Vagnozzi: “Vi racconto futures e challenger”

di - 20 Novembre 2013


(Simone Vagnozzi – Foto Nizegorodcew) 

di Gianfilippo Maiga

Simone Vagnozzi a 30 anni non è affatto disposto a “sciogliere”. Sebbene per contrattempi di varia natura sia sceso di classifica rispetto ai suoi massimi (circa 160 al mondo), non demorde, al punto da non porsi neppure scadenze, anagrafiche e non. Crede, o per meglio dire sa, di poter tornare a migliori livelli: è fisicamente integro, il suo tennis ha grande qualità e, soprattutto, ha motivazioni intatte. Più che tirare un bilancio su una carriera, quindi, questa intervista vuole essere un’analisi del momento attuale del tennis, fatta con un suo ottimo protagonista.

Anche se hai ancora diverse cartucce da sparare, sono indubbiamente tanti anni che frequenti il circuito: cosa ti è piaciuto e cosa no?
Paradossalmente, quello che più mi è piaciuto e quello che più trovo stressante sono la stessa cosa. Viaggiare è un privilegio, è la possibilità di visitare posti meravigliosi e di fare esperienze davvero per pochi, ma al contempo è estremamente stancante. Per uno come me, che ha giocato prevalentemente nei Challenger, essere tennista professionista ha significato vedere posti che altrimenti forse non avrei conosciuto, ma anche non stare mai due settimane nello stesso posto; questo vale anche per i Futures, dove però hai la possibilità ogni tanto di programmare due o tre tornei di fila nello stesso circolo o a poca distanza. Se devo però additare un elemento che veramente trovo negativo per chi fa il mio mestiere, a parte il caso non del tutto infrequente in cui l’albergo del torneo si riveli una stamberga, devo far riferimento all’ovvietà dei costi: semplicemente assurdi.

Hai avvicinato la soglia fatidica dei primi 100, senza però riuscire ad entrarci. Cosa ti è mancato? Ritieni questo obiettivo ancora possibile?
Io intendo lottare ancora per riuscirci. Non mi pongo scadenze né ho in programma di appendere la racchetta al chiodo. Al tempo stesso sono realista: il mio obiettivo immediato è risalire nei primi 200 atp e poi si vede. Non sembri comunque questo un traguardo banale. Ora che ho rimesso un piede tra i Futures posso confermare che il livello del tennis si è ormai di molto innalzato. Quando ho iniziato, una volta salito un po’ di classifica le demarcazioni erano abbastanza nette e di essere battuti da un 400, per esemplificare, accadeva piuttosto di rado. Oggi si può perdere con chiunque, quale che sia il suo ranking; si veda il mio recente incontro in un Futures in Croazia con Razborsek, (619 atp). Lo avevo visto giocare (e perdere) qualche mese fa e nonostante la sconfitta mi era piaciuto molto: in Croazia mi ha battuto e ha poi vinto il torneo. Per quanto mi riguarda, la mia classifica attuale ovviamente non è incoraggiante, ma questo è per me uno stimolo, non un fattore depressivo. Ci sono arrivato, oltre che per l’accresciuta difficoltà di competere, come sempre per una molteplicità di ragioni. L’anno scorso mi sono operato al naso e la mia preparazione, e di riflesso la ripresa agonistica, ne è stata condizionata. Ho inoltre cambiato racchetta e questo aspetto, che può sembrare marginale, in realtà è uno dei tanti ostacoli, delle piccole/grandi difficoltà che un tennista deve essere abbastanza bravo da superare. La mia vecchia racchetta era ormai, come spesso accade, fuori produzione e il nuovo modello non le assomigliava né per materiale né per caratteristiche di gioco: mi sono dovuto adattare cambiando alcuni aspetti tecnici del mio modo di giocare, ma un certo prezzo l’ho pagato. Intendiamoci: ci sono giocatori che non hanno problemi in queste occasioni e questo va a loro merito, ma per me non è stato così (e d’altronde i grandi non cambiano in realtà quasi mai racchetta, anche se esternamente l’attrezzo sembra un nuovo modello). In passato, quando ero più alto in classifica, potevo usufruire di racchette personalizzate, mentre ora devo utilizzare quelle standard in commercio. Se guardo attentamente i miei risultati quando sono salito (sono stato intorno a 160 per due anni), vedo che ho vinto un Challenger e ho fatto quarti a Barcellona. In definitiva, la differenza l’hanno fatta due exploit, che poi mi sono mancati. Sono convinto di potermela ancora giocare e intendo provarci.

