Angelo Mangiante, una delle più grandi voci del tennis in italia. Ex giocatore e allenatore, giornalista (soprattutto di tennis e calcio) in questo momento a Sky Sport, ma soprattutto una persona con una passione per il tennis che va oltre le parole.
Il direttore Alessandro Nizegorodcew ha avuto l’opportunità di chiacchierare con il collega in occasione della prima puntata del podcast live Shell We Talk, appuntamento tenuto alla Shell Libreria Bistrot di Roma e prodotto da Home Exchange. La versione integrale è disponibile sul canale YouTube di Spazio Tennis.
- La scuola di vita
- I satelliti e la gavetta da giocatore
- Dal campo alla panchina
- Dalla gavetta alle grandi telecronache
- Wimbledon 2001, Sampras e Federer
- Dalla racchetta alla Roma
- Sinner e il nuovo rapporto degli italiani con il tennis
- Il personaggio e la famiglia
- Il pubblico e il rispetto per l’avversario
- La nuova generazione del tennis italiano
- L’inviato
- Il ricordo di Elena e il valore dell’umiltà
La scuola di vita
La carriera, e non solo, di Mangiante, nasce con entrambi i piedi in campo: “Il tennis mi ha dato tutto, la bellezza che va oltre il campo. Campo è riduttivo, è proprio uno stile di vita, un approcciarsi allo sport, un modo di vivere anche con rispetto lo sport, senza insulti. E poi è stata una palestra di vita, perché se tu esci indenne da un campo da tennis e dal modo in cui arrivi nel campo, cioè attraverso le trasferte, alla fine poi le trasferte di lavoro a Sky sono una passeggiata rispetto a quelle che hai fatto nel corso della tua carriera.”
I satelliti e la gavetta da giocatore
Il romano ha giocato sul circuito ATP raggiungendo la posizione numero 708 della classifica mondiale in singolare nel 1987: “Eravamo ovviamente ancora senza internet, telefonavi a casa forse una volta a settimana con i gettoni. Andavi lì, con la borsa, le racchette e speravi di tornare con un punto ATP. Ecco, questo è il messaggio iniziale del tennis che era quello dei Francescani, parti col saio, ti metti i sandali e vai. Eravamo così.”
“Quindi chi erano i nostri compagni di viaggio? Non so. Sandro De Minici, Simone Ercoli, Massimo Cerro, Edoardo Mazzano, io sono del 65, loro 63 e si va sempre un po’ in gruppo, così ci si aiuta in certe situazioni.” Vi invitiamo a recuperare l’impagabile aneddoto su Massimo Cerro nella versione integrale (a partire circa dal minuto 8:00).
Dal campo alla panchina
Ma come mai ha smesso così giovane? “Sono stato onesto con me stesso. Ho letto una frase di Jannik, che c’entra proprio nulla con me, in un’intervista ha detto ‘Mi ero dato un tempo, se entro al compimento dei 22 anni non fossi stato nei primi 200 del mondo avrei smesso per un motivo economico, perché i miei genitori non potevano mantenere un’attività che, a livello professionistico, se vai in giro per il mondo, ti costa, è tutto a carico del tennista’”.
“La mia passione sarebbe rimasta, però volevo fare altre cose. La prima che ho fatto è stata iscrivermi alla scuola nazionale maestri”. Questo percorso ha portato Mangiante ad allenare la sudafricana Amanda Coetzer, poi diventata numero 3 del mondo nel 1997.
Dalla gavetta alle grandi telecronache
“A me piaceva scrivere, mi piaceva studiare l’italiano e letteratura. Avevo letto una richiesta in una rivista specializzata, Tennis Oggi, che non ora c’è più. Cercavano ragazzini alle prime armi, mi presero per scrivere quattro o cinque articoli al mese, cosa che mi permise di prendere il tesserino da pubblicista”. E lo step successivo? “Inizio a collaborare poi con i quotidiani, finché Dario Dormeo non comincia a mandarmi in giro a seguire un po’ di tornei per il Corriere dello Sport”.
“La vita del freelance è come quella che vi ho raccontato nei tornei satelliti. L’inferno. Un’inferno che si fa passione, non è una rinuncia, è una scelta, però si lavora 20 ore su 24. Quindi andavo a New York, facevo il Corriere dello Sport e Tennis Oggi, Radio Monte Carlo, e secondo me pure una quarta e una quinta cosa e in 15 giorni, lavorando 20 ore su 24, tornavo a casa in pari.”
Wimbledon 2001, Sampras e Federer
“La telecronaca di tennis mi piaceva tantissimo, anche perché arrivai a fare telecronache importantissime: nel 2001 per Stream commentavo Wimbledon e non solo, una delle più belle finali che io ricordi nel 2001, appunto, tra Goran Ivanisevic e Pat Rafter, con il croato che finalmente vince a Londra, ma nel torneo c’era stata la sfida tra Roger Federer e Pete Sampras.”
Una prima volta condivisa con un pilastro del tennis italiano: “Ero con Paolo Bertolucci, tra l’altro, in commento. Ci guardavamo quando Federer faceva quei numeri alla Federer, ma era la prima volta che il mondo lo vedeva. Dicevo, Paolo, c’è qualcosa che non va: qui sto ragazzo ha del talento divino contro il mito del tennis Sampras.”
Dalla racchetta alla Roma
Poi, una svolta: “A un certo punto, dopo una di quelle finali, mi chiama il direttore Massimo Corcione. […] Corcione è stato veramente il grande maestro del telegiornale a Sky e il TG5.”
