“Se ho le sensazioni del miglior Berrettini? Non me le ricordo bene (ride)… ho giocato una partita di altissimo livello. Serviva bene, rispondeva bene. Questa per me è una partita da Berrettini Top 10″. Un successo pesante, una prestazione convincente e una conferenza stampa che racconta molto più di una semplice vittoria. Matteo Berrettini esce dal campo contro Arthur Fils con sensazioni forti e una lettura lucida del proprio momento. Nel successo su Arthur Fils, Matteo Berrettini ha messo insieme una delle prestazioni più complete della sua fase recente: servizio efficace, risposta solida e soprattutto continuità mentale nei momenti chiave. “Mi sento bene, come potete vedere ho un grande sorriso in faccia. Sapevo di dover giocare una grande tennis per battere Arthur”. L’analisi parte subito dalle sensazioni: fiducia, energia e consapevolezza del livello richiesto per superare un avversario in crescita.
Il lavoro che paga e la costruzione del momento
“Il lavoro che ho fatto prima e dopo Parigi sta pagando. Stavo lavorando bene già da inizio stagione e poi ho dovuto unire dei punti per far funzionare le cose: sono stato paziente. Sono contento del mio livello e della mia intensità.” La vittoria viene inserita in un percorso più ampio, costruito nel tempo e non frutto di un singolo episodio. “Sono migliorato sulla mia pazienza (ride), ma non è facile. Il tennis ti insegna ad essere paziente. A volte i risultati non arrivano e lì devi credere nel processo”.
Il servizio come ancora tecnica
“Quando servo così e trovo quel ritmo lì, mi tolgo da un sacco di situazioni spinose. E in più ti dà la fiducia di sapere che poi anche da fondo ho la tranquillità di giocare”. Il servizio resta il baricentro del suo tennis: quando funziona, tutto il resto si stabilizza.
Una carriera diversa nel modo di viverla
“Non direi che è una carriera diversa ora, ma impari durante la carriera… adesso voglio godermi il processo, gli allenamenti, la tensione, le vittorie. L’amore per lo sport e la competizione è quello di sempre”. Una maturità diversa, non un cambiamento di identità ma di prospettiva.
Identità tattica e costruzione del gioco
“Il mio primo maestro mi disse a 10-11 anni: ‘non ho mai visto un ragazzino così quadrato tatticamente’. Capire quando c’è da spingere, da variare, servire con un po’ più di taglio è una chiave”. Dietro la potenza, una struttura tattica che oggi appare più evidente e stabile. “Il mio è un gioco violento, cerco di tirare più forte possibile, ma l’accortezza tattica è una chiave”. La sintesi del suo tennis moderno: aggressività controllata.
Il lavoro mentale: accettare l’imperfezione
“Ho fatto un grande lavoro mentale. Pensavo che per giocare uno Slam al meglio dei 5 servisse il 100%… ho imparato ad accettare che a volte si può essere al 75%”. Un cambio di paradigma importante: meno rigidità, più adattamento.
Il passaggio più duro: Wimbledon e il dubbio
“Risollevarsi dopo la sconfitta dell’anno scorso qui a Wimbledon? È stato difficile, un anno fa non sorridevo… ho posato la racchetta per un mese… Uscendo dal campo ho pensato: ‘Forse è l’ultima volta’. Il contesto che dà peso alla vittoria odierna: non solo un match vinto, ma una ricostruzione personale.