Da Roma a Parigi con lo spettro del boicottaggio negli Slam: vecchi rancori, pochi passi in avanti

Valerio Carriero
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Novak Djokovic - foto Brigitte Grassotti

Quando mancano solo dieci giorni all’apertura delle porte del Roland Garros per i primi match di qualificazione, dall’altro lato delle Alpi va in scena un altro capitolo di una lunga battaglia. No, non si parla ovviamente di rivalità di campo, ma di un qualcosa di più atavico che torna a riproporsi ciclicamente. Proprio come il succedersi dei tornei di anno in anno, altro tema caldo e di tanto in tanto riportato alla luce, con una cadenza sempre più difficile da sostenere per i giocatori. Eppure, senza di questi non ci sarebbero gli eventi in giro per il mondo, come sottolineato da Sinner. È proprio in questo aspetto che si innesca dunque un corto circuito che dal Foro Italico minaccia soluzione drastiche, come il boicottaggio del secondo Slam dell’anno.

Mentre gli account ufficiali del Roland Garros preparano la festa d’addio al proprio beniamino Gael Monfils (tennis e musica il 21 maggio, con Solveig, Franglish e Pokora), da Roma si solleva un coro di protesta contro una falsa visione dei fatti. Se è vero che il Major parigino ha aumentato il proprio montepremi superando quota 60 milioni, la percentuale destinata ai giocatori si è paradossalmente ridotta ed è ben lontana dal 22% promesso dai circuiti Atp e Wta. “Diamo molto di più di quello che riceviamo”, ancora citando Sinner, soprattutto se il paragone è con quello dei grandi sport americani dove i ricavi degli atleti si attesta intorno al 40-50%. Ma quella è un’altra storia, per una serie di motivi. Il primo riguarda la posizione di prestigio di ciascun torneo Slam, slegato da Atp e Wta – non senza polemiche – e per questo motivo con un enorme potere contrattuale, a differenza dei tennisti. Se persino uno come Novak Djokovic ha rinunciato a lottare dopo essersi sfilato dalla PTPA – di cui era co-fondatore insieme a Pospisil -, probabilmente c’è ben più di qualche ostacolo nell’avvicinare i giocatori al tavolo delle trattative con i grandi tornei. E invece, probabilmente come in nessun altro sport con un tale volume d’affari, questi risultano ‘invisibili’, spesso vittime di programmazioni folli e spremuti fino all’ultima goccia in nome dello show.

Attenzione, il punto banalmente “non era e non è ricevere più soldi”, ha sottolineato l’ex numero 1 serbo, ma quello di rendere più dignitosa la situazione di chiunque pratichi questo sport. Con cadenza ormai semestrale i top player firmano e mandano lettere agli organizzatori, da cui non ricevono riscontri o, nel migliore dei casi, ottengono risposte di chiusura più che di apertura. Ogni torneo, infatti, riutilizza (o almeno dovrebbe) la parte del ricavato per investire e migliorare strutture e crescere. Già, ma allo stesso tempo i tennisti sono imprenditori in proprio, con ingenti spese per il proprio team, l’incubo di lunghi infortuni, la maternità nel caso delle donne (tema sul quale solamente da qualche mese si è iniziato a muovere qualcosa). E se si considera che al banchetto degli Slam partecipino solamente 128 giocatori sulla marea di professionisti, è evidente che le tanto agognate riforme e l’invocata trasparenza siano assolutamente necessarie.

E allora sarà davvero boicottaggio? Difficile davvero pensarlo con così poco preavviso, ma “da qualche parte bisogna pur cominciare”, ha ammesso Sinner. La sua omologa Aryna Sabalenka (che intanto sfoggia il suo outfit per Parigi in un reel diventato virale in poche ore sui social) promette che “prima o poi ci arriveremo” se si continuerà di questo passo. E allora persino a Wimbledon si rivedono i fantasmi del 1973, l’unico grande rifiuto nella storia dei tennisti in uno Slam: le motivazioni erano però diverse, con la stragrande maggioranza degli uomini che ‘scioperarono’ per la squalifica inferta a Nikola Pilic, ‘colpevole’ di aver preferito disputare un torneo invece di rispondere alla convocazione in Davis da parte della federazione jugoslava.

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