Gustavo Luza: “Vi racconto il tennis in Argentina”

di - 22 Gennaio 2016

gustavo luza

Di Paolo Silvestri

Attivo a cavallo fra gli anni ‘80 e ‘90, Gustavo Luza è stato soprattutto un ottimo doppista, con un best ranking al nº 37, 5 titoli Atp e diverse presenze (nell’89, ‘90 e ’91) nella squadra argentina di Coppa Davis, di cui poi è stato anche capitano fra il 2002 ed il 2004. Abbiamo fatto con lui una piacevole chiacchierata, in cui ci ha parlato del suo passato (che per un periodo lo ha anche visto a fianco dei giovani Coria e Nalbandián) e del suo presente, in cui alterna l’attività di direttore e coach nell’ Academia Pilará Tenis Club di Buenos Aires a quella di commentatore per Fox Sports in Sudamerica.

Gustavo, sono talmente tanti gli aspetti di cui ti sei occupato e ti occupi nel mondo del tennis che non so neanche da dove cominciare! Se sei d’accordo potremmo partire dalla tua attuale attività di coach presso l’Accademia Pilará di Buenos Aires. Ci racconti qualcosa delle caratteristiche e delle peculiarità della struttura che dirigi?

L’accademia si differenzia dalle altre del mio paese soprattutto dal punto di vista dell’infrastruttura. Abbiamo 10 campi in terra, 4 veloci, dei quali 2 coperti (il che non è abituale da queste parti). Direi che è l’unica accademia in cui la pioggia non può fermare l’attività! Poi non c’è in Argentina un’altra struttura che abbia stanze per i giocatori all’interno del club, con il vantaggio di evitare il problema degli spostamenti, perché tutto si svolge all’interno della stessa area, che tra l’altro ha anche un servizio di vigilanza 24 ore su 24. Insomma, oltre all’allenamento tecnico e fisico offriamo un servizio completo per i ragazzi, con vitto e alloggio, tintoria, wi-fi, ecc..

Con quali giocatori lavorate? C’è fra di loro qualche giovane promettente?

Lavoriamo con tennisti di tutti i livelli, da quelli che stanno iniziano, a quelli che fanno tornei junior, fino a quelli che stanno tentando la strada del professionismo giocando i Futures. Puntiamo in particolare su due ragazzini che sono fra i migliori nelle loro rispettive categorie a livello nazionale.

E in generale come vedi il tennis argentino in questo momento?

Sono di quelli che credono che goda di buona salute, anche se la gente e i media rimpiangono l’epoca d’oro della generazione attiva più o meno fra il 2000 e il 2011. L’obiettivo è quello di avere il maggior numero possibile di giocatori fra i primi 100 del mondo, poi se maturano tennisti d’élite, Top 10, sarebbe naturalmente l’ideale.

Pensi che Del Potro riuscirà a tornare a giocare ad alto livello?

Il presente di Del Potro è davvero un’incognita assoluta. Magari potesse tornare a giocare e, se così fosse, raggiungere il livello che ha dimostrato nei migliori momenti! Ma non è per nulla facile che si verifichino queste circostanze, mi sembra molto complicato.

Dicci qualcosa della tua epoca come giocatore. Quali sono stati il momento più dolce ed il più amaro della tua carriera?

Beh, nella vita di un tennista di livello accettabile quale credo di essere stato io, sono molti di più i momenti di amarezza. Senza dubbio i ricordi più dolci sono legati, al di là dei risultati, alle occasioni in cui ho rappresentato l’Argentina in Coppa Davis, e i cinque tornei Atp vinti in doppio. Dei momenti amari potremmo parlare più a lungo, ma ci vorrebbe tempo.

Forse allora, con il senno di poi, cambieresti qualcosa nel tuo modo pianificare la tua carriera…

Sai, uno sempre pensa che avrebbe potuto fare le cose meglio, ma fondamentalmente credo che avrei dovuto essere più maturo e tollerante nei confronti dei miei errori. Ma in fondo è un’utopia, perché parliamo di aspetti legati al carattere, e per fare questo avrei semplicemente dovuto essere un’altra persona.

