Scofield’s Corner – Prize money: ha ancora senso la parità di montepremi?

di - 7 Giugno 2019
Ashleigh Barty - Foto Ray Giubilo

Le semifinali femminili che si sono concluse da poche ore sicuramente non passeranno alla storia del Roland Garros per la qualità del gioco espressa dalle quattro protagoniste. Troppo alta la posta in palio (nessuna aveva mai raggiunto una finale Slam), e troppo difficili le condizioni di gioco (vento, pioggia) perché venissero fuori dei match indimenticabili. Anche la possibilità di una sorprendentissima finale tra teenager è sfumata, grazie alla rimonta della Barty ai danni della Anisimova.

Il motivo principale per il quale forse verranno ricordate è che nessuna si è giocata sul campo principale, e una delle due (per permettere la contemporaneità) è stata programmata sul terzo campo in ordine di importanza, scatenando l’ira soprattutto di Amelie Mauresmo e non solo. Questa scelta degli organizzatori, fatta ovviamente per permettere agli spettatori di gustarsi entrambe le semifinali maschili senza pericoli di accavallamento, mi ha riportato alla mente l’infinita polemica sulla parità di prize money. È giusto che le donne, per le quali tra l’altro oggi è stato pagato un biglietto molto più economico rispetto agli uomini (per vedere Konta-Vondrousova bastavano 10€), guadagnino come i colleghi maschi, anche se la differenza di spettatori in tribuna ed in televisione è evidente? Probabilmente no, ma non per una questione di appeal o di livello di gioco. È chiaro che il tennis maschile stia vivendo un’epoca sensazionale, e che raccolga maggior interesse rispetto ad un circuito che offre sì molta più incertezza, ma è momentaneamente avaro di personalità di spicco e di rivalità che fanno sognare i tifosi. Il circuito femminile offre punti d’interesse diversi rispetto a quello maschile. “Psicodrammi” come la semifinale vinta dalla Barty sono una peculiarità del tennis in gonnella. Si vedono più scambi, il servizio è meno determinante, e l’aspetto psicologico è spesso predominante. Può essere più o meno interessante, ma è una semplice questione di gusti personali.

Quello che è insindacabile invece, è che gli uomini passano molto più tempo in campo rispetto alle colleghe. È questa a mio avviso la discriminante che dovrebbe far si che gli uomini guadagnino più delle donne. Non è come detto un’analisi riguardante il maggior appeal del tennis maschile, un confronto con altre discipline sportive, o peggio ancora un discorso sessista. È un semplice conto delle ore “lavorative”. Gli uomini negli Slam stanno molto più in campo rispetto alle colleghe, e credo sia giusto che abbiano un maggior ritorno economico, come avviene nella stragrande maggioranza dei lavori. Sicuramente in una percentuale minore rispetto all’effettiva differenza di minuti giocati, ma non credo si potrebbe o dovrebbe gridare allo scandalo se si dovesse “girare” una piccola parte del montepremi del torneo femminile a quello maschile.

© riproduzione riservata

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *