Spugne, spaghi e pietre bianche

di - 12 Luglio 2014

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di Sergio Pastena

Per essere uno che scrive da tre anni di tennis, principalmente per passione, ammetto tranquillamente di avere una carenza allucinante di pratica.

Bene, allora provo a raccontare una storia pratica per dare un’idea del perché ancora amo il tennis nonostante non mi piacciano più certe dinamiche di questo mondo. Una storia vecchia, anno 1992. Protagonista un dodicenne che aveva comprato all’Upim una racchettina di legno con una pallina di semi-spugna che rimbalzava come un fascio di insalata.

Triste dirlo, ma questo è uno scorcio tipico di Giugliano

Triste dirlo, ma questo è uno scorcio tipico di Giugliano in Campania

Chiariamo il punto di partenza: vengo da Giugliano in Campania, paesone dell’hinterland napoletano che rappresenta l’eccezione per eccellenza nel panorama italiano. Eccezione perché è l’unico paese italiano con una costante crescita demografica negli ultimi trent’anni. Eccezione perché è il paese con più abitanti a non essere capoluogo di provincia. Eccezione perché la microcriminalità è meno peggio che altrove, non per chissà quale merito dello Stato ma semplicemente perché la camorra non vuole troppa polizia in giro.

Detto ciò, per tante altre cose Giugliano non è un’eccezione: la camorra c’è, c’è la mentalità del paese che potrebbe essere città ma non vuole diventarlo, c’è tutta la marmaglia dei “Saranno Violenti”, fatta di piccoli guappi di quartiere, bulletti da tre soldi, ragazzaglia che fa la ferma obbligatoria fuori al bar della piazza centrale avendo come unico obiettivo nella vita quello di prendere in giro la gente che non è come loro. Ecco, io non ero come loro.

Non essere come loro implicava pochi diritti e tanti doveri, tipo il dovere di non girarsi a guardare quando passavi di fronte a loro e ti apostrofavano con un lapidario “’O spicchià” (tradotto: ehi tu, ragazzo con gli occhiali). Girarsi voleva dire dover fronteggiare un “Che tien a guardà?” ed eventualmente un paio di schiaffoni se il “Niente, scusa” non era immediato e convinto.

L’handicap della secchionaggine, tuttavia, non mi impediva di scendere e giocare con gli altri ragazzi una volta finiti i compiti e, in uno di quei giorni, proposi a tale Gaetano detto “’o Gnè” (non so perché), prototipo perfetto di sfigato totale, di variare la solita routine fatta di rigori e palla avvelenata (in lingua indigena “palla a cazzimma”). Presi la racchettina di legno che avevo in casa e un’altra meno comoda di orrenda plastica rosa, inclusi una palla di spugna e via: spago per fare la rete, pietra bianca per fare le righe e giù a giocare. Ci divertivamo e si vedeva, tanto che presto si aggiunse un altro ragazzo che portò in dote con sé un’altra racchetta di legno. E poi un altro e un altro ancora, al punto che presto si passò a fantasticare di un nostro torneo rionale con in palio il titolo di campione della famigerata “Starza”.

Come descrivere Tinuccio? Bastl dopo una dieta a base di peperonata

Come descrivere Tinuccio? George Bastl dopo una dieta a base di peperonata

Poi un giorno arriva “Tinuccio”. Per figurarvi Tinuccio dovete immaginare una specie di armadio Strungstra dell’Ikea a tre ante, però dotato di braccia, che passava le sue giornate a coltivare l’antica arte del cazzeggio da piazza. Arriva, ci vede, e fa “Voglio giocare anche io”. Reazione umana sarebbe stata quella di dire “No, tu no” e in effetti guardandoci negli occhi fu subito chiaro a tutti che quella era la risposta giusta. Tuttavia non so cosa successe: un po’ il privilegio di aver sentito una sua frase rivolta a noi senza insulti, un po’ la voglia di giocare tutti assieme e un po’ il sentito timore per l’incolumità di tibie e peroni, fatto sta che la risposta che uscì dalle nostre labbra fu qualcosa tipo “Cerrrrrto, vieni, prendi una racchetta! Mi dispiace che non ho una sorella maggiore, altrimenti te la davo Tinù!”.