Però sei stato un eccellente doppista! Io ricordo di averti visto giocare e penso che se avessi avuto un partner stabile avresti potuto tranquillamente entrare nella Top 10 di specialità. Ma comunque volevo chiederti se diventare uno specialista del doppio è stata una scelta o in qualche modo un ripiego.

Un po’ entrambre le cose. Il doppio mi dava le soddisfazioni e i risultati che non trovavo nel singolo. Poi stavo più tranquillo in campo, soffrivo meno e come conseguenza rendevo meglio, e questo ha contribuito a farmi decidere per il doppio, anche per una questione di necessità, perché mi ha permesso di ottenere maggiori introiti e di realizzare sogni che con il singolo sarebbero stati impossibili.

Io sono un amante del doppio, mi sembra una modalità meravigliosa…

Hai ragione, è una modalità meravigliosa e personalmente lo considero fondamentale per lo sviluppo di un giocatore. Un singolarista può trarre grandi benefici tecnici giocando il doppio, migliorando il gioco al volo e quello d’attacco. Federer è l’unico che lo fa alla perfezione e grazie a questo ha potuto rinventarsi, giocando punti più corti e risparmiando moltissima energia.

E vedi delle differenze nel doppio di oggi rispetto a quando lo giocavi tu?

Mah… in generale direi di no.

I doppisti sono longevi, ma tu ti sei ritirato relativamente presto, quando forse avresti potuto continuare qualche anno. Quali ragioni ti hanno spinto a smettere?

È vero, avrei potuto giocare ancora, ma quando smisi era nato il mio primo figlio e quell’anno (il 1992, ndr) siamo stati per otto mesi in giro per l’Europa. Mia moglie doveva finire l’università, cosa che aveva posticipato per stare con me, e giravamo per il mondo con un bebè che non aveva ancora compiuto un anno. Non volevo continuare con quella vita errante, e per questo presi rapidamente la decisione di ritirarmi. Avrei potuto continuare ancora quache anno a un buon livello, ma la famiglia è sempre stata prioritaria per me.

luzaComunque dopo il ritiro non ti sei fermato e hai fatto praticamente di tutto nel mondo del tennis, lavorando tra l’altro con molti junior, fra i quali Coria e Nalbandián. Cosa ci racconti di quella tappa della tua carriera?

È stato un privilegio per me lavorare con due fenomeni così talentosi. Due grandi competitori, con straordinarie doti tecniche, che mi hanno regalato bellissimi momenti tennistici. È stato un periodo di apprendistato molto importante per me, ho imparato a interagire con adolescenti che uscivano dai canoni della normalità, perché fin da piccoli erano stati fra i migliori del mondo. È stato un privilegio, ecco.

La storia di Guillermo Coria è un esempio del potere che ha la mente in questo sport. Si è bloccato in un momento dolce della sua carriera, e non è più riuscito ad alzare la testa…

La sua maggiore virtù era la competitività, in campo era fin da ragazzino un giocatore terribilmente forte a livello mentale, con una capacità di concentrazione rara nei suoi coetanei. Questo è quello che ha perso, quello che ha fatto precipitare il livello delle sue performance. Io non so esattamente cosa gli sia successo e cosa non abbia saputo gestire, ma intuisco che si sia trattato di qualche questione extratennisitica. Ma è solo un’opinione, parlo solamente per una mia intuizione che non si basa su nessun dato oggettivo.

Poi sei stato per qualche anno anche capitano della squadra di Davis. Immagino sia stato un sogno fatto realtà.

Quando uno gioca a tennis, la sua aspirazione è far parte della squadra di Davis almeno una volta. E se decide di fare il coach, il suo massimo obiettivo è esserne il capitano. La mia vita sportiva è stato un privilegio permanete, ho potuto coronare entrambi questi sogni, e sono stato capitano in uno dei migliori momenti della storia del tennis argentino.

