L’Italia ha vissuto due ere dorate. La prima capeggiata da Adriano Panatta e la seconda, quella attuale, da Jannik Sinner. Ma cosa è accaduto nel lungo periodo di mezzo? Perché il tennis italiano non è riuscito a produrre altri campioni capaci di raggiungere quelle vette? E soprattutto: i tennisti di quella generazione andrebbero rivalutati anziché essere definiti, erroneamente, “scarsi”?
Il direttore di Spazio Tennis Alessandro Nizegorodcew ne ha parlato con Claudio Pistolesi, ex numero 71 del ranking ATP e oggi coach internazionale. Un lungo viaggio tra ricordi, difficoltà, risultati dimenticati e un tennis profondamente diverso da quello attuale, con un messaggio molto chiaro: l’era di mezzo non ha raggiunto i vertici toccati dalle generazioni di Panatta e Sinner, ma merita un giudizio ben più equilibrato.
Il continuo confronto e il paragone con Panatta
Pistolesi parte proprio dall’etichetta che per anni ha accompagnato quella generazione. Il paragone con le due grandi epoche del tennis italiano è inevitabile, ma secondo l’ex numero 71 ATP non può trasformarsi in una cancellazione di tutto ciò che è stato fatto nel mezzo: “Da rappresentante dell’era di mezzo è ovvio che il nostro successo non sia paragonabile a quello dell’epoca rappresentata da Panatta o a quello attuale, con Sinner e una leadership mondiale. Noi quel vertice non lo avevamo. Però una cosa non esclude l’altra: dire che eravamo scarsi è ingiusto e anche offensivo”.
Lo stesso Pistolesi ricorda le aspettative e il peso di un confronto costante con Panatta: “Ero campione del mondo junior. Sai quante volte hanno scritto ‘il nuovo Panatta’? È un macigno che ti mettono sulle spalle. Credo di averne pagato il prezzo. Con il senno di poi, con un po’ più di saggezza e meno errori, penso che un posto nei primi 30 o 40 non me lo avrebbe tolto nessuno. Sono arrivato numero 71 e mi prendo le mie responsabilità, ma come me tanti avrebbero potuto fare meglio. C’era più ignoranza, più esterofilia, meno informazione e molte più difficoltà nel viaggiare”.
I risultati dimenticati
Una delle grandi differenze rispetto al presente era proprio la possibilità di raccontare ciò che accadeva nel circuito. Niente social, pochissima televisione e una comunicazione quasi interamente filtrata. Risultati oggi immediatamente conosciuti da tutti potevano così passare quasi inosservati. “Ho rischiato di battere Pat Cash nell’anno in cui vinse Wimbledon e non lo sapeva nessuno — racconta —. La comunicazione era scarsissima: tutto passava attraverso i giornali, i giornalisti o la televisione, ma il tennis in tv si vedeva raramente. Non esisteva il contatto diretto che c’è oggi”.
Impossibile non menzionare per Pistolesi la storia di Omar Camporese: “Omar, che per me è un fratello, vince Rotterdam battendo Ivan Lendl in finale. Lendl era ancora numero due del mondo, se ricordo bene. Eppure nessuno lo sa, nessuno se lo ricorda. Nulla di paragonabile al successo clamoroso di oggi, naturalmente, ma abbiamo retto la botta”.
Le differenze nel circuito tra ieri e oggi
Anche la vita quotidiana del giocatore era diversa rispetto a oggi. Viaggi e montepremi nettamente inferiori portavano spesso a soluzioni oggi difficili anche solo da immaginare: “Ho fatto quarti di finale a Montecarlo partendo dalle qualificazioni. Ho vinto sei partite, battendo tra gli altri Lundgren, che era numero 25 del mondo, Kriek, numero 7, e Wilander, che quell’anno sarebbe diventato numero uno. Ho preso 8.000 dollari ed ero pure contento, perché a Montecarlo non c’erano le tasse. Prendevi cinque o sei tovaglioli e ti facevi i panini. Prosciutto, mozzarella e avevi anche il pranzo. Quando la colazione era compresa nell’albergo era già una bella notizia, perché in quel modo ci pagavi pure il pranzo. Questi erano i nostri stratagemmi”.
Persino sul piano medico e tecnologico si trattava di un altro mondo: “Qualunque cosa avessi dovevi mettere il ghiaccio. Ghiaccio e aspirina. Anche chiamare da fuori costava tantissimo. Ricordo poi quando comprammo una telecamera a Hong Kong: per noi era una cosa incredibile, perché finalmente potevi riprenderti e vederti giocare”.
La caduta del Muro e una concorrenza sempre più feroce
A rendere ulteriormente complesso quel periodo fu anche la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Il circuito si aprì a una nuova generazione di giocatori iper competitivi provenienti dall’Est Europa: “Dissi che stava arrivando un esercito di giocatori che prima non potevano viaggiare per via del blocco comunista. Tra loro c’era anche il padre di Zverev, che era un giocatore fortissimo. Mi presero per matto. Poi dopo il 1989 arrivò una marea di giocatori fortissimi. La concorrenza aumentò enormemente rispetto all’era di Panatta”.
L’esperienza dei vecchi giocatori come coach
Molti protagonisti dell’era di mezzo sono poi diventati allenatori e hanno trasferito al sistema italiano le esperienze accumulate in giro per il mondo: “Tantissimi giocatori dell’era di mezzo, me compreso, hanno fatto i coach. Il coaching ha compiuto un salto di qualità enorme utilizzando proprio l’esperienza degli ex giocatori di quella generazione, che poi l’hanno riversata sull’era Sinner. Anche questo secondo me va riconosciuto”.
La chiosa di Pistolesi, racchiude l’essenza di tutta l’intervista: “Il messaggio finale è: abbiate rispetto e coscienza di quello che è stata veramente l’era di mezzo. Con il massimo e meritato riconoscimento all’era Panatta e ancora di più all’attuale era Sinner, che è più vincente. Ma in mezzo c’è stata un’epoca importantissima, affascinante e meritevole di essere riconosciuta. Dobbiamo sgombrare il campo dall’ingiustizia di una denigrazione immeritata”.