INTERVISTA – Starace, da Cervinara ai Big Three: “Sapevo che Sinner sarebbe diventato numero uno”

Tancredi Crepax
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Potito Starace, Roland Garros 2014 - foto Spazio Tennis

Dai primi scambi sui campi di Cervinara alle sfide contro Roger Federer, Rafael Nadal e Novak Djokovic, passando per una lunga esperienza in Coppa Davis. Potito Starace ha raggiunto il numero 27 del mondo e disputato quattro finali ATP, e lo ha fatto in una in un momento del tennis italiano piuttosto diverso da quello attuale, quando vincere tornei non poteva essere la normalità. Ospite del direttore Alessandro Nizegorodcew a Breakpoint, negozio di tennis e padel a Roma, l’ex tennista campano ha ripercorso alcuni momenti della propria carriera, tra aneddoti sul passato e riflessioni sul presente del movimento azzurro. L’intervista completa sul canale YouTube di Spazio Tennis

Gli inizi a Cervinara e la gavetta

Il tennis entra nella vita di Potito quasi per caso, a Cervinara (provincia di Avellino), dove il nonno aveva preso in gestione i due campi sotto casa. “Io da piccolino facevo scuola calcio, quindi il tennis mai visto né sentito, neanche da mio padre. Però mi appassionai perché vedevo i ragazzi che giocavano e a un certo punto il maestro mi disse: ‘Ma perché non vieni a provare a giocare? Ci guardi sempre’. Tutto è iniziato da lì, dal muro sotto casa al campo da tennis: ci avrò tirato milioni di pallonate”.

La generazione del 1981 comprendeva nomi come Federer e Lleyton Hewitt, mentre in Italia Starace condivideva il percorso con Filippo Volandri e Paolo Lorenzi. I primi anni nel circuito satellite sono rimasti tra i suoi ricordi più spensierati: “Giravamo quasi da soli, tutti i giocatori italiani, facevamo molto gruppo, eravamo sempre insieme. Questi tornei duravano un mese e fuori dal campo passavamo mesi interi insieme, trovando anche il tempo per divertirci”.

Il Roland Garros 2004

Nel 2004 Starace si annuncia al mondo del tennis, supera le qualificazioni del Roland Garros, batte Dmitry Tursunov e Sebastien Grosjean, allora numero 10 del mondo, e raggiunge il terzo turno. Contro Marat Safin arriva a servire per il match, ma un foot fault sul punto decisivo e una volée mancata gli impediscono di chiudere. “Mi chiamarono il primo foot fault del match, feci serve and volley sulla seconda perché dissi: ‘Mo lo rifaccio’. Giocai questa volée, mi ricordo che la tirai lunga, un po’ centrale. Se l’avessi colpita peggio, un po’ più corta, la partita sarebbe finita lì”.

Safin si ferma poi per alcuni minuti a causa delle vesciche e l’attesa pesa sulla concentrazione dell’azzurro: “In quei minuti per la testa ti passano tantissime cose”. Starace finirà per perdere al quinto set con il punteggio di 67(4) 64 36 75 75, dopo quasi cinque ore. La sconfitta resta una ferita sportiva, ma: “Lì ho capito che avevo un livello più alto rispetto a quello dell’anno prima e che potevo giocarmela con tutti”.

Le sfide con i Big Three e le Olimpiadi

Tra Federer, Nadal e Djokovic, lo svizzero era l’avversario più complicato per le caratteristiche di Starace: “Non mi dava tempo, non mi dava ritmo, giocava molto rapido, molto dentro al campo e con il mio gioco era difficile stargli dietro”. Contro Nadal, invece, trovava più spesso il modo di esprimere il proprio tennis: “Riuscivo a scambiare e a fare match, poi perdevo lo stesso la maggior parte dei punti”.

Alle Olimpiadi di Pechino del 2008, Starace riuscì a strappare un set allo spagnolo, poi vincitore della medaglia d’oro. “Dopo aver perso il primo set 6-2 riesco a ribaltare la situazione, vinco il secondo 6-3, poi però lui al terzo ha rimesso quella marcia in più”. Un ricordo speciale, anche per l’atmosfera dei Giochi: “L’esperienza olimpica è fantastica, è qualcosa di incredibile, speciale. Vincere un set con Nadal, quando era quel Nadal, non era semplice”.

Maradona a bordo campo

A Buenos Aires, durante una partita contro David Nalbandian, Starace si ritrovò sugli spalti il proprio idolo, Diego Armando Maradona. “Maradona nel box di Nalbandian, l’idolo di sempre che mi guarda giocare: è qualcosa di incredibile. Quattro pari al primo comincia a piovere. Io vado negli spogliatoi, prendo il telefono e inizio a scrivere a tutti i miei amici: ‘Non potete capire chi c’è a vedere la partita. C’è Maradona’”.

Alla ripresa, però, si accorse che Maradona lo stava insultando dagli spalti: “All’inizio non capivo, poi riesco a vedere che mi insultava in quel modo. Io inizio a innervosirmi perché sentire sempre queste parole così dolci, non è facile. Poi, tra l’altro, dal mio idolo”. Dopo la sconfitta, tornò in albergo deluso. Il giorno successivo Maradona gli fece recapitare una maglia autografata e propose di invitarlo a casa: “Lui era così, nel bene e nel male”.

Il tennis italiano, da Volandri a Sinner

Il confronto tra la generazione di Starace e quella attuale restituisce la misura della crescita del movimento italiano: “Se un italiano vinceva un titolo ATP all’epoca se ne sarebbe parlato per tre o quattro giorni. Invece ora per fortuna abbiamo dei giocatori importanti, abbiamo dei campioni, abbiamo dei top 10”. Citati Musetti, Cobolli e le tre Coppe Davis consecutive, Potito si sofferma su Sinner.

L’ex tennista campano aveva previsto il suo arrivo al vertice con qualche anno di anticipo: “Tre anni prima mi prendevano per matto perché avevo detto che Sinner sarebbe diventato numero uno. Mi dicevano: ‘Non ci può arrivare, non ha la volée, la palla corta, nemmeno il servizio’. Io credevo che potesse diventare numero uno perché già allora giocava alla pari con quelli forti”. La prima segnalazione, racconta, era arrivata da un amico incontrato al bar, appassionato di Futures e Challenger.

Coach Simone Vagnozzi

Starace riconosce a Simone Vagnozzi un ruolo importante nella crescita di Sinner. Lo conosceva già da giocatore e ne apprezzava soprattutto la capacità di leggere le partite: “In campo aveva un’intelligenza incredibile. Vedeva e leggeva le partite già quando era piccolo e vinceva contro giocatori forti con pochissimo tennis fisico ma sfruttando la sua gran mano”.

Dopo l’esperienza con Marco Cecchinato, Vagnozzi ha contribuito a completare il gioco dell’altoatesino: “Con Sinner ha lavorato tanto a livello tecnico, perché prima c’erano delle cose che lui faceva peggio e ora è un giocatore completo. Sa servire, sa fare la palla corta, se va a rete sa fare la volée, cose che prima faceva più fatica a fare. C’è tanto merito di Simone”.

Il significato della Coppa Davis

Per Starace, giocare in Coppa Davis significava affrontare una responsabilità diversa rispetto a quella dei tornei individuali: “Quando giochi a tennis giochi per te stesso, se perdi hai perso tu. Quando giochi in Davis giochi per tutta l’Italia, quindi c’è un peso in più da portare in campo”. Una pressione che può trasformarsi in energia, come dimostrano le prestazioni di Flavio Cobolli nella passata edizione: “La Davis gli ha dato quell’adrenalina in più. Stanco, è riuscito a vincere delle partite che probabilmente in un torneo normale non avrebbe mai vinto”.

Il legame con la maglia azzurra resta centrale anche nella squadra attuale: “Noi italiani siamo molto legati alla maglia dell’Italia e si vede anche adesso. Prima vincere la Davis per noi era quasi impossibile, ora abbiamo dei giocatori per poterlo fare spesso. L’anno scorso abbiamo vinto senza Sinner: con lui avremmo ancora più chance, ma anche senza abbiamo le nostre possibilità di fare il poker”.

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