Challenger Brescia: diario di bordo / 5

di - 14 Novembre 2014

Dustin Brown1

di Giulio Gasparin

Una pagina di diario che si rispetti è puramente personale e dovrebbe, in linea di massima, seguire un dettame di logica temporale. Bene, se così dev’essere, la mia giornata bresciana è cominciata prima che andassi a dormire. E già, l’unico difetto dei tornei indoor è che si gioca su pochi campi e il rischio è di finire per le lunghe, un rischio che questo evento bresciano ha confermato in ogni sua giornata.

Ieri notte abbiamo volutamente disertato l’ultimo doppio di giornata, che è stato sostituito prontamente da un’ottima cena a base di sushi con il grande capo Ale, il fedele cameraman Mik e Caldara. Se c’è una cosa che almeno una volta nella vita bisogna provare è l’assistere ad una cena post-giornata di tennis, di quattro giornalisti al limite della follia per l’amore dello sport e la stanchezza della giornata passata.

Questo lungo preambolo ci porta quindi alla mezzanotte passata, momento di inizio reale della giornata di oggi: quando sto andando a letto so che l’indomani mattina devo lavorare a quella che credo la più bella intervista video che ho fatto in questa settimana e poi mi aspetta un’ora di tennis, questa volta giocato, prima di rivestire i panni del giornalista e fare quello per cui mi sono spostato diverse centinaia di chilometri.

Se c’è una peculiarità per cui vado molto fiero e di cui non ho alcun merito, è il fatto di avere un orologio biologico che probabilmente è retaggio della mia bisnonna svizzera: se ho un impegno per cui devo mettere una sveglia, mi desto sempre cinque-dieci minuti prima ch’essa suoni. Conscio di questa cosa e della necessità di finire il montaggio dell’intervista a Berrer, quando apro gli occhi mi preparo ad iniziare la lunga giornata di lavoro, salvo poi vedere, a caratteri cubitali nel buio della mia stanza, un bel 04:06 sullo schermo del cellulare. Decido dunque che, per amor mio, è ancora troppo presto per pensare a Berrer e che un paio d’ore le posso ancora dormire.

Quando finalmente suona la sveglia mi rendo operativo, il montaggio dell’intervista fila liscio tra un sorso di caffèlatte e un croissant ai frutti di bosco ed è quindi tempo di prendere la macchina e andare al circolo dove ho un “appuntamento dal parrucchiere” per fare l’upload dell’intervista (mi scuso per il messaggio in codice, ma questa è una parte del racconto che rimarrà top secret) e poi giocare la mia ora di tennis.

Con il borsone in spalla e il completo da tennis, vengo scambiato per un giocatore da dei ragazzini all’ingresso, ma mi salvo dal dargli una delusione mostrandomi elusivo e scappando senza dare chance per chiedere autografi imbarazzanti. Mi porto al campo e comincio il mio di riscaldamento.

Vi salvo dalla cronaca introspettiva di un match degno del miglior (o forse è più appropriato) peggior Fognini, in cui passo da Dr Jekyll, e i suoi vincenti di dritto, a Mr Hyde, con i suoi doppi falli. Finisco con un miracoloso tiebreak chiuso con un ace di seconda, con cui posso vantarmi di essere più bravo della pippa che in realtà sono.

Si giunge finalmente al tennis vero, quello dei giocatori che mi darebbero due ciambelle anche se giocassero bendati e con l’altra mano e, caso vuole, il primo a scendere in campo è il Berrer di cui ho appena pubblicato le belle parole del post partita. È opposto ad un altro veterano del circuito, Jan Hernych. Sorprendentemente i due, pur essendo nel circuito da più di 15 anni, si sono incontrati solamente una volta ed era stato il ceco ad imporsi in due set, sempre sul veloce indoor.

Ma su questa superficie velocissima è il tedesco a vincere, grazie ad una maggior spinta sui colpi da fondo e lettura delle discese a rete dell’avversario. In questo 7-6 6-4 ci sono stati ben quattro break, probabilmente non ne vedrò più altrettanti per il resto della giornata e qui quoto il vincitore del match: “Questo non è tennis, non puoi mostrare quello che sai fare, tutto ciò che puoi fare è bombardare con il servizio.”

Poi non è vero, c’è di più, puoi bombardare anche con il dritto o il rovescio nei due colpi successivi. Per fortuna, nel match successivo c’è Austin Krajicek, che seppur verrà steso dalla potenza di Illya Marchenko, ha fatto dello scendere a rete la migliore delle sue armi in settimana.

L’ex top 100 ha vinto in due set 7-5 6-3, conquistando la prima semifinale stagionale, risultato che dimostra il cambio di atteggiamento e gioco avvenuto nell’ultimo mese. La giocata dell’incontro però va al lontano parente di Richard, vincitore di Wimbledon ’96, che nel primo set è sceso a rete seguendo un dritto a sventaglio da centro campo. Marchenko ha risposto con un rovescio che preso il nastro ha cambiato direzione, puntando al corpo dell’americano, che con un colpo di reni ha giocato una volée tweener che non l’ha risparmiato dal passante successivo, ma che ha riempito il cuore del sottoscritto e di molti altri (relativamente al numero di presenti) in tribuna.

