Quanto è difficile vincere una prova del Grande Slam? La risposta a questa apparentemente semplice domanda cambia drasticamente a seconda della superficie, della collocazione in calendario e del tabellone. Analizzando il numero di giocatori e giocatrici diversi capaci di vincere almeno uno Slam dal 1968 (inizio dell’Era Open) a oggi, emergono chiaramente le zone di dominio assoluto e i feudi dell’imprevedibilità. Dalla roccaforte di Wimbledon al “caos” di Flushing Meadows per gli uomini e di Parigi per le donne, ecco cosa si nasconde dietro i numeri dei campioni Major nell’Era Open.
Wimbledon e la legge del più forte
Se c’è un luogo che più di tutti rappresenta la stabilità nel tennis, quello è senza dubbio Church Road. Con soli 23 vincitori differenti nell’Era Open, il torneo maschile di Wimbledon è lo Slam più “esclusivo” e oligarchico della storia. L’erba richiede una specializzazione e un adattamento unici in questo sport, che nel tempo hanno favorito lunghi domini d’élite: dalle dinastie di Borg (5) e Sampras (7) fino ai regni di Federer (8) e Djokovic (7) nell’era moderna.
Anche sul fronte femminile, il Major londinese resta quello con meno campionesse differenti (27), guidate dalle americane Martina Navratilova (9) e Serena Williams, a pari merito con la tedesca Steffi Graff a quota 7.
Roland Garros: la democrazia della terra battuta
A Parigi, invece, la situazione è completamente diversa. Il Roland Garros femminile detiene il record assoluto di varietà nell’Era Open, con ben 32 campionesse diverse. La terra battuta francese è da sempre il terreno di caccia ideale per le grandi favole sportive, dove la continuità è un bene raro e la fatica fisica e tattica scompagina spesso i pronostici.
Nel settore maschile i vincitori sono 29, un numero che sarebbe stato enormemente più alto se nel circuito ATP non si fosse mai abbattuto l’uragano Rafael Nadal, capace di vincere da solo 14 titoli.
US Open: il regno delle sorprese
Flushing Meadows rappresenta l’unica vera eccezione del confronto tra i due circuiti: è, infatti, l’unico Major ad aver incoronato più uomini (31) che donne (29). Cosa rende il cemento di New York così imprevedibile per il tour maschile? Una delle ragioni è sicuramente la collocazione temporale. Arrivando a fine estate, lo US Open raccoglie le tossine di una stagione logorante. La stanchezza dei favoriti ha spesso spalancato le porte a trionfi inattesi, primi acuti della carriera o exploit isolati, rendendo lo US Open il torneo più fluido e aperto del circuito maschile.
Australian Open: il primo Slam dell’anno
L’Australian Open registra un equilibrio quasi perfetto tra i due circuiti: 28 diversi vincitori maschili contro le 30 femminili. Essendo il primo grande appuntamento dell’anno, Melbourne beneficia di giocatori freschi, ma, talvolta, non ancora al picco della forma. È lo Slam in cui si misurano i nuovi equilibri della stagione e in cui la continuità di campioni come Djokovic (10) e Federer (6) nel maschile si è scontrata con l’incredibile ricambio generazionale del circuito WTA.
Cosa ci dicono questi numeri?
Questi dati ci fanno capire che il tennis non è uno sport omogeneo. La combinazione tra superficie, calendario e formato negli Slam (3 su 5 per gli uomini, 2 su 3 per le donne) crea ecosistemi completamente diversi. L’Era Open ci consegna un circuito maschile spesso imbrigliato nei domini di pochissimi cannibali sui campi veloci e un circuito femminile capace di reinventarsi e regalare storie sempre nuove ad ogni primavera parigina.