La vita “tennistica” di Heather Watson

di - 26 Novembre 2013

da Londra, Giulio Gasparin

Dopo la stagione più difficile della sua, seppur ancora breve, carriera, Heather Watson non ha perso il sorriso e la calma, avendo trovato nuove motivazioni e speranze per il 2014.

Seduta vicino a me, realizzo quanto sia affascinante, nel modo in cui lo è la ragazza della porta accanto, la carnagione olivastra ereditata dalla madre di Papua Nuova Guinea e una voce calma e calda.

La talentosa ventunenne aveva iniziato la stagione da numero uno del Regno Unito, dopo aver interrotto con la vittoria di Osaka un digiuno di 24 anni dall’ultimo titolo marcato Union Jack nel circuito WTA. A Gennaio il suo ranking era il migliore in carriera al numero 39.

Poi le cose hanno cominciato ad andare male e si sono manifestati i segni della mononucleosi.

“All’inizio, quando ancora non sapevo di averla, facevo veramente fatica a dormire, ad allenarmi…ma non capivo perché, pensavo di essere solo, sai, patetica e rammollita.” Mi dice con ironia. “Poi a Miami, stavo facendo veramente fatica, peggioravo di giorno in giorno e non volevo veramente più giocare a tennis, perché proprio non trovavo le energie per giocare.”

“Per fortuna poi mi hanno fatto un controllo, altrimenti non l’avremmo mai scoperto e avrei smesso. Quindi quando mi hanno trovato la mononucleosi, mi sono sentita sollevata, perché c’era qualcosa e non ero io a sentirmi così senza alcuna ragione.”

La ragazza della Manica poi ha preso tre mesi di assoluto riposo, ma non sono bastati.

“Con il Roland Garros alle porte, non volevo mancare e ho affrettato il rientro. Da allora è stata una spirale negativa, perché non ero pronta a giocare e quindi non ero in grado di vincere partite.”

“Il mio morale andava sparendo e direi che è finita per essere una stagione terribile, però sono felice di finirla con buone prospettive e soprattutto volonterosa e motivata a giocare e allenarmi duramente.”

Essendo stata una delle più promettenti stelle del panorama junior e ora tra le migliori al mondo, la Watson vive la vita della professionista già da cinque anni, nonostante la giovane età.

Il lato negativo di questo significa essere sempre in viaggio, allenamenti duri e match ogni settimana, tutto questo mentre si attraversa l’adolescenza e i tuoi amici sono a casa a vivere vite “normali”.

Negli sport di squadra si riesce a sopperire all’assenza di amici, creando nuovi rapporti con i compagni, ma il tennis invece può essere estremamente solitario.

“Penso che tutte le ragazze [del circuito] siano molto carine, ma siccome il nostro è uno sport individuale, molte vogliono rimanere un po’ isolate, sai, è difficile giocare contro una tua amica.” È però evidente che lei non sia di questo gruppo. “Quindi non vogliono arrivare a quel punto e preferiscono mantenere i rapporti il più professionale possibile e lo capisco. Certo i miei amici più cari rimarranno sempre quelli fuori dal tennis, però è bello avere delle amicizie nel circuito, altrimenti rimani sempre sola.”

Ovviamente la carriera della Watson non è che agli inizi e dato il talento e la motivazione, è molto probabile che nel futuro avrà molte soddisfazioni. Eppure lei resta molto umile e, quando le chiedo dove si vede da qui a dieci anni, vola basso tennisticamente, ma punta in alto al di fuori.

“In dieci anni mi vedo alla fine della mia carriera, magari finendo con un exploit, top 10? Sicuramente starò per sposarmi con un bellissimo marito che mi ama e starò progettando di avere un figlio…e una casa, con piscina…ma niente campi da tennis!”

Lei ride, ma posso assicurare che è sincera. Ha perfino dei piani per il tipo di madre che vuole essere:

“Quello che farei è quello che i miei genitori hanno fanno con me, e per cui gli sono riconoscente. Farei fare ai miei figli di tutto: ballo, nuoto, tennis, gruppi dopo-scuola, un po’ di tutto. Poi gli lascerei decidere quello che gli piace, o non gli piace, quello che vogliono veramente fare.”

“Io ho fatto balletto, badminton, calcio…tutto sul serio, ma alla fine ho scelto il tennis e vorrei che loro potessero scegliere, anche qualcosa di non sportivo, cioè, magari saranno degli artisti.” Poi aggiunge con un sogghigno: “però gli farei fare sport lo stesso, per tenersi in forma!”

Visto la miriade di sport attraverso cui è passata, le chiedo cosa avrebbe fatto se non avesse scelto il tennis:

“La mia seconda scelta, molto vicina, era il nuoto. Ma la ragione per cui avevo scelto questi due, era che ero la migliore in questi due. È sempre stato un punto importante per me.”

Ma non lasciatevi ingannare da questo. La Watson pone un grande peso nel vincere, ma non per la gloria o la fama:

“Per me vincere è una delle emozioni più belle che ci siano, quella sensazione di conquista, di vittoria. Cioè, quando ho vinto Osaka, quel giorno, o quando ho vinto gli US Open Junior, tutte quelle emozioni sono difficili da ripetere, ero così felice che nulla avrebbe potuto abbattermi. In altre parole, avrebbero potuto urlarmi contro o pestare i piedi, che non avrebbe fatto alcuna differenza. Sì, per me è di sicuro una delle sensazioni più belle del mondo.”

Appena parla di Osaka le ricordo gli anni passati dall’ultima vittoria britannica nel circuito femminile e le chiedo quali siano, a suo avviso, le motivazioni per cui il Regno Unito stia faticando a produrre campioni, nonostante i grandi investimenti.

“Effettivamente, i ragazzi hanno Andy Murray e Dan Evans, che ha fatto bene agli US Open, più che bene, però ho come l’impressione che noi ragazze siamo più solide e stabili. Però è vero, non abbiamo molti giocatori e soprattutto penso che non ci siano molte persone che lo vogliono così ardentemente e penso che la cultura abbia un forte peso in questo. Sai, qui, molti ragazzi preferiscono uscire ogni sera e bere, molto. È parte della cultura britannica, ma di certo non va a braccetto con lo sport e lo sport professionistico.”

Il risultato è che molti ragazzi e ragazze lasciano la loro nazione per allenarsi all’estero. Andy Murray è andato in Spagna, mente la Watson negli Stati Uniti, già da ragazzina si era spostata alla corte di Bollettieri e ad oggi ancora si allena lì. Ciononostante lei è molto fiera delle proprie origini.

“Adoro Guernsey, sarà per sempre la mia casa. Sarò una Guernsey-girl per tutta la vita e adoro stare a Londra e allenarmi lì, ma è soprattutto perché i miei amici e famigliari sono lì. Quindi mi piace tornare a Guernsey per le vacanze, Londra per gli amici, ma la Florida è il posto migliore per allenarsi. Con il meteo e l’atmosfera all’accademia di Bollettieri…ci sono un sacco di atleti, dal NFL, al NBA e altri tennisti…è semplicemente un posto fantastico per allenarsi.”

Eppure, non c’è nulla come tornare a casa e ogni volta che torna al suolo natio, si sente felice di essere di nuovo a casa:

“Adoro giocare nel Regno Unito, una delle cose che adoro è che puoi arrivare qui con la macchina e quando hai finito tornare a casa. Poi, beh, il pubblico e la gente che ti parla in inglese con accento inglese…ti fa sentire che sei di nuovo a casa.”

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