Lo ricordiamo per il suo scarso autocontrollo, per i suoi sprazzi di ira in campo e per qualche scenata di troppo diventata virale sui social. Ma ora tutto è passato. L’acerbo Andrey Rublev sembra ormai maturo per essere colto dall’albero e, quantomeno sull’atteggiamento in campo, per lui sembra essersi aperta una nuova era. In occasione dell’UTS di Nîmes 2026, il vicedirettore di Spazio Tennis, Lorenzo Ercoli, ha avuto occasione di fare una chiacchierata con il tennista russo nella splendida cornice dell’anfiteatro romano della città francese, allestito come campo principale per l’occasione.
Rublev ha da subito sottolineato l’importanza di saper trasferire il buon ritmo offerto in allenamento anche durante le partite: “Stiamo lavorando proprio su quello: trasferire il livello dell’allenamento in partita e sbloccare quei blocchi per essere in grado di giocare in modo più costante. A volte succede per una settimana e poi, per le tre successive, non succede nulla; è un saliscendi che stiamo cercando di stabilizzare”.
Nuove consapevolezze
E ovviamente si è soffermato sul suo nuovo approccio ai match, ammettendo di aver abbandonato quel modo “tossico” di porsi in campo: “Certamente mi ha aiutato a essere dove sono oggi… ma è un modo tossico di raggiungere gli obiettivi. A un certo punto ti senti esausto e più vuoto di prima. Ho spremuto tutto quello che potevo da quell’approccio; ora si tratta di imparare un nuovo modo di porsi, più sano”.
Rispetto agli inizi della sua carriera, Andrey ha ora sensazioni diverse:
“Quando sei giovane non sei ancora pronto fisicamente e tecnicamente, ma hai una completa libertà interiore e ottieni risultati superiori al tuo livello. Con l’età mi sento molto più forte fisicamente e nel gioco, ma hai meno libertà nella testa e questo crea dei blocchi. Si tratta di trovare un equilibrio”.
Se prima il tennis aveva un certo tipo di influenza nella sua vita privata, oggi è tutto diverso: “Non era il tennis, ero io a influenzare la mia vita. Mi condizionavo molto attraverso i risultati e mettevo troppe cose nella mia testa. Ora va meglio: non mi influenzo più così tanto e mi godo molto di più la vita. Ora noto la bellezza dei posti dove giochiamo, come questa arena, mentre a 18 anni non ci avrei nemmeno fatto caso”.
L’avvento dei Sincaraz
L’arrivo delle nuove generazioni e l’avvento di Alcaraz e Sinner hanno tolto alla sua generazione parte delle possibilità di affermarsi come ci si aspettava. Spesso la “new gen” viene etichettata come impantanata tra old e next gen. Per Rublev non è un problema, anzi, ciò genera motivazione continua: “Non mi sta influenzando negativamente, anzi. Mi dà la convinzione che certi risultati siano raggiungibili. Mi danno speranza: se loro ci sono riusciti così presto, significa che con il giusto approccio e la giusta mentalità non devi aspettare anni per essere a quel livello”.
E la differenza, contro i “Sincaraz”, sta tutta nella forza mentale: “La differenza è che loro giocano a tennis e basta, non importa il punteggio o il turno. Io, a volte, gioco a tennis e a volte spero: spero di fare il punto, spero che l’altro sbagli o faccia doppio fallo. Io gioco con i pensieri, loro giocano a tennis. Anche loro hanno i loro pensieri, ma sono in grado di superarli”.
Il nuovo Rublev
Rublev ha poi esposto (brevemente) i cambiamenti principali portati da Marat Safin, suo nuovo coach, che gli ha permesso di rinnovarsi e trovare maggiore serenità: “Mi ha dato molti consigli che non si possono riassumere in un minuto. Il punto principale è semplicemente… ‘lasciare andare’ (let it go)”.
Infine, non ha nascosto il suo rammarico per non aver creato un ciclo vincente con la sua nazione dopo il trionfo in Coppa Davis nel 2021:
“Sì, avevamo la sensazione di avere il livello per vincere un paio di anni di fila. Io ero il numero due della squadra pur essendo numero 6 o 7 del mondo: era una posizione incredibile perché giocavo contro i numeri due avversari, che erano magari 20 o 40 al mondo. Avevamo un grande vantaggio”.
Rublev continua oggi la caccia ai titoli che contano, ma con una maggiore consapevolezza e una fiducia nel lungo termine dei propri mezzi: “Ho imparato che non puoi controllare tutto. A volte ti senti incredibile e perdi, altre volte ti senti un disastro e ottieni risultati incredibili. Non bisogna concentrarsi sulla settimana specifica, ma solo sul fare le proprie cose: i risultati arriveranno”.