Quando il proprio nome diventa quasi uno scherzo

di - 11 Marzo 2015

flavia pancetta

di Giulio Gasparin

Diciamocelo, è successo a tutti, almeno una volta, vedere o sentire il proprio nome storpiato nei modi più improbabili da disattenti centralinisti, insegnanti o, sempre più frequentemente, dai baristi di Starbucks. Io personalmente ritenevo di avere un nome piuttosto semplice, dopotutto chi non conosce Giulio Cesare? Da quando mi sono trasferito per studio in Regno Unito, e poi ho viaggiato in lungo e in largo attraverso paesi anglofoni, ho scoperto di sbagliarmi. La ciliegina sulla torta è stata posta la scorsa settimana, quando in occasione della cerimonia di laurea sono stato chiamato Giulilo dal rettore davanti ad una chiesa gremita per l’occasione.

È risaputo che nei paesi anglofoni vige una regola per cui se un nome è straniero l’importante è leggerlo come lo leggerebbe un locale, infischiandosene della pronuncia reale della persona in questione. Ne è esempio lampante Caroline Wozniacki, la danese di origine polacca che è regolarmente chiamata come la protagonista di ‘sweet Caroline’, mentre il cognome viene letto come il dittongo italiano UO. La ragione di questo pezzo un po’ fuori dalle righe è però il tweet di Tennis Channel, che non più tardi di ieri ha voluto rendere omaggio alla nostra Flavia Pennetta mostrando il murales realizzato in suo onore ad Indian Wells. Bellissimo pensiero, peccato che Flavia, il cui nome negli States è stato spesso vessato con i nomi improbabili quali Panetta, Peneta, o Pennata, si è vista chiamare Pancetta. Nulla da dire, se non che il buon vecchio copia-incolla sembra essere passato di moda, speriamo che Flavia l’abbia presa bene, e che tra Pennetta e Pancetta gli abbia magari pure offerto un’amatriciana…

 

A proposito della nostra “Penna” nazionale, anni fa fu a causa sua che Davide Labate inciampò malamente sul nome dell’avversaria battuta dall’azzurra in un match surreale sul centrale di Flushing Meadows. Se tutti i suoi fan ricordano i sei match point annullati alla Zvonareva, il giornalista della RAI ricorderà i quasi sei tentativi necessari a pronunciare il nome di questa.

Rimanendo in Russia, certo non è uno tra i nomi più facili, ma Anastasia Pavlyuchenkova si è detta molto sorpresa quando ad Indian Wells, nel 2013, si vide consegnare il proprio pass con la seguente trascrizione

A volte ci si mettono di mezzo trascrizioni più o meno disastrose, così, dopo una decina di anni nel circuito WTA, Lucie Safarova ha fatto notare agli arbitri, che dalla scorsa stagione hanno cominciato ad assecondarla, che il proprio nome è pronunciato nel modo in cui noi italiani leggeremmo Sciafajova. In questo caso però verrebbe da chiedersi, per tutti questi anni non ci aveva mai fatto caso e si è svegliata proprio ora?

Chi invece si è destato subito in una “nomeica” rivolta contro colui che arbitrò la prima vittoriosa finale ITF è stato Borna Coric, a Bournemouth. In terra inglese, l’arbitro pronunciò il nome del croato come se la prima lettera fosse una K per tutto il match, persino nel congratularsi con il giovane, il quale non rispose ai complimenti, ma con uno spazientito “My name is Ćorić.”

Se poi tralasciamo l’ormai quasi estinta abitudine di leggere la J in Djokovic come una I, la più grande mostruosità linguistica a livello ATP la subisce costantemente Jerzy Janowicz. Per sua fortuna non credo ch’egli guardi spesso la TV italiana, altrimenti comincerebbe pure lui a dubitare della propria pronuncia del suo nome, tante sono le varianti adottate, di cui seguono solo le migliori: a parte il nome spesso pronunciato “Gerzi”, si passa da Jànovits al meraviglioso “Gianovis” che disse una volta Bottazzi.

Anche i “grandi” del tennis non ne sono immuni, ci piace ricordare con un sorriso come all’inizio della carriera dell’australiano, Gianni Clerici si riferiva a Lleyton Hewitt con un pittoresco Liuton. Ai giorni d’oggi è Silvia Farina ad avere un problema cronico con Petra Kvitova, costantemente chiamata Chitova.

Tornando agli arbitri, l’anno scorso a Wimbledon sono stato testimone di un match di doppio che è stato, sotto diversi aspetti, il momento più alto della mia giornata sull’erba più famosa del mondo: . Non è il luogo per descrivere lo spettacolo di questo incontro surreale, ma in aggiunta al disastro tecnico-tattico del match, l’arbitro ha chiamato più volte la ceca con il nome da sposata, Zakopalova…povera Klara, nemmeno il giudice di sedia le ha dato pace dopo il divorzio. Ad ogni modo, tra gli umpire il trono indiscusso di re della pronuncia casuale è detenuto da Kader Nouni, la cui commistione di spirito libero e pronuncia francofona crea costantemente situazioni ilari. In una calda estate non molte stagioni orsono, il francese ha arbitrato a Bad Gastein un intrigante match tra la nostra Karin Knapp e la rumena Alexandra Cadantu (che qui specifichiamo si legge Cadàntsu), che verso la fine del primo set era diventato un “Karin Na vs Alexandrà Cantatù.”

Di casi poi ce ne sarebbero a iosa, da cui ne esce vincitore morale e non solo il torneo di Guangzhou, che nei primi anni affidava a google translator la trascrizione in cinese dei nomi delle tenniste, salvo poi riutilizzare lo stesso per la pagina inglese con risultati “bizzarri”, tipo la nostra Maria Elena diventata Camei Lin, ma anche Rapp Siqin Gaowa per la Bratchikova, Wave of pure reason per la giapponese Namigata, e Libraries have Liya Se Wa per Alla Kudryavtseva e molte altre. Ma prima di dilungarci anche troppo, arriviamo alla degna conclusione di questo pezzo con una performance eccezionale da parte di una guest star di un video promozionale della WTA, in cui una famosa decoratrice di interni si è fatta ispirare da Daniela Hantuchova per l’arredamento di un appartamento a Charleston. Niente da dire, la conosceva così bene che l’ha chiamata Danielle Anotoxfa, per ben due volte!

© riproduzione riservata

5 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *