Indian Wells-Miami: la doppietta di Rios

di - 17 Marzo 2015

Marcelo Rios

di Alessandro Mastroluca

Il più grande di sempre a non aver mai vinto uno Slam. Il primo numero 1 latinoamericano, sempre che i calcoli dell’ATP non assegnino a Vilas la vetta postuma del ranking per il 1977, e l’unico senza major all’attivo. Uno dei giocatori che Roger Federer amava di più guardare, perché “è uno diverso dagli altri”. E quella diversità, Marcelo Andrés Ríos Mayorga l’ha sempre portata come un vanto, come un marchio, come un limite.

C’è il suo tipico tocco di follia, quello che per Seneca contraddistingue i grandi geni, nella battaglia legale di queste settimane per vedersi assegnato il titolo dell’Australian Open 1998 che ha perso in finale da Petr Korda, poi squalificato per doping. C’è un desiderio di giustizia oltre il donchisciottesco, un anticonformismo che abbraccia il ridicolo, perché il tennis non è l’atletica o il ciclismo, e almeno tutti gli avversari battuti da Korda avrebbero quantomeno lo stesso diritto a chiedere una forma di risarcimento.

Quel torneo, concluso con le capovolte di Korda, segna l’inizio dell’anno magico per il genio cileno, che ha riportato la sua nazione in finale di uno Slam per la prima volta dai tempi di Luis Ayala al Roland Garros del 1960. E forse il destino ha voluto dargli un segnale nei quarti di finale. Perché dopo le vittorie sui tedeschi Dreekmann e Kiefer, Rios ritrova proprio Petr Korda. Finisce 64 62 per il cileno che poi imita il ceco ed esulta proprio facendo la ruota dopo la vittoria in semifinale sulla wild card Jan-Michael Gambill, che aveva eliminato Philippoussis, Agassi e Courier. Dopo 39 minuti, Rios ha dovuto salvare un set point prima di portare la prima frazione al tiebreak. Ma per vedere il primo punto, bisogna aspettare due ore. La pioggia dovrebbe aiutare l’americano, più provato del cileno dal percorso nel torneo, ma alla ripresa Rios vola 6-1, chiude 7-3 e firma la vittoria con un break a zero nel quarto game del secondo set. Il 76 63 vale un posto in finale contro Greg Rusedski, che batte 76 61 Thomas Muster, il più anziano top-20 allora in classifica, con la ciliegina del servizio più veloce mai registrato fino a quel momento, 149 mph. “Greg ha un gran servizio” commenta Rios”, “ma non è così solido da fondo. Penso di avere le armi per batterlo”.

Impiegherà davvero poco a dimostrarlo: primo game ed è subito break. “È stato molto importante, da quel momento in poi credo di aver giocato una partita brillante” dirà Rios. Nella prima finale tutta mancina nella storia del torneo dal 1976, quando Jimmy Connors sconfisse Roscoe Tanner, il terzo title-match stagionale per entrambi, il cileno difende il break per tutto il primo set: 63. Il britannico, che paga il modestissimo 33% di prime in campo nel set d’apertura, difende il servizio per tutto il secondo set fino a un tiebreak memorabile, il più lungo mai disputato a Indian Wells. Il cileno salva cinque set point, ma al sesto Rusedski può chiudere 17-15. È il primo set che Rios cede dall’inizio del torneo, ma stavolta non si fa condizionare, non si arrende. L’effetto della cura Stefanki, chiamato ad aggiungere la tenacia al talento innato, si vede. Rusedski, che a fine partita registra 19 ace a 6, gli tira letteralmente un servizio al corpo nel dodicesimo game del terzo set. Colpito al petto, Rios allunga al tiebreak e trafigge l’avversario con un passante di rovescio fulminante per salire 6-4. Converte il primo set point, sale 2-1, e a quel punto il destino del match è ormai segnato. Non resta che aspettare il momento in cui si compirà. E il momento arriva al nono gioco. Con un altro passante, stavolta di dritto, firma il break decisivo, va a servire per il match sul 5-4 e tiene a zero. Quattro punti di fila per diventare numero 3 del mondo, dopo 2 ore e 46 minuti, senza aver mai perso il servizio. “È un passaggio molto importante nella mia carriera” commenta. “L’anno scorso ero numero 20, adesso sono numero, e questo mi dà energia e fiducia: se gioco bene, posso salire anche numero 1”.

