Il punto del lunedì: Hotel California

di - 20 Aprile 2015

Bouchard Fed Cup

di Alessandro Mastroluca

On a dark desert highway, cool wind in my hair 
Warm smell of colitas, rising up through the air  […]

There she stood in the doorway;
I heard the mission bell
And I was thinking to myself
‘This could be heaven or this could be Hell’

 

La Germania e la campagna di Russia. Può essere un paradiso, può essere un inferno, cantano gli Eagles che fanno da accompagnamento, da controcanto ai temi di questa settimana. Soči, paradiso simil-tropicale per le vacanze di Putin, che lì sta costruendo la sua residenza estiva e ha voluto le Olimpiadi invernali oltre al circuito di F1 che gira intorno alle strutture realizzate per i Giochi, diventa la Stalingrado di un capitano tedesco, Barbara Rittner, che non ha trovato nessun Generale Inverno a fermare la sua campagna di Russia. Artefice in toto del proprio destino, ha tenuto in panchina le due giocatrici migliori, Andrea Petkovic e Angelique Kerber, ha opposto a Svetlana Kuznetsova una Julia Goerges che da molto ormai ha dimenticato i giorni di gloria. Il livello altissimo espresso da “Petkorazzi” la domenica aumenta i dubbi sulla gestione del quartetto da parte del capitano. Ma Andrea e il resto della squadra hanno comunque trovato una classica consolazione alla tedesca: birra, e non potrebbe essere altrimenti per la migliore espressione tennistica attuale di una nazione che dal Cinquecento regola la produzione della “bionda” con l’Editto della purezza. “La birra tedesca fa sembrare tutto ok, o almeno non male male male” scrive nell’hashtag che accompagna la foto. Tradotto in altri termini: la birra non contiene la risposta, ma almeno fa dimenticare la domanda.

Welcome to the Hotel California 
Such a lovely place (such a lovely place) 
Such a lovely face […]

Her mind is Tiffany-twisted, she got the Mercedes bends 
She got a lot of pretty, pretty boys, that she calls friends

How they dance in the courtyard, sweet summer sweat
Some dance to remember, some dance to forget 

Portami via. Ha la mente orientata al lusso, al glamour. Mercedes o no, il “bends”, il malessere da decompressione che arriva, tra le altre cose, a sub e tuffatori quando salgono troppo in alto e ricadono troppo in fretta, l’ha sperimentato, almeno metaforicamente. E’ salita troppo presto dove il tennis luccica di più, e ora la ricaduta è più pesante. E’ in pista, e balla, ma dà l’impressione che lo faccia per dimenticare oggi, almeno fino a domani. Ha tanti ragazzi carini che chiama amici, e tante avversarie che amiche non lo sono per niente, che tratta con superbia crescente, a cui non stringe nemmeno la mano, e che ci prendono un gusto particolare a batterla. Nel 2015, come già ha sottolineato Alessandro Nizegorodcew, Bouchard non sta certo facendo sfoggio di “genie”: si è persa e non sa tornare. Non le resta che invocare un extraterrestre che la porti via su una stella che sia tutta sua, o una dottoressa chiamata Aprile che la porti via da questo inverno, e un po’ da se stessa. In un posto di ricordi e nostalgia, nel suo Hotel California da cui ripartire, perché da difendere c’è la semifinale di Parigi e la finale di Wimbledon, e al momento non si vede luce alla fine del tunnel.