Il match dell’uzbeko d’Italia che ne è seguito è servito da succulento antipasto alla portata più attesa di giornata, quella che forse a ben ragione è vista come la finale anticipata di questo torneo, tra Dustin Brown e Viktor Troicki. Ma tornando al nostro Farrukh Dustov, il bolzanino acquisito ha regolato in relativa semplicità il qualificato russo Danis Matsukevich. O meglio, dopo una pausa caffè quanto mai necessaria e il saluto al capo di ritorno in terre romane, ho sperato in un match veloce per il giocatore del Parioli, e così era sembrato andare.

Il primo set infatti è stato un elogio al dritto dell’uzbeko, colpo con cui dettava il ritmo che desiderava, quando e dove voleva. Poi d’improvviso ecco la reazione del russo, che si appiglia a tutto quello che può e trasforma il secondo set in una vera lotta di trincea. Il rovescio del nostro eroe è d’improvviso alla mercé del qualificato nato a Minsk, che parte da lì per conquistare tanti punti importanti. È poi, ancora una volta, il talento dell’uzbeko a prevalere, nonostante i due set point sprecati sul 5-6, nel tiebreak decisivo. Troppo il divario tecnico e la velocità di palle tra i due.

Per me è tempo di approvvigionamenti in vista del gran finale. La pausa tecnica si dimostrerà poi fondamentale dato il lungo psicodramma che si dimostrerà Brown-Troicki.

Il match si apre con l’attendibile equilibrio al servizio, anche se è stato il serbo, ad onor di cronaca, ad impensierire il suo avversario in maniera più concreta, non riuscendo però a convertire alcuna delle cinque palle break del set. Come da copione lo scontro prende le forme dell’epico duello tra opposti: il genio e la follia del giamaicano di passaporto teutonico, e l’ordinato gioco di forza da fondo del serbo. Il pubblico impazzisce per le volée di Brown, i suoi attacchi contro tempo e le demi-volée un po’ folli, un po’ poetiche, della poesia dei decadenti: magiche e etereamente ispirate.

Anche il serbo ha nel suo una vena artistica, quella della razionalità, i suoi colpi sono duri, sono nervosi, sono potenti, ma altresì incantano il pubblico bresciano per la loro precisione.

Sembra sia l’ex numero 12 del mondo ad avere in mano il destino del set, quando si arriva al tiebreak, ma poi la macchina si inceppa. L’errore di sistema arriva come un fulmine a ciel sereno, quando una chiamata dubbia viene fatta a favore del serbo, ma subito ribaltata dall’arbitro. Incredulo, Troicki impreca, sbraita, getta la racchetta ed infine si siede a bordo campo facendosi il segno della croce. Con la mente ancora altrove, commette un orribile doppio fatto che serve a Brown su un piatto d’argento la chance di chiudere il parziale, che così va in tasca al poeta con i dredd.

La rottura sembra non fermarsi più e Troicki finisce in una spirale negativa che lo porta sotto 2-0. Sembra l’epilogo, ma lo spirito combattivo che ha nei suoi geni balcanici infervora e la rabbia diventa carburante perché la macchina riparta e così dei 12 successivi punti ne porta a casa 11 e con essi riapre il match. Il fuoco però brucia come una stella solo per pochi minuti, poi sembra rientrare nella norma e ritorna l’equilibrio.

Nuovo tiebreak, nuovo colpo di scena. Il serbo ormai legge il serve e volley di Brown e lo forza a rispondere tra i piedi. In un attimo vola 6-3, con due servizi da scoccare. La prima di servizio però lo lascia a piedi, poi pure la sorte si accanisce contro ed una volée di Brown bacia il nastro, morendo appena al di là di quello. Come detto, la prima lo abbandona anche sul secondo set point e la tensione si porta via anche la seconda, che guarda sottostante il box del servizio e si stampa quasi un metro più in là. C’è la parola fine scritta in volto al serbo, ma il tedesco non lo vede e sbaglia l’attacco che segue il suo servizio. La scritta sparisce, si alza il pugno al cielo, si vola al terzo set.

Il parziale decisivo si trasforma in un intenso prologo all’acuto finale, un’attesa necessaria all’inevitabile battaglia finale sul suolo del tiebreak. Dodici game di gran servizi, di botte da fondo, di sudore e grida da battaglia, applausi e fiati sospesi.

Ci si presenta al tiebreak con Troicki che al servizio ha perso un solo punto in sei game al servizio. La macchina è lì, pronta a sferzare il suo ultimo e poderoso assalto, la prima palla di questo epilogo esce dalla sua mano sinistra e si libra in alto, verso le luci bianche, artificiali della volta lignea. Un rumore secco, le corde hanno rilasciato tutta la loro forza elastica, mentre il braccio fende l’aria come una scimitarra. Brown blocca la risposta, è tutto quello che può fare su quella bordata di oltre 220km/h, la palla è comoda, rimbalza sulla T della metà serba, Troicki distende il braccio, ma questo si ferma improvvisamente dall’accelerare quel colpo. Lo avrebbe comunque vinto quel punto, ma per un istante la macchina ha mostrato al suo avversario che anche tra quei muscoli può scorrere la paura.

La nasconde bene il serbo però, che si invola sul 3-1, ma il danno è fatto, si è mostrato umano e il genio folle di Brown non se lo fa ridire, recupera il minibreak e poi si porta in vantaggio. Il pubblico a stento si trattiene, nelle battute finali, ma alla fine può esplodere quando il ruggito del giamaicano-teutonico riempie lo stadio dopo l’ultimo e definitivo punto di questa giornata di tennis.

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