Coppa Davis, siamo ancora in partita

di - 13 Settembre 2014

Bolelli Fognini doppio Davis

di Piero Emmolo

Siamo ancora in partita. Una deduzione che suona più come cronachistica presa d’atto della vittoria nel doppio, che come effettiva convinzione di poter ribaltare il risultato domani. Ma prendiamo comunque atto delle speranze che la matematica lascia ancora residuare. Dopo lo scambio di sollazzevoli boutade nella press conference della vigilia sulla improbabile titolarità in doppio del duo Seppi/Lorenzi, Severin Lüthi tenta di sparigliare le carte in tavola. I più malpensanti danno Federer passeggiante le primogenite Myla e Charlene in qualche promenade boulevard ginevrino. Si scherza. Federer è presente più che mai al Palaexpo. Quando sembra data per ufficiale la presenza di Lammer, si intravede Roger tirare due palle nel warm-up di riscaldamento.

Il pubblico è stupito e incuriosito nel contempo. Titolare del doppio è invece Chiudinelli. Magari la diplomazia d’oblige tipica delle conferenze stampa di Davis Cup non spingerà mai Luthi ad ammettere l’indole sperimentale di questo accoppiamento. Ma con buona dose di presunzione è probabile abbia voluto rodare l’affiatamento di Wawrinka e Chiudinelli dopo gli sfortunati doppi con Kazakistan e Usa, in cui l’intesa tra Roger e Stan non era stata proprio entusiamante. Come il buon Francesco Elia fa notare in telecronaca, l’età media complessiva degli svizzeri è oltre i trent’anni. E, a ragion veduta, una vera e propria scuola svizzera non è individuabile negli Annales tennistici. Un movimento che ha conosciuto ottimi giocatori del calibro di Marc Rosset e Jakob Hlasek ( naturalizzato cecoslovacco ) e qualche junior persosi per strada ( come il promettente Roman Valent, vincitore a Wimbledon jr ), ma che s’è affacciata ai piani alti del tennis solo con le estemporanee stelle del firmamento elvetico di Federer e, da ultimo, Wawrinka. Una postilla di merito và proprio alla odierna voce tecnica di Super tennis che con la solita orecchiabile timbrica vocale ha supportato il pur ottimo Lorenzo Fares nella conduzione della telecronaca.

Giá nel riscaldamento le movenze un pó meccaniche e legnose di Chiudinelli mal si conciliano con quelle melliflue e armoniche del buttorato Stan, i cui solchi del viso, maldestramente coperti da una coltre di barba, sono oggetto di qualche primo piano un po’ impietoso della regia svizzera. Quasi che Madre Natura abbia voluto bilanciare il presente di quel poetico rovescio con quei segni solitamente distinguibili nell’età della pubertà. La convinzione che il discreto Marco sia del match più per un elvetico ius soli tennistico che per meritocratiche attitudini agonistiche prende campo. Col dipanarsi del match questa impressione viene peró progressivamente meno. Anche per una certa omogeneizzazione in peggio della qualità degli scambi. Il match non è d’alto livello. I giocatori danno come la sensazione di non essere animati da una straripante vis agonistica. Magari per motivi diametralmente opposti. Ed infatti il primo set segue una turnazione al servizio degna di un turno di qualificazione di un Mandatory femminile. I break vicendevoli si sprecano ma alla fine i nostri assestano quello decisivo, portando a casa la prima partita. Ma nel secondo e terzo calano vistosamente. Fognini inizia a vacillare mentalmente. Scaglia la racchetta in aria per quello che sembra un ben noto preludio alla doccia. Gli elvetici si galvanizzano, spinti dai 18000 rossocrociati già pregustanti la finale. Anche Chiudinelli sembra esaltarsi, colmando le proprie evidenti lacune con un temperamento e una grinta sopra le righe. Ma è un fuoco di paglia.

Nel quarto i nostri salgono d’intensità e con le prime di servizio. Wawrinka commette qualche errore d’eccesso di sicurezza. Si riapre uno spiraglio. Il vip’s clan azzurro è quasi un affare in famiglia, Pennetta inclusa. Un festante Max Giusti è inquadrato a più riprese. Sfodera un sorriso a 32 denti verso la telecamera, ostentando un body language e un’ ordinata mimica facciale tipica di chi è avvezzo a stare al di qua dello schermo televisivo. Roger non si perde mai d’animo in panchina, incitando a più riprese i suoi connazionali. Sembra quasi un corpo estraneo in quella panchina, illuminata occasionalmente da qualche flash proveniente dalla tribuna e perennemente dall’aurea di sempiterno lirismo che gl’è propria. Scambia qualche cenno d’intesa con il sorridente Lammer, il cui privilegio di esser seduto accanto al demiurgo del tennis sembra aver in lui compensato la prevedibile comprimaria relegazione in panchina . Nel quinto l’aria nel box elvetico è però meno distesa. Non che si strappino i capelli dalla disperazione, si badi. Ma dagli sguardi si percepisce quel recondito desiderio che la pratica vada chiusa già oggi. Al terzo gioco del quinto set c’è peró il break, a partire dal quale Bolelli e Fognini alzeranno il proprio livello di gioco, chiudendo il match in crescendo, con un ace del ligure ed uno smash rabbioso dell’emiliano.

L’esultanza di Barazza sul match point è degna della tempra caratteriale che siamo soliti riconoscergli. Una squadra forgiata a sua immagine e somiglianza, che oggi non s’è arresa, non ha mollato e non ha dato seguito ai biasimevoli crucifige che parte della stampa specializzata ha avuto coraggio di gettare addosso a Bolelli,  ” reo ” di non aver strappato il servizio nemmeno una volta all’Avversario ( sic! ) del singolare. E, si sa, contiamo a josa i giocatori ” terrestri ” che sono riusciti a strappare il servizio a Roger in condizioni indoor e in un contesto agonistico simile a quello ginevrino….

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