Arriva a Barcellona con sensazioni positive e un obiettivo chiaro: ritrovare continuità e livello. Lorenzo Musetti si presenta così all’ATP 500 catalano, dopo settimane di lavoro mirato per rimettere insieme condizione fisica e solidità mentale. “Sto bene, abbiamo fatto tutto il necessario per farci trovare pronti”, ha spiegato in un’intervista al Corriere dello Sport, senza nascondere ambizioni ma con il giusto realismo: “Una finale con Alcaraz? Sarebbe bello, ma il torneo è pieno di giocatori pericolosi. Intanto penso all’esordio con Landaluce”.
Proprio Martin Landaluce sarà il primo ostacolo dell’azzurro, martedì 14 aprile nel secondo incontro dalle 11 sulla Pista Rafa Nadal. Classe 2006, tra i prospetti più interessanti del tennis spagnolo, rappresenta un test tutt’altro che banale per iniziare il cammino. Musetti si è avvicinato all’appuntamento allenandosi intensamente nei giorni precedenti, condividendo il campo con Lorenzo Sonego e con un altro giovane talento locale, Rafa Jodar, in sessioni ad alta intensità.
Il ranking, complice anche l’assenza dal Tour per più di un mese dopo l’Australian Open, lo ha riportato alla posizione numero 9, ma è una fotografia che non racconta davvero il suo valore attuale. I risultati degli ultimi mesi, come le semifinali a Parigi e Wimbledon e i quarti a Melbourne e New York, certificano infatti la crescita di un giocatore ormai competitivo ad altissimo livello su ogni superficie. La pressione non manca, tra calendario fitto e aspettative alte, ma Musetti sembra oggi avere gli strumenti per gestirla: è più consapevole, più strutturato e meno dipendente dagli alti e bassi. Barcellona, in questo senso, non è solo un torneo, ma può rappresentare un punto di ripartenza.
Un bilancio del 2026
Considerare Indian Wells come tale, difatti, potrebbe essere una mossa azzardata: “Mi viene difficile farlo perché è stato un rientro molto accelerato. Abbiamo provato a capire in che condizione fossi, ma poi mi sono preso più tempo dopo un fastidio al braccio a Miami”, osserva Musetti, che si dice tutto sommato soddisfatto del suo esordio su terra battuta. “Montecarlo è stato il mio vero inizio dopo la ripresa e lì mi è mancato solo un po’ di ritmo partita e fiducia nei momenti. E, in fin dei conti, ho perso contro Vacherot, poi semifinalista, avendo anche molte chance nel match”.
La possibilità di considerarsi, oggi, un vero candidato ai titoli Slam è un tema che riguarda pochi giocatori e Musetti è senz’altro uno di questi: “Credo che vincere uno Slam non sia solo questione di chi gioca meglio”, commenta il carrarino. “Sono tornei così lunghi che si devono incastrare delle situazioni e lo abbiamo visto poco tempo fa con l’Australian Open. Djokovic è arrivato in finale vincendo due partite per ritiro; se non fosse stato così magari avrebbe perso in semi. O ricordiamo Sinner-Dimitrov a Wimbledon, con Jannik che poi vince il titolo”. Le opportunità, inoltre, sono sempre poche, ma è importante anche sapersele creare: “Jannik e Carlos stessi dicono di non essere invincibili, ma sicuramente sono un passo davanti a tutti in termini di gioco e mentalità. Però la chance di batterli c’è sempre, minima, ma se qualcuno riesce a coglierla poi può farcela”.
Dai due set di vantaggio contro Nole in Australia al ritiro improvviso, il passo è stato fin troppo breve, ma è fondamentale saper andare avanti: “Djokovic-Sinner? Non ho visto niente perché è stato difficile accettare le circostanze. Il ritiro è avvenuto nel mio miglior momento, quando pensavo che tutti i sacrifici fatti durante la preparazione stessero pagando”, ricorda con dispiacere Musetti. “Non aver finito quella partita ed essere trattato così dal fato beffardo mi ha fatto male: è una cosa che rivivo spesso e brucia, anche se so di doverla accettare”.
Il suo impatto sul tennis italiano
Il confronto con le aspettative, inevitabilmente, accompagna il percorso di crescita di Musetti, soprattutto in un’epoca in cui il tennis italiano ha un punto di riferimento così dominante come Sinner: “Sicuramente. Gli ottimi risultati che ho avuto nelle ultime stagioni sono stati quasi necessari per confermare il mio nome, la classifica ed essere accreditato di certi meriti”, spiega l’azzurro. “Fortunatamente Jannik porta a casa sempre qualcosa e la gente si abitua a vincere, ed essere il secondo non è sempre facile”.
Un contesto che, a volte, rischia di ridimensionare anche traguardi di grande valore: “Sento spesso che la medaglia di bronzo di Parigi, uno dei miei migliori risultati, venga vissuta come qualcosa di normale, nonostante fosse un risultato che mancava al tennis italiano da cento anni”. Una percezione che racconta bene il livello raggiunto dal movimento, ma anche la necessità, per chi sta subito dietro, di alzare continuamente l’asticella per restare al passo.
La novità Perlas
Il riconoscimento di un allenatore, non sempre, passa dal consenso generale, specialmente quando le aspettative indicano nomi più altisonanti, come nel caso di Jose Perlas e Musetti: “Chi dice che José non sia una figura di spessore credo non capisca nulla di tennis, onestamente. Non sono io a dirlo, ma basta vedere la carriera che ha fatto e chi ha allenato. In più basterebbe sentire i pareri dei giocatori che ha seguito per valutare la sua caratura”, dice il carrarino, difendendo il nuovo collaboratore, che fatica a definire “supercoach”. “Non mi piace la parola supercoach, ma, per quanto mi riguarda, dopo questi quattro mesi posso dire di lavorare con una persona sensibile, capace di adattarsi al tennista. Mi può far avvicinare a chi è davanti”.
Un ingresso non semplice quello di Perlas, che, nonostante si sia dovuto misurare con una situazione non ideale, ha comunque prodotto segnali importanti: “In Australia ci siamo trovati in una condizione che difficilmente sarebbe potuta essere peggiore, tra la morte improvvisa della mamma di Simone (Tartarini, ndr) e Damiano (Fiorucci, ndr), che si è sentito male ed è rientrato a sua volta in Italia. Così ci siamo ritrovati in una situazione complicata, in un evento dove non avevo mai fatto così bene. A Melbourne, senza due figure centrali del mio progetto e comunque al secondo torneo con José. Per me, da questo punto di vista, è stata una performance da incorniciare”, spiega Musetti.
Uno degli obiettivi stagionali è quello di sfatare il tabù delle finali, fase in cui non riesce a trovare la via del successo da sette partite di fila: “Ogni volta che arrivo in finale faccio fatica a non pensarci, perché sono un po’ di anni che vengo massacrato su questa cosa ed è difficile stare lontano da questo parlare. Tuttavia, non è una mia priorità oggi e non lo è nemmeno per la stagione. Voglio solo esprimere il mio miglior tennis e poi il trofeo arriverà”, spiega il carrarino.
C’è spazio, però, anche per un momento più leggero, quando gli viene riportato un commento di Bublik sul suo ruolo di padre: “Ho visto (ride). Consigli, in realtà, pochi: essendo diventato papà prima di me, è lui che dovrebbe darmeli”.