È stato però anche un periodo difficile, segnato da parecchi problemi con i giocatori. Adesso che sono passati un po’ di anni qual è il tuo bilancio di quell’esperienza?

Sì, è vero, e la mia uscita di scena non è stata esattamente delle migliori. Ma sai, non è facile convivere per due anni con giocatori che si sentono padroni del mondo, che sono trattati come divi e ai quali non importa altro che imporre la propria volontà, con atteggiamenti spesso immaturi. È stato molto doloroso per me, ma rapidamente presi le distanze e presentai le dimissioni perché non ero più disposto a tollerare atteggiamenti di quel tipo. Detto questo sono indubbiamente grato a chi mi ha dato la possibilità di vivere quell’esperienza che fu molto intensa e produttiva nella mia formazione come allenatore.

Comunque è incredibile che una nazione con la tradizione tennistica dell’Argentina non abbia mai vinto la Davis! A volte lo sport è ingiusto, per quanto la Davis sia una competizione molto sui generis, come sappiamo.

In parte sono d’accordo, se pensiamo alla quantità di ottimi giocatori che abbiamo avuto, soprattutto negli ultimi 15 anni. Però bisogna riconoscere che c’è stata una grande opportunità sprecata a Mar del Plata nel 2008. Un’ opportunità che ci sfuggì di mano per polemiche che non avrebbero dovuto interferire nel raggiungimento di un obietivo comune così importante. La Davis è una competizione a squadre, e l’Argentina in quell’occasione aveva solo dei giocatori, non una squadra. In questo senso non sono del tutto d’accordo quando parli di ingiustizia.

Senti… a proposito di tennis e colori nazionali. Ci sono alcuni argentini che hanno optato per giocare per l’Italia, come recentemente Bahamonde e Ciurletti. Tu che cosa ne pensi?

Non posso darti un’opinione fondata, perché non conosco direttamente le offerte che hanno ricevuto per prendere una decisione così importante. A mio avviso dovrebbe trattarsi di qualcosa di veramente importante, in caso contrario non credo che uno debba lasciare il suo paese per crescere come giocatore. In Argentina ci sono stati grandissimi giocatori che non hanno avuto bisogno di emigrare. Ma insisto, per dare un’opinione fondata bisognerebbe conoscere in dettaglio la situazione di ogni ragazzo.

Fra le tue molteplici attività c’è anche quella di commentatore per Fox Sports in Sudamerica. Che cosa ci puoi dire della tua esperienza dietro a un microfono?

Mi piace molto, è un’attività nella quale mi sento a mio agio e che mi diverte. Allo stesso tempo mi permette di mantenermi aggiornato sul livello del tennis maschile e di conoscere i nuovi giocatori, oltre a seguire da vicino l’evoluzione di quelli che sono già consolidati nel circuito.

E come è nata questa opportunità nella tua carriera?

L’opportunità è nata nel 2002, quando ero capitano della Davis, ed il mio collega e amico Guillermo Salatino mi onorò con l’invito ad accompagnarlo nelle telecronache.

Allora, proprio nella tua veste di giornalista, dicci secondo te che cosa ci offrirà la stagione 2016. Continuerà lo strapotere di Djokovic?

Credo di sì, Djokovic continuerà a dominare il circuito, anzi probabilmente con maggiore facilità rispetto allo scorso anno. Il calo di rendimento di Nadal e la logica curva discendente di Federer a livello fisico, accentueranno il suo dominio.

E vedi qualche giovane che possa rappresentare una sorpresa?

Per adesso non vedo dei giovani che possano avvicinarsi alla qualità tennisitca dei dominatori attuali. Ci sono molti ragazzi che mi piacciono e che avranno un grande futuro, ma non vedo fra di loro nessun “galattico” come i fenomeni che ho citato.

Magari ne uscirà uno dalla tua accademia! Mille grazie Gustavo per il tuo tempo e buona fortuna!

Grazie a voi!

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