Us Open 2009: quando Del Potro mise in crisi i Fab Four

di - 26 Agosto 2015

Del Potro Us Open 2009

di Francesco Cerminara

Sole, cielo limpido e bibite ghiacciate. Una cartolina che durante l’Estate fa piacere guardare, comprare e regalare. Se poi si gioca anche a tennis sul cemento di Flushing Meadows di New York, per gli Us Open, lo spettacolo per gli occhi è molto più grande di un comune souvenir.

Juan Martin Del Potro, tennista argentino in pausa forzata per i problemi al polso sinistro e gli interventi chirurgici, ricorda con il sorriso un’Estate, pardon un anno tennistico in particolare: il 2009. Allora, conquistò la sua prima e unica prova dello Slam: gli Us Open.

Si giocava la 128 edizione del torneo. Roger Federer era detentore del titolo. L’anno prima aveva addomesticato in tre set lo scozzese Murray. Arrivò in finale dopo un’interessante semi-finale con Djokovic, non ancora un Terminator della racchetta. In tanti lo davano favorito, pur apprezzando la solidità del suo contendente Del Potro. Il picchiatore argentino era solido da fondocampo, si muoveva bene nonostante i 198 cm di altezza, colpiva con furore di dritto, di rovescio e aveva un servizio potente, ma per gli scommettitori non poteva rovinare la serata al principe svizzero. Il pronostico si rivelò sbagliato. La storia spesso va contro le ipotesi più gettonate e fra poco capirete i motivi.

Del Potro entra in tabellone come sesta testa di serie. Al primo e al secondo turno gigioneggia contro il connazionale Juan Monaco (6-3,6-3,6-1) e l’austriaco Melzer (7-6,6-3,6-3). Poi, concede il secondo set a Kollerer al terzo turno e chiude 6-1,3-6,6-3,6-3.

Più va avanti nel torneo e più intimidisce. Gioca con misurata rabbia. La vittima del suo quarto turno è Juan Carlos Ferrero, disarmato per tutti e tre i set giocati e persi con un periodo 3-6. I big three Federer, Djokovic e Nadal sono ancora nella mischia. Nei quarti di finale, l’argentino di Tandil gioca contro Cilic, sicuramente più temibile dei suoi precedenti avversari. Il primo set è croato: 4-6. I successivi tre sono di marca argentina: 6-3,6-2,6-1.

Del Potro, che da quando ha sei anni si allena con Davin, è un treno in corsa. Per testare la sua potenza, è in semi-finale contro Nadal. Lo spagnolo di Manacor, come da troppi anni a questa parte, ha una condizione atletica settembrina debilitata. Traducendo in termini poveri, si offre al pubblico supplizio della semi-finale. DelPo lo annichilisce, lo immobilizza, sta molto meglio. Gli spagnoli alzano bandiera bianca e zio Tony capisce che il consiglio è vano. Nadal esce dal campo col capo chino, incassando un triplice 6-2.

Nella finale di Us Open, lo scontro di stile fra Federer e Del Potro è palese. L’argentino va sotto un set a zero e due set a uno, ma sospinge la partita fino al quinto. E’ un indomabile tennista che ha fame di vittorie. La classe federeriana si arena nel set decisivo e Del Potro pone fine al quinquennio di trionfi svizzeri (2004-2008) a Flushing Meadows con un perentorio 6-2. I suoi tifosi fanno casino, mentre lui si butta stancamente sul cemento.

Il 2009 si concluderà con la finale al Masters Cup di Londra e la sconfitta in due set per mano di Davydenko. E pensare che era cominciato con la vittoria ad Auckland, i quarti di finale agli Australian Open (sconfitto da Federer) e al Master di Roma (battuto da Djokovic), la semifinale al Roland Garros e al Master 1000 di Madrid (in tutte e due le circostanze a gioire era stato lo svizzero Federer), il trionfo a Washington su Roddick, la finale persa a Montreal contro Murray.

Una lista di risultati che gli ha permesso di salire al quinto posto. L’angolo dei fab four Nadal, Federer, Djokovic e Murray è in pericolo. Del Potro si adatta al cemento e alla terra rossa. Gli anni della consacrazione non sono mai stati così vicini. Ma madame storia, questa strana sconosciuta, porta con sé pure periodi dolorosi. Nell’anno 2010 va quarto. Poi, non difende i 2000 punti conquistati con la vittoria agli U.S Open. La sua classifica peggiora e il fisico non è più un’assicurazione per il buon gioco. L’undicesima posizione ritrovata e la finale di Davis raggiunta nel 2011 sono il preludio della riscossa? Nel 2012, chiuso comunque in settimana posizione, il polso sinistro del ragazzone di Tandil duole troppo. La semifinale contro Djokovic a Cincinnati è in questo senso emblematica. L’argentino perde il mordente del rovescio bimane e del diritto. Ha però risorse instancabili per reagire. Finale persa a Indian Wells 2013 da Nadal, vittoria a Basilea contro Federer, nell’Open del Giappone, a Washington. La quinta piazza è di nuovo sua. Da qui in poi, saranno lacrime di dolore per quel maledetto polso sinistro. Del Potro calca di frequente gli ospedali e le sale operatorie. Il suo tallone d’Achille si acquieta, si agita e finisce sotto i ferri almeno per tre volte e per guarire una lesione al tendine. I colpi che un tempo erano mortali per gli avversari non hanno più lo stesso peso.

Qualcuno sospetta che il canto del cigno sia imminente. Del Potro, circondato dall’affetto dei tifosi, usa post e video-messaggi per informare sulla sua salute. Mesi fa, ha detto: “voglio essere felice, con o senza racchetta”. La salute non può attendere, il tennis sì.

L’argentino è nervoso, preoccupato, devoto a familiari, amici e sostenitori per il loro. Le sue parole accarezzano il sogno di ritornare a grandi livelli. La priorità è comunque la guarigione completa. Del Potro, nei mesi di trattamenti medici, scrive anche un post sulla sua pagina facebook con cui comunica che il coach Davin e il preparatore atletico Orazi sono fuori dal suo team.

E’ sceso il buio per il tennista. Parlano i messaggi sui social, la delusione per la lontananza dai campi, una figura tennistica che deve mettersi da parte: “mi son detto che non volevo combattere contro il tennis, non volevo odiare questo sport. Ho preferito prendermi tutto il tempo necessario per recuperare innanzitutto come persona. Mentre qualcuno potrebbe pensare che sono depresso o affetto da qualche forma di crisi, io cerco una soluzione per il mio problema. Sono d’accordo con i miei allenatori, quello che vogliono vedere è un ragazzo felice, non uno che soffre”.

Chissà se la storia riprenderà a girare per il verso giusto.

 

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