L’ATP di Tel Aviv e la ragion di Stato

di - 5 Agosto 2014

atp tel aviv

di Alessandro Mastroluca

4626 raid verso la Striscia di Gaza. 3160 razzi lanciati da Hamas, 559 dei quali intercettati dal sistema Iron Dome. 1760 vittime palestinesi e 67 israeliane. Sono i numeri dei 29 giorni dell’operazione Margine Protettivo. L’ondata di violenze, iniziata come reazione all’uccisione di tre adolescenti israeliani, si è conclusa solo quando l’esercito ha dichiarato di aver distrutto tutti i tunnel di Hamas.

Impossibile che lo sport restasse al di fuori del Margine Protettivo. Già sabato scorso Erlich Ram ha spiegato al Washington Post di aver portato moglie e figli lontano da Tel Aviv, negli Stati Uniti, a luglio, temendo un’escalation di attacchi. La Uefa ha chiesto che le squadre israeliane giochino gli incontri casalinghi nelle coppe europee a Cipro e la federazione argentina ha richiesto che il playoff di Coppa Davis contro Israele sia spostato in altra sede.

Tel Aviv sperava quanto meno di difendere il torneo in programma dal 15 settembre, la prima edizione del Negev Israel Open. Ma quello che sarebbe stato il primo evento tennistico in Israele dal 1996, subentrato all’ATP di San Pietroburgo, è stato cancellato. “Data la situazione nella regione” ha detto il CEO dell’ATP Chris Kermode, “non possiamo procedere come previsto. La sicurezza è per noi una priorità”.

“Mi dispiace questa decisione” ha dichiarato il presidente della Federazione israeliana, Asaf Tochmeir, “abbiamo fatto tutto per assicurare un torneo di successo. Voglio in questo momento esprimere la nostra più totale vicinanza ai soldati e le nostre condoglianze per le vittime civili. Speriamo che la situazione possa risolversi al più presto”.

In Israele il tennis è diventato in questi anni un’occasione di riscatto, di speranza, l’immagine di un futuro possibile. Immagini come quella di Fahoum Fahoum, promessa della racchetta come la sorella Nadine, cittadino musulmano di origine araba che il 12 maggio 2008, durante la cerimonia per il 60mo anniversario della nascita dello stato di Israele reggeva una delle 12 torce che rappresentano le 12 tribù. Figli di Wafa Zoabi Fahoum, avvocato ed ex della Beit Hagefen, un’organizzazione no-profit che lavora per migliorare le relazioni tra ebrei e arabi, Nadine e Fahoum capiscono che la loro esperienza può essere utile. Nel 2007 Fahoum fa parte della seconda delegazione del Project Triumph: un gruppo di ebrei e di palestinesi di Haifa vengono portati a Los Angeles per tentare un approccio nuovo alla risoluzione del conflitto. “Mi piace mettere in contatto tra di loro persone che non hanno familiarità con il punto di vista dell’altro” dice Fahoum, che lo scorso dicembre è stato invitato a parlare durante una conferenza sulla comprensione inter-religiosa. “Lo vedo come una grande opportunità di usare le mie qualità per mostrare alle persone i lati positivi e negativi della loro visione”.

“Quello che vedo”, aggiunge Nadine, “è che non esistono ragioni per combattere. Quando non parli con l’altra parte, non sai cosa stanno pensando, e inizi ad aver paura di loro. L’interazione aiuta molto”. Però la politica viaggia in un’altra direzione. La Palestina ha fatto un salto storico quando ha riconosciuto lo Stato di Israele, che invece continua a rifiutare sia la soluzione a due stati che la proposta della convivenza in uno stato solo e intensifica l’occupazione e l’espropriazione in nomde dell’ideale della vittoria definitiva. Non può separarsi dai palestinesi, e non vuole inglobarli.

Esperienze, prove di dialogo si moltiplicano a livello locale. I genitori di Nadine e Fahoum sono coinvolti nella Freddie Krivine Foundation, associazione no-profit che porta avanti brevi programmi coesistenza scolastica tra arabi e ebrei e ha creato strutture per il tennis in dieci comunità per aiutare giovani di provenienza araba con uno staff misto di coach israeliani e palestinesi. Krivine è morto nel 2005, a 84 anni, e ora l’associazione è gestita da sua figlia Jane, figura fondamentale nel consentire a Dunja Imra al-Sous di realizzare il suo sogno e diventare la prima ragazza palestinese di sempre a farsi strada nel tennis. Cresciuta a pochi metri dal checkpoint di Kalandia, a Ramallah, non si è persa d’animo anche se all’epoca non c’erano campi né maestri in Palestina, dove il tennis è arrivato solo nel 1994 quando si è giocato il primo torneo grazie a Issa Rishmawi e Samar Araj Mousa, capo del dipartimento sportivo dell’Università di Betlemme, la più antica della Cisgiordania. Nel 1996 nasce l’Associazione Tennis Palestinese (PTA), presieduta ancora oggi da Rismawi, che diventa membro dell’ITF e della Federazione tennis asiatica. Nel 2003 Freddie Krivine si è offerto di pagare il costo dei taxi per aiutare la famiglia di Dunja, seguita dal 2006 dal grande Ron Steele. Nel 2008, poi, ottiene dall’autorità palestinese un visto per andare per un anno alla Bruguera Academy di Barcellona. La Krivine Foundation paga le spese per l’assicurazione sanitaria e poi l’aiuta a partire per gli Usa e a entrare in un piccolo junior college a Fresno, in California. Qui vince 24 partite sulle 25 giocate e il Michigan Tech le offre una borsa di studio per un anno. Adesso ha lasciato il tennis, fa la modella e l’attrice, ma ha aperto una porta, ha tracciato una strada dritta verso il futuro.

La convivenza rimane comunque problematica, come ha imparato a sue spese Younes El Aynaoui, miglior ambasciatore nel tennis del suo Paese e dell’Islam, chiamato l’anno scorso da Harel Levy, finalista a Toronto nel 2000 e nominato a fine 2012 direttore tecnico degli Israeli Tennis Centers. Levy gli ha chiesto di dare qualche consiglio ai coach e seguire qualche giovane promettente tra gli oltre 20 mila ragazzi che frequentano i 14 centri distribuiti sul territorio nazionale.

Per i tifosi di El Aynaoui, però, non sono ancora del tutto superati i tempi in cui un marocchino che girava per Tel Aviv era etichettato come un traditore della causa palestinese, in cui la vicinanza con i sionisti era vista come una colpa, come un peccato. Tempi che il tennis può, nel suo piccolo, contribuire a superare. Ma per riuscirci servono anni, generazioni, con buona pace degli organizzatori del torneo di Tel Aviv, ultima vittima collaterale di una guerra con una sola soluzione possibile che nessuna delle due parti, però, può o vuole perseguire.

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