Alcaraz, Zverev, Sinner, Djokovic. Le semifinali dell’Australian Open 2026 dovevano essere scontate, sono state invece memorabili. L’appassionato italiano ne esce dispiaciuto, il tennis rafforzato. Jannik e Carlos, seppur con due risultati opposti, hanno dimostrato che, a volte, non sono alieni ma semi-alieni; a tratti vicini addirittura agli esseri umani. Alcaraz lo ha palesato con il suo corpo che – se si eccettuano i crampi a Parigi contro Nole nel 2023 – non aveva mai dato in campo segni di cedimento. Jannik, che invece fisicamente ha più volte avuto problemi (anche in questo torneo), è parso meno lucido del solito tatticamente e tecnicamente. E allora Djokovic e Zverev sono riusciti a far match pari. Il primo, tennista più vincente della storia di questo sport, ha vinto; il secondo, come spesso gli accade, si è bloccato sul più bello. La rivalità tra Alcaraz e Sinner rappresenterà la storia di un’epoca e li vedrà vincere e sfidarsi nei più grandi tornei per anni e anni. Ma vederli un po’ più umani non può che rappresentare una buona notizia per il circuito.
I PUNTI IMPORTANTI
Djokovic e Sinner hanno disputato un match equilibrato. Lo dicono i numeri che, anzi, parlerebbero in favore dell’italiano. Ma Nole ha avuto ciò che da un paio di anni desidera: giocarsi fisicamente alla pari (avendo riposato per due turni) una sfida contro Jannik o Carlos. La chiave per Djokovic è stata quella di vincere secondo e quarto set annullando tante palle break a Sinner, così da rendere il match sul filo di lana. Perché, sul filo di lana, Novak non perde (quasi) mai. In un certo senso ha ricordato la finale di Parigi 2024, quando il serbo vinse letteralmente tutti i punti importanti conquistando l’oro olimpico contro un Alcaraz in lacrime. Sinner, dal canto suo, è stato poco lucido tatticamente, sbagliando qualche scelta (questione confermata da Jannik in conferenza stampa) di troppo. Siamo abituati a vedere l’azzurro perfetto nei ‘turning points’ della partita, ma oggi di fronte c’era il re dei cosiddetti ‘pressure points’ (andando a considerare anche i 30-30, che spesso decidono un game). Regola numero 1 del tennis da 20 anni (circa): mai portare Djokovic a giocarsi un quinto set punto a punto. Non è un caso che Sinner arrivasse da cinque successi di fila su Nole, tutti stra-dominati, senza l’ombra di punti realmente decisivi.
E ADESSO?
Bisogna preoccuparsi per Sinner? No. Ed è questo che è importante sottolineare. Nel tennis si può perdere. Anche i più grandi hanno affrontato sconfitte dure, alcune a sorpresa e altre meno. Non è un insuccesso che può ridimensionare Jannik. Anzi, da ogni momento negativo Sinner ha saputo reagire con forza. Migliorandosi. È mancato qualcosa dal punto di vista fisico (lo sa, ci lavorerà. I tanti incontri di lunga durata persi devono portare a una riflessione). È mancato qualcosa dal punto di vista tecnico (lo sa, ci lavorerà). È mancato qualcosa dal punto di vista tattico, nelle scelte (lo sa, ci lavorerà). È mancato qualcosa dal punto di vista mentale (lo sa, ci lavorerà). Riassunto: la partita contro Nole è un caso da analizzare, ma non esiste un caso Sinner. Adesso è il momento dell’accettazione (per Jannik e i suoi tifosi), della rabbia, non come a Parigi 2025 ma quasi. E se, per dirla alla rossonera, ‘dopo Istanbul c’è sempre Atene’, anche per Jannik ‘dopo Parigi c’è sempre Wimbledon’. Non c’è, ovviamente, la certezza che questo possa accadere; c’è, invece, la sicurezza di una reazione immediata. Il Sinner ferito è, infatti, un supereroe difficile da sconfiggere. Anche per Alcaraz. E chissà che sulla terra battuta, tra Montecarlo, Roma e Parigi, non possa arrivare la ‘vendetta’ sportiva di Jannik.
NOLE STORICO
Il discorso sul GOAT è, come sempre, abbastanza stucchevole perché impossibile da definire. Non c’è uno sport in cui si possa davvero certificare il migliore della storia. E il tennis non fa eccezione. Non sono solamente i numeri ad associare l’acronimo GOAT a un atleta. Altrimenti Novak Djokovic lo sarebbe senza possibilità di smentita. Non è stato e non sarà mai il più amato (nemmeno lontanamente), ma certamente è il più vincente. Di certo, nei momenti importanti, pochi nella storia hanno rappresentato per l’avversario un tale muro di gomma. La vittoria odierna entra negli annali perché Djokovic ha saputo sconfiggere quello che per tutti (anche per il serbo) è il Nole 2.0. Annullando 16 palle break su 18. Ripetiamo: 16 su 18. A prescindere dalle indecisioni di Sinner, oggi Novak ha fatto (ancora una volta) la storia di questo sport. E, con possibilità di smentite, la sensazione è che oggi Djokovic avrebbe sconfitto anche Alcaraz. Chi, se non il serbo, avrebbe saputo sfruttare i problemi fisici di Carlitos? Chi se non il tennista tatticamente più forte di sempre? Lo spagnolo, probabilmente, non avrebbe fatto in tempo a recuperare una dignitosa condizione atletica durante il match se, dall’altra parte della rete, ci fosse stato il signor Nole.
ALCARAZ NON MUORE MAI
Eppure per un istante è sembrato quasi che Carlos stesse camminando verso la rete, nel momento di difficoltà massima, per andare a stringere la mano a Zverev. Pareva fosse a un passo dal ritiro. E invece no. Nemmeno per sogno. Alcaraz sapeva che contro Sascha sarebbe stato importante, in quella fase, aspettare che il fisico tornasse in sé. Ne era consapevole, Carlitos. Lo spagnolo non muore mai perché conosce il proprio corpo meglio di tanti altri, quasi di tutti. E conosceva soprattutto il suo avversario, noto per non essere un cuor di leone nei momenti decisivi. E pensare che il quinto set, giocato atleticamente alla pari, aveva probabilmente mostrato il miglior Zverev di sempre. Non è bastato, perché Alcaraz quando servono 15 minuti per alzare il livello e chiudere, alza il livello e chiude. È questa, più di ogni altra, la sua forza straordinaria. C’è un momento del match in cui, se non sei Sinner (e a volte anche se sei Sinner), ad Alcaraz il punto non lo puoi fare.