So I called up the Captain
Please bring me my wine
He said, we haven’t had that spirit here since 1969
And still those voices are calling from far away
Wake you up in the middle of the night
Just to hear them say

I ritorni. Erano anni che non c’era più questo spirito. Non bisogna tornare indietro davvero fino al 1969, ma fino al 1998 sì. Era dalla finale contro la Spagna di 17 anni fa che Martina Hingis non giocava un incontro di Fed Cup, e dal 2007 non disputava un incontro di singolare che non fosse un’esibizione. Ha raccolto quattro punti contro una Aga Radwanska in crisi come mai prima e quasi battuto la sorella Urszula prima che il fisico si facesse sentire. Nelle settimane in cui in Italia tutti parlano di 1992, in cui Jennifer Capriati ha annunciato di voler rientrare, in una stagione che ha visto Kim Clijsters battere Andrea Petkovic in esibizione, le voci che arrivano da molto lontano si fanno sempre più forti. E’ iniziata, se mai è finita davvero, l’era del tennis-nostalgia? I due singolari di Martina ci dicono che il livello attuale del tennis femminile è drammaticamente peggiorato rispetto a 15 anni fa? O l’aver fatto solo quattro game contro la top-20 che quest’anno gioca peggio di tutte dimostra che Martina non può ambire a rientrare in singolare a un livello degno del suo passato? Di sicuro, dal suo ritorno un vero sconfitto c’è, e non ce ne vogliano i tifosi delle Cichis: il doppio femminile. Se questa Martina è oggi la miglior doppista del mondo, una riflessione seria sul futuro di questa specialità non è più procrastinabile.

 

Mirrors on the ceiling
The pink champagne on ice
And she said: “We are all just prisoners here of our own device”
And in the master’s chambers
They gathered for the feast
They stab it with their steely knives
But they just can’t kill the beast

Brindisi per l’Italia. Lo champagne rosa non è quello di Kimi Raikkonen, di nuovo sul podio in F1 dopo 25 gare, che per la verità nemmeno era champagne, solo un miscuglio di melograno e acqua di rose. Ma di motivi per festeggiare il quartetto azzurro dell’Italrosa di Corrado Barazzutti ce n’è più di uno. Il 3-2 di Brindisi è figlio di partite perfette e di una perfetta gestione delle risorse a disposizione, scelte che fanno rientrare i dubbi e le ombre per il vantaggio di 2-0 sprecato a Genova o l’alternanza Bolelli-Fognini di Astana. La festa non ha cancellato, però, qualche critica per una Camila Giorgi “prisoner of her own device”, che le telecamere hanno pescato in qualche cambio campo concentrata sul telefonino, e soprattutto rientrata in spogliatoio prima dell’ultimo punto e del giro di campo. Ragioni, presumibilmente, di sponsor, perché non aveva la divisa ufficiale. Ma tanto è bastato per seminare i dubbi di qualche tifoso isolato. E’ proprio vero, anche in una giornata trionfale, “they just can’t kill the beast”.

 

Last thing I remember, I was
Running for the door
I had to find the passage back
To the place I was before
“Relax” said the night man
“We are programmed to receive
You can check-out any time you like
But you can never leave!”

Passaggi di tempo. Chi deve correre per ritrovare il posto dove era prima è Alexander Zverev, che in Florida, a Sarasota, per quasi due set non ha fatto veder palla a Facundo Bagnis, salvo poi perdersi, perdere e lanciare l’argentino fino alla finale. Ha ceduto a Delbonis ma ha vinto il titolo in doppio con Facundo Bagnis. Non è tutto oro, però, per gli argentini: chiedere, per credere, a Zeballos, un altro che avrebbe voluto velocemente andarsene e tornare indietro da dove era venuto.

E’ stata anche la settimana di Kimmer Coppejans, che a Mersin ha dominato il torneo, ha conquistato il secondo titolo Challenger stagionale, il terzo in carriera, senza cedere nemmeno un set. La finale con Marsel Ilhan non ha avuto storia: 62 62 in un’ora al giocatore di casa. Ha migliorato il suo best ranking, ora è 142, e a 21 cerca finalmente di lasciarsi alle spalle lo status di giovane promessa e seguire le orme di chi è già una certezza nel circuito, Kokkinakis, Kyrgios o Coric, che ha sconfitto due volte in carriera e ha scelto di cambiare coach. “You can leave”, Kimmer, yes, you can.

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