“Stream prese i diritti di sette squadre, tra queste la Roma, e in qualche modo mi chiesero ‘Guarda, qui abbiamo fatto investimento notevole, ci serve una mano’. E fortuna volle che il primo anno la Roma vinse subito lo scudetto. Cosa che non si è più ripetuta, magari portavo fortuna”.
Sinner e il nuovo rapporto degli italiani con il tennis
Cos’è Jannik Sinner per gli italiani? “Una rockstar, questa è una definizione giusta. Lui sposta tanto nell’immaginario collettivo. Io ho capito che stava cambiando il vento quando il gommista, o chi per lui, ti vede, si avvicina e fa ‘Ah Sinner se avesse fatto il break…'” Si tratta di personaggi totalizzanti e magnetici: “Sinner ha avuto la capacità di intrigare tutte le generazioni, ma anche chi non si occupava di tennis. È sicuramente quello che è accaduto, ad esempio, a me che seguivo poco la MotoGP quando è uscito Valentino Rossi, seguivo poco lo sci quando è uscito Alberto Tomba, con questa capacità di affascinare”.
Un personaggio d’oro in campo e fuori: “Mi piace anche lo spessore anche fuori dal campo, il fatto che possa essere un esempio per i tuoi figli, per tutti, dà un modello di serietà, di disciplina, di cultura del miglioramento, di umiltà”.
Il personaggio e la famiglia
Tanto potente quanto introverso: “Lui è così ed è diverso un po’ da tutti. In realtà lui è molto semplice, cosa che magari può sorprendere, ma è realmente così”. E poi ancora: “Non interpreta un personaggio. Ci sono alcuni che davanti alle telecamere ne sono 100.000, infatti poi ogni tanto non sanno neppure loro chi realmente stanno interpretando“.
Il pubblico e il rispetto per l’avversario
Parte del pubblico italiano non è ancora abituato a vivere il tennis con le sue particolarità: “Adesso il tennis ha preso anche una fascia di pubblico che lo conosce di meno rispetto a quella abituale e quindi vorrebbe un tifo calcistico che non può essere portato sul tennis. La bellezza del tennis è che non si tifa contro.”
L’esempio citato della finale Ivanisevic-Rafter calza a pennello: “La bellezza del tennis era in quella finale di Wimbledon 2001: c’erano i croati vicini ai tifosi australiani, uno accanto all’altro, e applaudivano”.
Come successo varie volte con Sinner e Alcaraz, “Sono loro i primi che si abbracciano e che ti dicono: noi andiamo in campo, lottiamo, ma viviamo di valori che sono quelli della correttezza, del fair play”.
La nuova generazione del tennis italiano
Mangiante ha vissuto tutta la crescita del movimento: “Io penso che difficilmente ricapiterà una generazione così. Vinceremo ancora tre Coppe Davis, due Billie Jean King Cup di fila? È una di quelle ere che ricorderemo tra tanti anni”. I numeri sono effettivamente impressionanti: “Abbiamo avuto tre giocatori nei primi 15, è difficile, no? Contemporaneamente quattro nei 20, 11 nei 100 a un certo punto”.
Una svolta per l’intero movimento, addetti ai lavori compresi: “Quando è uscita questa generazione di fenomeni l’azienda mi ha chiesto una mano, è stato bellissimo. Sono tornato indietro di anni perché ho ricominciato a girare per il tennis”.
L’inviato
La vita dell’inviato non è così facile, ma Angelo la conosceva già: “La vita dell’inviato di fatto è la vita del tennista, nel senso che sei sempre in movimento. Quella dell’inviato è un po’ più organizzata, quindi sai un po’ prima dove andrai, invece il tennista deve spesso cambiare i piani all’ultimo”.
Fatica ripagata: “Per fare tanti anni di viaggi da una parte all’altra del mondo, comunque, ci vuole un bell’allenamento psicologico e non solo fisico. Il lavoro è meraviglioso: non deve avere l’orologio, cioè tu sai quando inizi ma non quando finisci. La giornata con le notizie, soprattutto nel nostro caso che abbiamo un telegiornale che va in onda dalla mattina a mezzanotte”.
Il ricordo di Elena e il valore dell’umiltà
Mangiante non ha potuto che chiudere con un ricordo della leggendaria Elena Pero, una delle, se non la voce più bella, competente e importante nel racconto del tennis in Italia negli ultimi decenni, e che purtroppo ci ha lasciati il 24 settembre del 2026.
Pero ha fatto tutta la gavetta al fianco di Angelo e altri colleghi: “Io negli occhi ho ancora la ragazza: per me Elena è ancora una ragazza, perché l’ho conosciuta così. Eravamo due giovani, la generazione era quella, che avevamo avuto la fortuna di iniziare girando con persone come Rino Tommasi, Gianni Clerici e Roberto Lombardi che purtroppo non ci sono più”.
Un carattere dalla forza silenziosa, un po’ come Jannik: “È sempre stata una ragazza un po’ diversa, soprattutto da chi vive in televisione, che alla fine si abitua alle telecamere, alle luci della ribalta. Lei era molto schiva, molto riservata, preferiva fare solo telecronache, non aveva questo desiderio di mettersi in mostra.” Misurata, efficace: “Era bravissima, lasciava che le persone ascoltassero la telecronaca senza mettersi nel ruolo della protagonista dell’evento, che sarebbe stato un grave errore, no? Insieme alle telecronache urlate. Quindi lei il suo ego l’ha sempre tenuto basso, inesistente e questa è parte della sua grandezza”.
“L’umiltà. Ecco, questo secondo me è il patrimonio più grande che lascia”.