Anche questa profezia impiega poco ad avverarsi. A Miami, il genio di Rios torna a splendere più fulgido che mai. Squaderna tutto il potenziale di grandezza che Jimmy Arias vedrà quando il cileno andrà ad allenarsi da Nick Bollettieri dopo aver perso a Wimbledon. “Poteva colpire un paio di dritti in uno scambio e poi con la stessa apertura, con lo stesso movimento rapido, tirare un colpo 30 chilometri più veloce, magari un lungolinea vincente. E tu rimanevi a chiederti come era potuto succedere, come poteva uno stesso swing produrre una grande differenza di velocità così enorme”. Nessuno dei suoi avversari è mai riuscito a contrastare questa qualità. Nemmeno Andre Agassi, che se lo ritrova di fronte in finale a Key Biscayne.

Rios è ipercinetico, un po’ come Agassi, fin da bambino. A Miami ci sono 2 mila cileni che non vedono l’ora di vederlo trionfare. Se credesse nei presagi, il Zurdo di Vitacura si preoccuperebbe: non è in genere un buon segno rompere una corda al quarto punto del match. Ma Rios tiene quel primo game e allunga rapidamente 3-0, prima di chiudere 7-5. E in quel magico 1998 non ha ancora mai perso dopo aver vinto il primo set, e in tutta la stagione gli capiterà solo tre volte, da Ferreira, Pozzi e Byron Black. Ma a qualche presagio crede, o almeno così sembra, Marcelino, che chiede le palle sempre allo stesso ballboy. Agassi avrà solo una palla break in tutto il match, e dopo 117 minuti scrive la parola fine con il 39mo gratuito, una risposta lunga di rovescio. Game, set and match Rios, che chiude 75 63 64 e si drappeggia le spalle con una bandiera cilena recuperata da un tifoso sugli spalti. Il padre supera la security e si lancia verso il campo per abbracciare il figlio, mentre Larry Stefanki, che licenzierà dopo Miami perché avrebbe voluto dare una direzione diversa alla sua carriera, festeggia con Carlos Herrera, il presidente di quella stessa federazione cilena che da giovane Rios aveva fortemente criticato. È un’impresa tra le più difficili del tennis moderno, il back to back Indian Wells Miami, riuscita al maschile solo ad altri sei giocatori: Courier (1991), Chang (1992), Sampras (1994), Agassi (2001), Federer (2005 e 2006), Djokovic (2011).

Con quella vittoria, Rios diventa il primo giocatore a diventare numero 1 del mondo senza aver vinto uno Slam da 15 anni, dopo Ivan Lendl nel 1983, e il secondo dopo Ilie Nastase (1973) ad essere numero 1 senza essere stato numero 2. La cena per festeggiare la vittoria, al ristorante Linda B, non va esattamente secondo i piani. Prima un tifoso un po’ troppo esagitato, non invitato, lo segue in bagno e tenta di strappargli un autografo con maniere non proprio da gentleman inglese. Poi mamma Alicia ha una forte intossicazione alimentare dopo aver mangiato del polipo. Non proprio la maniera migliore per preparare la Davis la settimana successiva.

Al rientro in patria, il presidente della repubblica Eduardo Frei lo invita al palazzo della Moneda per celebrare un simbolo dell’intera nazione. Un simbolo che quell’anno vincerà sette titoli su otto finali, compresi i successi a Roma (grazie al walkover di Costa) e alla Grand Slam Cup, in finale ancora su Agassi, stavolta in cinque set, che come Andre vincerà 68 partite in stagione, record ATP quell’anno, e si qualificherà per il Masters, ma si ritirerà dopo la prima partita per un infortunio alla schiena.

Un simbolo che anche nel momento del trionfo e della celebrazione non rinuncia al suo lato ‘contradictorio’, alla tentazione di fare sempre quel che meno ci si aspetta. Arriva infatti alla Moneda, ha raccontato Jaime Fillol, avversario dell’Italia nella finale di Davis di Santiago, a Scoop Malinowski per il suo libro biografico dedicato a Rios, “in T-Shirt, in abbigliamento da spiaggia. Il Presidente gli chiede: ‘Marcelo, vuoi dire qualcosa a tutte queste persone venute qui per te?’ E lui: ‘No, non voglio dire niente’. Ha messo in imbarazzo il presidente del suo Paese solo per la voglia di essere diverso”. Per la voglia di essere Marcelo Rios.

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