In doppio sei stato nei primi 100 (vicino alla 70a posizione). Non hai considerato una carriera da doppista? La ritieni un ripiego?
Ogni bambino che impugna la racchetta da tennis immagina se stesso come un singolarista e io, che la pensavo esattamente così,  non ho ancora oggi cambiato idea. C’è poi chi da subito capisce di non averne la stoffa, di non essere abbastanza competitivo e opta per il doppio. Io ho sempre preferito il singolo; operata questa scelta, trascurare il doppio è una conseguenza quasi automatica, perchè giocare il doppio, se avanzi nei tornei di singolare, assorbe comunque molte energie. Fatta questa premessa, la carriera del doppista può dare notevoli soddisfazioni sia economiche sia tecniche. Certo stare tra i primi 100 in doppio rende di più che navigare sotto il 200 in singolo: anche qui pero’ la vita si è fatta molto più difficile che in passato e il livello tecnico del doppio è salito notevolmente.

Com’è l’ambiente dei Futures e dei Challenger rispetto a quello dei tornei maggiori?
E’ chiaro che più si alza il livello del torneo e migliore è l’organizzazione e il trattamento riservato ai giocatori. Ritengo che però lo stacco maggiore sia tra i Futures e gli altri tornei, dato che i Challenger di norma offrono una buona ospitalità. La differenza non è peroò avvertibile solo a livello logistico. Nei Futures le difficoltà ambientali sono senz’altro maggiori. Per fare un esempio nei Futures mancano i raccattapalle: dall’esterno questo potrà sembrare un dettaglio triviale, ma non lo è. Oppure si pensi a quello che accade nelle qualifiche, dove i giudici di linea non sono obbligatori; ci sono Paesi, anche se generalizzare è sempre pericoloso, dove giocare contro un tennista di casa è a dir poco svantaggioso: in Inghilterra, per esempio, se ti imbatti in un inglese può veramente accadere di tutto… Anche la professionalità è diversa. Fermo restando quello che ho detto sul livello dei giocatori anche nei Futures, è chiaro che chi gioca abitualmente i Challenger, nella mentalità e nelle abitudini di lavoro, è un professionista a tutto tondo. Nei Futures i giocatori che considerano questo un mestiere a pieno titolo sono un po’ meno. Gli esempi positivi e negativi naturalmente anche in ambiente Challenger si sprecano: ad un Muster, che ho rivisto in campo ultraquarantenne comportarsi con una professionalità da portare ad esempio, si possono contrapporre esempi non altrettanto fulgidi; chi ricorda Koellerer?

Qual è un budget di costi ragionevole per un professionista?
Escludendo per il momento l’ipotesi di disporre di un allenatore privato (che determinerebbe un automatico raddoppio dei costi) e ipotizzando che un tennista, più abitualmente, si appoggi ad una accademia o ad una struttura equipollente, occorre mettere in conto 7/8000 € per gli allenamenti e il preparatore, cui aggiungere una media di 1000 € a torneo per 25 tornei all’anno. Il totale di 32/33000 € è probabilmente per difetto, se si deve aggiungere per esempio l’eventuale affitto di un appartamento quando un giocatore si allena lontano da casa (situazione molto frequente) e l’onere di eventuali accompagnamenti da parte di un allenatore, sia pure diviso con altri giocatori. Se si volesse invece tenere in conto il costo di un allenatore dedicato, difficile trovarne uno con un minimo di esperienza sotto i 20/25000 € all’anno. Come si vede i costi sono molto elevati. L’onere dell’allenatore può essere limitato, oltre che con un accordo fra più giocatori, anche stabilendo contratti con una parte variabile legata ai premi, (15% in media), ma questa possibilità è limitata al caso dei Challenger, perchè nei Futures non c`è abbastanza margine, oppure riducendo la collaborazione a specifici tornei o a settimane, ma naturalmente in questo caso con ovvi limiti di efficacia. Un’ultima considerazione sui costi riguarda i paesi ospitanti. Una volta le aree a buon mercato erano tante; oggi, con la diffusione del benessere, sempre meno. Si prenda ad esempio il Sudamerica. Sono finiti i tempi in cui era economico: il Brasile, per esempio, è diventato piuttosto caro, ancor più dell’Argentina. Se poi si aggiungono i costi del viaggio….

