Controcanto – Anche in Russia: no papà, no party?

di - 26 Ottobre 2010

di Mario Polidori

Sono molto contento di poter raccontare la storia di Irina Smirnova, lo considero un privilegio, perché quello che mi lega a lei è un profondo affetto, ed un’immensa stima per una donna, prima ancora della tennista, che ha nella dolcezza, nell’onestà intellettuale, nella serietà professionale e, ultima non ultima, nella bellezza, i suoi “vincenti”.

Tutti dello stesso talento di cui è fatto il suo tennis.

Irina Smirnova è una di quelle giocatrici che mette tutti d’accordo.
Per chi ha avuto il piacere di vederla giocare, è un talento indiscutibile, cristallino, come dico sempre, di quelli di cui si accorgono anche i non addetti ai lavori, di quelli che riescono a catalizzare l’attenzione di chiunque si trovi a passare, anche solo per caso, dal campo in cui lei gioca.

Classe 1984, 26 anni oggi, Maestra Federale in forza alla Società Canottieri Casale dell’omonima cittadina nel Monferrato, ed anche giocatrice di punta nella serie A2, che la società può vantare nel femminile, non unico vanto, perché partecipa anche all’A1 maschile.

Vi lascio al suo racconto e poi ci rivediamo, perché c’è tanto da prendere come spunto per le nostre riflessioni dotte e meno dotte.

“La prima volta che presi in mano una racchetta avevo 3 anni. Mio padre era un appassionato, poco più di un hobbista, un praticante insieme a qualche amico, che insegnava a chiunque ne avesse voglia. La città in cui sono nata e vivevo, Kemerovo, in Siberia, era un centro di circa 600.000 abitanti, ma non c’era nessuna struttura in cui si giocasse a tennis, anzi era assolutamente sconosciuto, mi ricordo che un giorno, mentre mi recavo al campetto in cui mi faceva giocare mio padre, un signore incuriosito mi chiese se suonavo la chitarra, credendo che quella che portavo nel fodero fosse lo strumento musicale."

"Può sembrare curioso in un centro così grosso, ma davvero nessuno, o pochissimi, sapevano anche solo dell’esistenza di questo sport. A 3 anni comunque era stato un incontro del tutto casuale, era stato mio padre che per gioco mi aveva messo in mano la racchetta. Fu a 5 che cominciai a fare qualcosina in più, ma niente di che. Lo trovavo divertente, un passatempo come tanti altri, anche se mio padre era riuscito a stabilire che fossi già predisposta e portata. Quando arrivai a 7 anni decise di farmi fare più sul serio, non pensavo di diventare la numero 1 del mondo, mi piaceva e basta, e fu mio padre a trasmettermi la sua passione. Giocavo quanto più potevo."

"A 9 anni cominciai a fare i miei primi tornei lì, in Siberia, intanto papà aveva deciso di puntare su di me, aveva stabilito che io avessi tanto talento e decise di studiare, diventare maestro e poi mio coach personale, dedicandosi interamente a me.
La mia era una famiglia povera, non potevamo permetterci di fare quello che stavamo facendo, se non fosse stato per il Comune e per alcuni sponsor che mio padre era riuscito a trovare perché ero la bambina più forte in Siberia a quell’età, oggi parlerei d’altro.
Grazie al sostegno ho potuto fare, periodicamente, un mese o due di stage a Mosca, dove invece il tennis era una realtà.
Fino a Saratov, città vicino Mosca dove c’era un’Accademia famosa e dove ebbi l’occasione di allenarmi anche con Davidenko.
Tutto questo fino a 14 anni, grazie a mio padre, che si occupava della gestione di tutto."

"Arrivò il momento dei Campionati Russi ,dove persi al terzo set in finale con la Safina, che già allora godeva di un sostegno a cui altri non potevano accedere, per mille motivi."

"Quel risultato mi fece notare da Igor Eremin, che in quel momento lavorava per il Match Ball di Bra, in Italia, per selezionare talenti da far crescere alla sua scuola, che era il frutto di un investimento importante da parte dello stesso Tennis Club."

"Dovevo lasciare papà, era arrivato il momento di staccarsi da lui per accedere al mondo delle possibilità. E sono partita. Sono venuta in Italia a 14 anni completamente sola. E’ stata una scelta molto coraggiosa e ancora oggi la gente mi chiede come ho fatto, e come faccio a vivere qui da sola, vedendo i miei genitori soltanto una o due volte all'anno. Io ho sempre creduto che nella vita bisogna fare tanti sacrifici per poter ottenere qualcosa o per raggiungere l'obbiettivo e l'ho fatto. In tutti questi anni stare qui da sola e' stato molto difficile e se avessi avuto la mia famiglia qui accanto a me chissà, magari le cose sarebbero andate diversamente."

"Il consiglio e l'aiuto dei genitori sicuramente aiuta in tante cose, questo e' per far capire a tanti ragazzi e ragazze che si devono ritenere molto fortunati ad avere i loro genitori sempre vicini che si prendono cura di loro. E invece spesso non se ne rendono conto di questa loro fortuna, che io, per esempio, non ho avuto. Al Match Ball di Bra ho avuto tutto quello che potevano darmi, io facevo parte dell’inizio di un progetto che negli anni avrebbe dato quei frutti che oggi gli hanno consentito di portare un atleta nei primi 50 del ranking mondiale. A me mancava una programmazione adeguata nella preparazione atletica, mi è sempre mancata, non sono mai riuscita a fare una preparazione veramente adatta a me, ed è stata una cosa che ha finito per condizionare la mia carriera, almeno credo. Perché un’altra cosa determinante è stata che dovevo mantenermi da sola, per cui anche la scelta dei tornei ricadeva su quelli in cui era possibile guadagnare qualcosa."

"Dopo cinque anni sono stata presa dal Tennis Club Gallarate, e anche lì mi hanno dato quello che potevano, ma le mie necessità di sbarcare il lunario non mi hanno mai permesso di programmare due anni nel circuito che conta, per provarci davvero.
Continuare a sbarcare il lunario per Open, mi ha tolto ogni velleità di livello."

"Alla fine dei miei spostamenti per L'italia ho trovato la mia seconda casa a Casale Monferrato, dove mi hanno ospitata e accolta come se fossi la loro figlia. Qui ho incontrato tante persone stupende, un bellissimo circolo dove sto molto bene, con il mio Coach Giuseppe Massola e mi sento come se fossi a casa mia in Siberia. Anche se a 26 anni i miei obbiettivi non sono più il ranking mondiale.”

Il ranking, il suo best in carriera è stato 550 nel doppio e 800 nel singolo, ma per una che con il circuito importante non ha mai potuto veramente avere a che fare, si tratta di un’indicazione che non rende giustizia al suo effettivo valore.
L’ho vista personalmente, un paio d’anni fa, regolare d’autorità l’allora circa 400 del mondo.

Sentite questa:
in qualità di Maestra e accompagnatrice di due atlete che si allenano a Casale, Martina Demichelis e Giulia Mecca, al 10.000 $ di Arezzo del 2009, lo scorso anno, ha deciso, già che c’era, di iscriversi anche lei.
Ha superato i tre turni di qualificazione, e poi al 1° turno del Main Draw ha battuto la n° 700 wta, al 2° turno la n°2 del seeding 300 wta, perdendo poi nei quarti.
Oggi è 2.1 in classifica, nonostante una serie di “acciacchi” da vecchietta, come dice lei.

Ci tiene però a ribadire che se non era per papà…..

Ed io: “….e se ci fosse stato sempre papà?”

Sorride, la bella Irina.

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