Da ex atleta: chi si vende è come chi si dopa

di - 21 Gennaio 2016

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Di Giulio Gasparin

Sono ormai diversi anni che scrivo di tennis, ma forse non molti sanno che prima di dedicarmi al giornalismo ho seguito una carriera sportiva, più nello specifico nello sci alpino. Per farla breve, a 15 anni ho lasciato casa e mi sono trasferito a Tarvisio dove ho vissuto in un convitto per poter studiare ed allenarmi in un liceo per sciatori agonisti. Nel mondo dello sci è difficile definire chi è un professionista: se vinci una gara internazionale porti a casa punti per il ranking mondiale ed una coppa, ben che ti vada un premio offerto da qualche sponsor – che va dal materiale tecnico ad un pezzo di formaggio. Non è un segreto che lo sci sia uno sport per chi se lo può permettere, poiché il costo di una carriera agonistica internazionale comprende attrezzatura che va rinnovata ogni anno (dalle quattro alle otto paia di sci e un paio di scarponi all’anno), trasferte in ghiacciaio o negli impianti indoor di Olanda e alta Germania in estate, allenatori, preparatori atletici etc. Facendo un calcolo spicciolo, poi, durante la stagione delle gare si spendono circa 100€ a competizione tra iscrizione, skipass, viaggio, vitto ed alloggio. In una stagione si fanno circa 40 gare.

Io ho avuto la fortuna di riuscire negli anni ad ottenere contratti vantaggiosi con diverse ditte che producono sci e delle piccole sponsorizzazioni (leggasi ho avuto materiale senza pagarlo) da produttori di caschi, maschere, guanti etc. Io ho fatto la mia onesta carriera, riuscendo ad essere tra i primi 1000 del mondo in tutte le discipline, fuorché nello slalom gigante -seppur di pochissimi posti-, con un massimo al 651° posto mondiale in discesa libera. In circa otto anni di competizioni internazionali ho raccolto 6 podi, di cui una vittoria in quello che nel tennis potrebbe essere un $15k, guadagnato un totale di €0, un pezzo di speck, un cesto di prodotti tipici trentini, e vario materiale tecnico. L’unica volta che mi è stato dato un assegno è stato per aver vinto una borsa di studio per la combinazione di media scolastica e punteggio internazionale.

Ora sapete la mia storia e ora penso che possiate capire da dove arriva la mia indignazione verso chi si è venduto e ha venduto la propria anima sportiva. Come me ci sono migliaia di sciatori, ginnasti, canoisti, pattinatori, e chi più ne ha più ne metta, che ogni giorno hanno dovuto, devono o dovranno accettare che il loro sport non porta ad un guadagno, se non nelle sfere più alte. Per questo fanno sacrifici e sanno quanti sacrifici fanno i propri genitori perché loro possano competere ed allenarsi al meglio.

Di recente ho letto una lettera di un giocatore anonimo del circuito ATP dove giustifica la propria scelta e quella di altri di vendersi per poter continuare il proprio sogno, per poter vivere di quello che sta facendo. Forse sarò un’idealista, forse un romantico, o forse solo un qualcuno che è cresciuto consapevole che la carriera sportiva non è altro che un lavoro per la crème de la crème, ma per me non c’è giustificazione alcuna dietro l’assecondare la fraudolenta alterazione di una partita, di un set o di un solo punto. Forse credo in uno sport che va oltre la vittoria ed i soldi, uno sport olimpico nel senso che viene descritto dal giuramento olimpico che pronunciato da un atleta da inizio al massimo evento sportivo mondiale: “A nome di tutti i concorrenti, prometto che prenderò parte a questi Giochi Olimpici rispettando e osservando le regole che li governano, impegnandoci nel vero spirito della sportività per uno sport senza doping e senza droghe, per la gloria dello sport e l’onore della mia squadra.”

Forse il mondo dello sci è più immune a certe dinamiche perché sostanzialmente impossibile da truccare ai livelli più alti, dove ogni gara è fondamentale e per cui nessuno avrebbe interesse ad uscire dal tracciato di proposito. Mentre nei livelli più bassi non esistono scommesse. Detto ciò è successo che delle gare venissero truccate: è famoso il caso della qualifica olimpica di Vanessa Mae, ma subito la federazione ha preso provvedimenti, senza nascondersi dietro ad un dito.

Ad ogni modo, il punto è un altro e sta nella coscienza di chi si vende, vende il proprio onore e la credibilità di tutto uno sport. Credo non ci sia giustificazione, non ci sia attenuante, non ci sia condizionale: chi si vende non merita sconti, anche per rispetto nei confronti dei tanti sportivi nel mondo che a tutti i livelli sudano per portare a casa solo l’onore della propria prestazione. Per me chi vende anche un solo set è esattamente come chi fa uso di sostanze dopanti: è un imbroglione ed un farabutto e sicuramente non degno di essere chiamato e considerato uno sportivo.

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