Tomas Berdych, trenta senza lode

di - 17 Settembre 2015

Tomas Berdych Montecarlo

di Federico Mariani

Oggi sulla torta Tomas Berdych dovrà spegnere trenta candeline. Trenta primavere che, in particolar modo per uno sportivo, rappresentano un giro di boa di una certa valenza, probabilmente il più importante di una carriera di alto livello. A trent’anni è possibile tracciare un bilancio sì parziale, ma anche indicativo. A trent’anni è possibile scorgere abbastanza chiaramente l’identità di un giocatore, registrare quanto fatto, prevedere con un certo grado di affidabilità quanto ancora farà.

In origine il ceco era visto come un possibile crack del tennis mondiale. Del resto, se si è in grado di giustiziare Roger Federer alle Olimpiadi a 19 anni, un anno dopo battere Rafa Nadal in casa sua (zittendo peraltro il pubblico madrileno quando il torneo della capitale spagnola si giocava in autunno ed a livello indoor) e qualche settimana più tardi trionfare a sorpresa nell’altro Masters 1000 indoor di Parigi sponda Bercy, risulta piuttosto difficile non prevedere un futuro nel gotha del tennis. Tomas porta con sé una sconfinata dose di talento: in pochi, forse nessuno, possono vantare le sue capacità balistiche coi fondamentali, la sua chirurgica pulizia abbinata ad una abbagliante violenza. Fino al 2010, tuttavia, Berdych è rimasto intrappolato nel limbo della top20 con rarissime presenze tra i primi dieci, una terra promessa per quasi la totalità degli atleti con racchetta ma allo stesso tempo un luogo di eccessiva mediocrità per un braccio tanto educato quanto potente come il suo.

Nell’estate targata 2010 arriva la svolta della sua carriera: Berdych trova un’identità, una collocazione specifici nell’universo tennistico. A Miami arriva la palpitante vittoria con Roger Federer al tie break del terzo (la seconda per il ceco a distanza di quasi sei anni da quella olimpica ad Atene, cui seguirono otto sconfitte di fila). A Parigi Tomas centra per la prima volta la semifinale di un Major battendo, tra gli altri, Murray e perdendo solo con Robin Soderling (match che conduceva per due set ad uno). Qualche settimana dopo Berdych si spinge oltre e, dopo aver colto il secondo scalpo consecutivo di Federer e rifilato un pesante 3-0 a Djokovic, trova quella che al momento resta l’unica finale Slam sui sacri prati di Wimbledon dove, però, perde nettamente da Nadal. Da questo momento il ceco si stabilizza: sveste i panni di mina vagante per calzare quelli del piazzato.

I più maligni gli affibbiano l’immagine di “perdente di lusso”, una nomea difficile da lavare pur se non totalmente esatta. Come si può definire perdente un giocatore che è stabile nei primi dieci da un lustro e che sostanzialmente mai perde contro avversari a lui inferiori? Il discorso, a ben vedere è più complesso. Berdych appartiene, come altri, alla categoria dei comprimari, la prima fila appena dietro al trio/quartetto dei soliti noti, alieni quasi sempre inarrivabili quando la posta è alta. Nel corso degli anni il ceco ha migliorato il suo gioco, colmato alcune lacune come ad esempio il gioco di volo che ora è ottimo o gli spostamenti, divenuti eccelsi se relazionati ai 196 centimetri di cui Madre Natura lo ha dotato. Ciò che ancora manca è il killer instinct, quella capacità innata di azzannare il momento che, purtroppo o per fortuna, non può essere insegnata né tantomeno allenata. E così il ceco si vede idealmente sorpassato  da giocatori come Del Potro, Wawrinka, Nishikori. Giocatori che grosso modo dovrebbero coabitare la sua medesima categoria, ma che talvolta riescono a piazzare la zampata decisiva.

A trent’anni l’identità è chiara, quasi in modo inequivocabile. E’ possibile, ma difficile, che Berdych coglierà la sua chance in una prova dello Slam, sfrutterà un eventuale spiraglio in tabellone per vincere un Major che, per restare nell’attualità, merita senz’altro più di Cilic. E’ possibile, ma poco probabile. Berdych, verosimilmente, è e sempre sarà un trenta, ma senza lode.

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