Berrettini fuori dalla Top 100: servizio, diritto e cuore per ripartire da Roma

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Matteo Berrettini - Foto Marco Iacobucci:IPA

“In questo momento farei tutto tranne che prendere una racchetta in mano. In quei momenti mi perdo il gusto per quello che faccio e, quando perdi il gusto, credo che non ci sia professione al mondo che possa piacerti”. Sentire Matteo Berrettini così, dopo la sconfitta al primo turno nel Masters 1000 di Madrid contro Dino Prizmic, fa male. Perché vedere chi per anni ha trainato la carretta del tennis italiano, arrancare nel ritrovare la miglior condizione, proprio nel periodo di massima espressione del movimento azzurro, è un dolore per tutti gli appassionati di questo sport.

La caduta nel ranking

Mentre il tricolore sventola alto ai vertici del ranking, capitanato da Jannik Sinner, Matteo naufraga in un mare in tempesta e affonda nei meandri della classifica. Da lunedì uscirà per la prima volta dalla Top 100 a partire dal 2024, quando giocò il Challenger 175 di Phoenix da numero 154. Altri tempi, però: il romano rientrava da un infortunio e non giocava dallo US Open 2023. E, in quel caso, la risalita fu più rapida del previsto: la vittoria, dieci giorni dopo, all’ATP 250 di Marrakech gli garantì nuovamente l’accesso nei migliori 100. Oggi la prospettiva sembra più ardua, e non tanto per quanto visto sul piano del gioco ma più per una questione mentale.

Se analizziamo la parabola di Berrettini negli ultimi anni, l’ingrediente mancante della sua curva (discendente) è uno solo: la costanza. Matteo è stato condizionato da infortuni continui, petulanti e rognosi, che gli hanno impedito di mantenere sensibilità, tocco e minuti in campo necessari per rimanere competitivo ad alti livelli. La condanna maggiore è senza dubbio arrivata dal problema agli obliqui: un fastidio che lo perseguita da anni e che torna sempre a bussare alla porta proprio quando sembra ormai superato. E se poi si aggiungono le lesioni al polpaccio, al piede e alla mano, ecco che si forma la piega sinusoidale dei suoi ultimi anni di carriera: alti (pochi) e bassi (tanti).

Tra infortuni e testa, il calendario è dalla parte sua

Accantonando il lato infortuni e guai fisici, però, per sua stessa ammissione oggi i problemi sono altri: “Dal punto di vista fisico va tutto bene, probabilmente ci sono altri aspetti da analizzare per ritrovare la scintilla”. Eppure tali dichiarazioni arrivano quando un briciolo di speranza si era intravista al 1000 di Monte-Carlo. Cominciato sì con una vittoria per ritiro contro Roberto Bautista Agut, ma proseguito poi con il pirotecnico (e assurdo) doppio 6-0 inflitto a Daniil Medvedev. Nel match con Fonseca poco c’è stato da fare, ma il baby prodigio carioca, in questo momento, non è il termine di paragone da prendere in esame.

La stagione sul rosso ha ancora due appuntamenti immancabili per Matteo, che cercherà di ripartire dalla sua Roma (nel 2025 uscì ai sedicesimi) per poi approdare al Roland Garros (dove l’anno scorso non partecipò). Pochi punti da difendere, quindi, anche considerando lo swing su erba. Nella passata stagione fu uno solo il match che Berrettini giocò sul veloce: una battaglia persa al quinto set, nel primo turno di Wimbledon, contro il polacco Kamil Majchrzak.

La forza di riemergere

Ricapitolando, quindi, ci sono senz’altro stati periodi migliori, ma non parliamo di una situazione irrecuperabile. Considerando che l’azzurro è già uscito due volte e poi rientrato nella Top 100 (2018 e 2024), si tratterebbe solo di un ennesimo ritorno nel primo spicchio di classifica che conta. Con la “piccola” differenza che ormai la sua carta d’identità recita un numero non più così basso per un tennista (30 anni), e la solidità mentale non è più la stessa.

Perché Matteo appare sconsolato, spento. Dentro di lui sembra essersi affievolito il fuoco sacro del tennis. Ciò che lo spingeva ad avere quella grinta, quel suo essere carico, aggressivo e martellante a cui ci aveva abituato. Il calore e l’amore che Roma riserva verso di lui avranno un ruolo fondamentale. Ripartire da casa è il modo giusto per sciogliere la mente, azzerare il quadro e tornare in pista.

Ma la battaglia più grande dovrà vincerla lui, fuori dal campo. Servirebbe un bel colpo dei suoi. Un servizio e diritto marchiato “The Hammer”.  Non contro un avversario: dall’altra parte della rete, sé stesso.

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