio avviso al francese manca più di qualcosa per poter competere con i fantastici quattro. Non è solo un fatto di costanza… il problema è che Tsonga si esalta principalmente nella lotta e nelle difficoltà e, quando hai di fronte un Federer, non sempre rimonti anche se giochi benissimo. Però resta tra i miei preferiti, senza ombra di dubbio.
In quanto a Tomas Berdych, non riesco a definire bene la sua annata. Tutto sommato è stato costante: una marea di semifinali condite da un’unica finale, vinta a Pechino. Rendimento negli Slam in generale un po’ sotto tono con la sciagurata sconfitta contro Robert al Roland Garros. Al Master è arrivato in grande spolvero, ma non è bastato contro Tsonga. Sette meno meno?
A chiudere Mardy Fish, al quale negli Stati Uniti dovrebbero fare una statua. In questi anni c’è sempre stato qualcuno, a volte Roddick a volte Blake, a mascherare la pochezza del tennis americano del nuovo millennio. Poi, quando nessuno se l’aspettava, è stato lui a prendersi la nazione sulle spalle. Dopo quattro finali perse, meriterebbe un Masters Series. Alla carriera, se non altro.
Post scriptum svedese: Robin Soderling non è giudicabile, ovviamente. Quello visto a Bastad, tuttavia, era un giocatore che faceva paura in vista degli Us Open: lasciare un game a Berdych e quattro a Ferrer, uno che lotta anche se è sotto 0-6 0-5 0-40, non è da tutti. Peccato per la mononucleosi e auguri per il ritorno.

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