A questi costi quali ricavi si contrappongono?
I guadagni cominciano solo con i Challenger, ma non bastano. Se sei un giocatore che disputa Challenger tutto l’anno e ti mantieni ad un buon livello, magari giocando i Challenger da 64000$ o da 100000$, che offrono premi interessanti, tra singolo e doppio puoi mettere assieme quanto ti serve per coprire i costi di un anno: quei 30-35000 euro  di cui parlavo prima. Con questo, quindi, chiudi al massimo in pari, non metti via niente. Se vuoi avere qualcosa da parte, o comunque in casi meno fortunati del tennista che ho descritto prima, se vuoi avere la certezza di un minimo reddito, non restano che i campionati a squadre. Per essere sinceri, non c`è un tennista professionista al mondo che sia contento di giocarli. I motivi sono evidenti: l’impatto sulla programmazione è molto forte sia in termini della possibilità di partecipare a tornei, (e quindi di tentare la scalata alle classifiche), sia di energie da spendere. Io, per esempio,sto giocando la serie A in Italia e questo mi impedisce di essere in Sudamerica, dove avrei diversi tornei da giocare, ma anche volessi giocare i Challenger in Italia non potrei, perchè se andassi avanti nel torneo mi troverei in conflitto con gli impegni di campionato. La remunerazione della serie A è scesa negli ultimi anni di circa il 30%, complice la crisi, d’accordo, ma soprattutto nuove regole che, via via più restrittive, le tolgono interesse. Oggi un tennista che sta tra il 300 e il 500 atp incassa comunque mediamente 15000 euro dalla serie A Italiana, se gioca tutte le partite. I campionati sono quindi un “male necessario”, in pratica l’unico vero “stipendio” che un tennista riceve. Occorre naturalmente cercare un equilibrio, perchè se ci si disperde su troppi fronti, (ad es. aggiungendo la Bundesliga, la Francia, ecc) si perde di vista l’obiettivo principale, ma non se ne può fare a meno. Piuttosto, desidero ancora sottolineare la situazione sempre più critica che si sta determinando in Italia, con regole via via più restrittive che, a mio parere, non hanno senso. Se si va avanti così finirà che sempre meno giocatori potranno disputarla, con il risultato che molti ragazzi che vogliono tentare la via del professionismo perderanno la principale fonte di sostentamento e dovranno rinunciare ai tornei internazionali per giocare, che so, gli open, e buonanotte all’attività atp. Se poi mi si dice che è per far giocare i ragazzi del vivaio, rispondo che in B e in C  c’è tutto lo spazio che serve, senza snaturare una competizione autenticamente professionistica come dovrebbe essere la serie A. E poi, che esperienza è per un ragazzino giocare in A contro un maestro di 40 anni, tanto per descrivere una situazione tipica?

Hai parlato del tema dell’allenatore “dedicato”. Fa veramente la differenza, secondo te, averne uno?
Fa differenza avere qualcuno che giri con te, che ti veda mentre giochi in torneo. Uno può allenarti nel miglior modo, ma se non ti vede quando sei in una partita che conta non può capire come va indirizzato il suo lavoro. Poi naturalmente l’allenatore dedicato solo a te è il massimo, ma a mio parere può funzionare anche in condivisione con un altro giocatore, (non andrei oltre due tennisti, però…). Quindi la risposta è senz’altro sì.

Insomma, i Futures e in parte i Challenger possono diventare una palude in cui si rimane invischiati. C`è qualcosa che l’ITF e l’ATP dovrebbero fare per migliorare la situazione?
In particolare credo che i Futures siano un problema: costano molto e rendono poco, anche ai giocatori, per i quali ritengo dovrebbero essere un transito. Non credo però che l’ITF e l’ATP possano fare molto dal punto di vista finanziario per chi comunque deve giocarci. Il fiume di denaro che scorre nei tornei del grande Slam non finisce alle associazioni professionistiche, non va dimenticato, ma alle federazioni ospitanti. Arrivo persino a dire che nei Futures il prize money è così basso  da non essere rilevante: personalmente, preferirei quasi che lo riducessero, ma offrissero l’ospitalità e pasti gratis. Piuttosto, se devo fare una proposta, obbligherei i tornei europei a dare premi in euro anzichè in dollari e ripristinerei i punti bonus che si usavano in passato. Non è giusto che guadagnino gli stessi punti giocatori che battono avversari molto più qualificati, rispetto ad altri che vanno a cercare punti facili lontano, come per esempio avviene spesso in Sudamerica o in Asia. Un altra ipotesi è quella di attribuire ad un torneo, indipendentemente dal suo montepremi, punti in base al “cut”, ossia al livello di ranking dei partecipanti, misurando per esempio la classifica media dei primi 20 giocatori ammessi al tabellone principale. La formula andrebbe certamente studiata e calibrata, ma una volta messa a punto sancirebbe il principio che i punti guadagnati sono proporzionali al livello effettivo di difficoltà del torneo stesso.

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