Il torneo fu prontamente organizzato a sei persone, con wild card al primo turno per me in quanto possessore della racchetta e per Tinuccio in quanto possessore dei bicipiti. Aitano ‘o Gnè si fece strada agilmente nella slot alta ma venne impietosamente fermato da Tinuccio che per l’occasione adottò l’antica tattica del “Se vinci ti scasso”, antesignana teorizzazione di quello che poi sarebbe stato il Winning Ugly di gilbertiana memoria. Dal lato mio mi capitò un altro Gaetano, comunemente detto “Scheletrino” per via della sua muscolatura non troppo pronunciata: uno con la coordinazione di Fassino in tacchi a spillo, che al primo turno aveva superato di misura una cassapanca in rovere. Gli lasciai due game (le sfide, ovviamente, erano sulla distanza di un set).

Si arriva così a Sergio-Tinuccio, con i bookmakers che quotano a 1.1 la sua vittoria e a 1.05 la mia morte in caso di vittoria. Svolgimento della partita: Tinuccio tiene agilmente i servizi sfruttando il fatto di riuscire a dare potenza anche a una palla di semi-spugna, io tengo i miei soffrendo come un armadillo zoppo e facendo l’unica cosa che mi lasciava qualche speranza, ovvero spostarlo a destra e a sinistra fino a che non sbagliava. Si arriva al tie-break, anzi per la precisione al 7-6 per me nel tie-break con Tinuccio che al cambio campo (ebbene sì, eravamo molto professionali) mi aveva fatto uno sguardo tipo Ivan Drago a Rocky Balboa.

Lui serve, io buttandomi tipo calcio di rigore la rimetto in campo e, dopo due o tre palleggi, scatta la molla: sparo una velenosissima palla corta a fronte della quale Tinuccio carica verso la rete come un muflone. Ci arriva con la punta e ne nasce una controsmorzata involontaria, sulla quale stavolta mi fiondo io toccando appena. E Tinuccio anziché spararmi un missile in faccia fa qualcosa che mai e poi mai mi sarei aspettato da uno con la sua grazia da bisonte: inclina la racchetta a 45 gradi e mi scavalca. ANDALEEEE ANDALEEEEEEEEEE, ARRIBA ARRIBAAAAAAA! Corsa a perdifiato all’indietro, il pallonetto è molto alto ma non mi dà abbastanza tempo per superare la palla e tirare frontalmente, allora faccio l’unica cosa possibile da fare: colpisco la palla all’indietro alla viva il parroco e prego.

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Io dopo la vittoria

Tinuccio è a rete e ha finito il fiato, non se la aspetta mai. La palla si alza a campanile, sembra destinata ad uscire di molto. Ma è una palla di spugna e la brezza fa brutti scherzi: la traiettoria si ingobbisce e la palla rimbalza a cinque centimetri dalla riga di fondo, con Tinuccio paralizzato a rete e assolutamente impotente.

Quando un tennista vince, di solito alza le braccia al cielo e urla “E vai, ho vinto!”. Io feci una cosa simile, urlando però “E vai, sono morto!”. Vado verso la rete esibendo l’espressione “Ti prego, risparmia gli organi vitali”. E Tinuccio mi allunga la mano e mi fa “Bell a ‘tte, ‘o spicchià!”.

E se qualcuno ha riso a questa storia, provi a riconsiderarla sotto un’altra ottica: cos’è che il tennis ha in più? Perché ha portato una specie di aspirante camorrista a fare i complimenti a una banda di secchioni di quelli che, di solito, picchiava per ingannare il tempo? Io, forse, una risposta ce l’ho: se il calcio, in quanto sport di squadra, può portare certa gente a ragionare fatalmente secondo la logica del branco, sul campo da tennis sei solo. E non è uno sport individuale comune: non ci vogliono campi come nel golf, né piste come nel pattinaggio, non serve una piscina come nel nuoto né spazi ampi come per la corsa. Basta una palla di spugna, una racchettina vecchia, uno spago per fare la rete e una pietra per fare il campo. E una volta che ti sei divertito, hai dato tutto e hai giocato pulito, persino un Tinuccio ti stringerà la mano e ti dirà “Bell a ‘tte”.

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