Marco Bortolotti: “Ho ritrovato me stesso”

di - 11 Settembre 2013

di Alessandro Nizegorodcew

Marco Bortolotti torna a far parlare di sè. Il ventiduenne tennista di Reggiolo, che in passato ha vissuto e si è allenato per 4 anni a Tirrenia, ha raggiunto la sua prima finale in Slovacchia ad inizio agosto. Da quel momento la fiducia è aumentata esponenzialmente, il ranking migliorato sensibilmente (n. 716 Atp) e la voglia di emergere si è fatta sempre più forte. Spazio Tennis ha voluto ripercorrere tutta la sua storia, dagli inizi a Tirrenia, dall’esperienza spagnola a quella a Verona con Daniel Panajotti, sino alla scelta dell’attuale coach Andrea Fava.

Dove e quando hai iniziato a giocare a tennis?
“Ho iniziato a giocare a Reggiolo, in provincia di Reggio Emilia. Intorno ai 10 anni mi sono trasferito a Correggio, dove ho iniziato a collezionare i primi buoni risultati junior. Tra gli 11 e i 12 anni sono stato indeciso se praticare tennis o calcio, ma la scelta alla fine è stata abbastanza semplice. A 14 anni ero nei primi 30 della classifica ETA (vittoria a Pescara e finale a Correggio; ndr) e sono stato convocato a Tirrenia, dove sono rimasto 4 anni.”

Qual è il tuo bilancio sull’esperienza a Tirrenia?
“Devo dividere il mio periodo a Tirrenia in due parti ben distinte: i primi due anni sono stati davvero molto positivi ed ero seguito in particolar modo da Renzo Furlan e Giancarlo Palumbo, che credo sia stato l’artefice del mio ingresso al Centro Tecnico Federale. Giancarlo era infatti il tecnico regionale dell’Emilia Romagna e durante i weekend mi allenavo sempre con lui a Ferrara insieme a Tommaso Bordoni, un ragazzo che oggi ha smesso. Il terzo anno a Tirrenia la guida tecnica non era molto chiara e mi sono ritrovato sballottato in una sorta di ping pong tra Paolisso, Furlan, Montalbini e Palumbo. I migliori due mesi della stagione sono coincisi con il periodo in cui mi seguiva Giancarlo, con il quale ho da sempre un rapporto speciale. Il quarto anno ero nel gruppo di Simone Ercoli insieme a Gaio e Colella. I tecnici che ho citato sono sicuramente di livello, ma dal terzo anno non ho mai trovato la giusta continuità e la possibilità di conoscere le persone anche a livello umano. La seconda parte a Tirrenia, dunque, non è stata molto positiva.”

A 18 anni sei quindi uscito da Tirrenia. Ti sei trovato un po’ disorientato?
“Uscito da Tirrenia ho parlato con Renzo Furlan ma non mi hanno saputo indirizzare come avrei voluto. Ho parlato con la mia famiglia e la scelta è ricaduta su Barcellona e nello specifico sull’Accademia di Bruguera. E’ stata un’esperienza positiva, ho conquistato i miei primi punti Atp e ho soprattutto acquisito la mentalità spagnola, che ben si sposa con il stile di gioco. Entravo in campo con le idee chiare, sapevo che dovevo tirare ben sopra la rete e non troppo vicino alle righe.”

La Federazione ha continuato a seguirti in qualche modo?
“A livello di wild card certamente si. Economicamente mi hanno supportato per una stagione, quella successiva alla mia esperienza spagnola.”

Che differenze hai notato tra Spagna e Italia a livello di insegnamento tennistico?
“La differenza è la mentalità, perché a livello tecnico in Spagna il lavoro è più “povero”. Mi dicevano due cose da fare in campo e io le mettevo in pratica. Ho ottenuto buoni risultati ed è un’esperienza che rimane nel mio bagaglio personale. Sono rimasto a Barcellona 9 mesi…”

E poi?
“Mi mancava un po’ casa e ho preso la palla al balzo quando mi si è presentata un grandissima occasione: lavorare a Verona con Daniel Panajotti.”

Come ha arricchito Panajotti il tuo tennis?
“Tecnicamente sono migliorato tantissimo nei due anni con Daniel. Ho iniziato a cercare molto, forse troppo, il vincente. Avevo molta fiducia nei miei colpi ma sbagliavo anche tanto e i risultati non sono stati eccezionali. Inoltre Panajotti, purtroppo, non mi poteva seguire molto in giro per i tornei.”

Il passaggio successivo, che è poi quello attuale, ti ha portato da Andrea Fava. Come ti trovi?
“Insieme a coach Fava ho ritrovato me stesso. Mi ero un po’ perso e con lui ho ritrovato quello che è certamente il mio stile di gioco ideale: qualche rischio in meno, tanto corsa, tanti chilometri, senza disdegnare ovviamente il vincente. Oggi, dopo le tante esperienze che porto sempre con me, credo di valere molto di più e con Andrea riesco ad esprimerle al meglio. Ho lavorato anche con il preparatore mentale Federico Di Carlo: non ho avuto modo di incontrarlo molte volte ma qualcosa di importante mi ha trasmesso anche lui.”

Quali sono i tuoi punti di forza?
“Il fondamentale migliore è sicuramente il diritto, abbinato alla grande capacità di corsa.”

Obiettivi per la fine del 2013? E quelli a lunga scadenza?
“Qualche mese fa, quando ancora non avevo iniziato a raggiungere buoni risultati, mi ero detto di provare ad entrare nei top-600. Oggi sono 716 e spero dunque di farcela. Il sogno, invece, è di entrare nella top-20.”

Ti senti pronto anche per il livello challenger?
“Come livello di gioco credo di potermela giocare con i giocatori almeno fino al numero 250. Ho disputato match alla pari con Trevisan, Naso e Arnaboldi, ma ve n’è stato un altro ancora più importante…”

Quale?
Contro Capkovic in Slovacchia, nel torneo in cui ho raggiunto la mia prima finale futures. Non avevo mai superato in quarto di finale e contro Capkovic ho vinto un match durissimo che avevo praticamente conquistato in due set, dovendo invece ricorrere al terzo. E’ un po’ di tempo che mi sento alla pari con tennisti che disputano i challenger. Inoltre le vittorie in doppio insieme a Francesco Borgo (nella foto) mi hanno dato ulteriore fiducia e spero di ottenere altri ottimi risultati entro la fine dell’anno.”

Grazie Marco e in bocca al lupo
“Crepi, grazie a voi.”

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