VIAGGIO NEI CHALLENGER /3: per non morire di inchieste e scommesse

di - 19 Ottobre 2014

tennis scommesse

di Andrea Martina

Scrivere di tennis, raccontare di questo sport che spazia tra tecnica e psicologia, è sempre interessante. Sarebbe bello poter parlare di sfide epiche, rimonte rocambolesche e personaggi eccentrici che al di là dei trofei vinti entrano comunque nel cuore. Ma non è sempre così ed il compito del giornalismo è proprio quello di raccontare quello che succede, a prescindere se appassioni o meno il lettore.

Inutile nascondere, quindi, lo scandalo che sta investendo in questi giorni lo sport della pallina gialla: parliamo di scommesse e di risultati truccati, di procure della Repubblica e di intercettazioni. La scelta di inserire questo argomento nella mia rubrica sui challenger non è un caso e ci arriveremo.

Le premesse ci dicono che le inchieste giudiziarie stanno andando avanti ed è ovvio aspettare prima di sparare nel mucchio, ma le intercettazioni telefoniche che si stanno leggendo in questi giorni sono molto chiare e iniziano a mostrare un vero e proprio schema fatto di tariffe e metodi che hanno il solo scopo di truccare i risultati.

TARIFFE E MONTEPREMI. Ponendo l’attenzione sulla sfera dei challenger è bene specificare che in questi tornei, seppur minori, è possibile scommettere da casa e inoltre i montepremi non sono particolarmente alti: i tornei partono da 30.000 fino ad arrivare ad un massimo di 125.000 dollari, cifre che devono essere ripartite tra almeno 30 atleti a seconda del piazzamento raggiunto. Per entrare maggiormente nel dettaglio di un challenger a basso montepremi la sconfitta al primo turno comporta un assegno di circa 400 dollari, mentre la vittoria del torneo non raggiunge i 6 mila dollari, cifre a cui devono essere tolte le tasse e le varie spese di viaggio, dell’allenatore, eccetera (ma di questo si è già parlato nel primo numero della rubrica).

Somme ridicole se si pensa alla conversazione tra Daniele Bracciali e Manlio Bruni (ex commercialista di Beppe Signori): di solito si danno 50 poi dipende, comunque domani preferisco giocarla, magari un’altra volta, dove presumibilmente la cifra indica i 50.000 € che un tennista accetterebbe, il condizionale è d’obbligo, per truccare un match. Nel caso in questione, Bracciali doveva disputare un match di un ATP 250 e non di un challenger, ma l’allarme sul giro economico non cambia, anzi, è ancora più importante se si vedono i vari casi di scommesse che hanno investito proprio i challenger.

I CASI CONTROVERSI E LE SQUALIFICHE. Soprattutto negli ultimi anni, con l’esplosione dei siti di scommesse on-line e l’opportunità del “live betting” (scommettere sull’esito di un match in corso), sono aumentati a dismisura i casi di sospette combine.

L’ATP, la WTA e l’ITF per arginare questo fenomeno hanno dato vita nel 2008 alla Tennis Integrity Unit (TIU), un organo con poteri giudiziari nato con lo scopo principale di arginare fenomeni di corruzione nel tennis.

In questi giorni, ad esempio, è stato proprio un match di primo turno del circuito challenger a destare molti sospetti. Parliamo di De Bakker-Mina, torneo di San Juan (Argentina). Il primo giocava da testa di serie numero 7 ed era favorito dai bookmakers, l’altro era entrato in tabellone dalle qualificazioni. La partita è stata vinta da Mina in due set, ma l’enorme flusso di scommesse in favore del francese aveva costretto i server ad annullare l’evento.

I casi di quest’anno non si fermano qui. Infatti quest’estate il problema delle scommesse nel tennis è arrivato addirittura al Parlamento Europeo. A finire sotto osservazione è stato specialmente un match giocato tra Olivier Rochus e Millot nel challenger di Le Gosier, in aprile. La vittoria fu di Rochus al terzo set che si premurò subito di smentire le accuse dichiarando che quel match fu una vera e propria lotta. Nella stessa inchiesta comparirono anche due altri match: Michon-Rudnev (challenger di Kazan) e Torebko-Kutrovsky (challenger di San Luis Potosi).

Questi casi, però, non si chiudono sempre in una nuvola di fumo, ma a volte vanno fino in fondo. La TIU, infatti, ha inflitto anche delle squalifiche a vita. La più famosa è sicuramente quella di David Koellerer, ex 55 dell’ATP, capace di collezionare multe e squalifiche fino ad arrivare alla radiazione. Di lui si narrano risse con avversari, tentativi di corruzione ad altri colleghi, coaching irregolari e innumerevoli tristi spettacoli che dava in campo.

Un’altra squalifica a vita, più interessante dal punto di vista giornalistico, è quella che riguarda il serbo David Savic, sospettato di voler tentare una combine in un match ATP tra Dolgopolov e Baghdatis. Il suo caso è particolarmente importante perché potrebbe alimentare le teorie secondo le quali l’ATP punisce i pesci piccoli e chiude un occhio con i pesci grandi: in quell’inchiesta non si riuscì a provare la piena collaborazione di Baghdatis e Dolgopolov e a pagare fu solo Savic. Però non è l’unico episodio che riguarda il croato: nel 2010 fu protagonista di un altro match truccato che vide la vittoria di Daniil Braun sullo spagnolo Olaso (che fu squalificato per 5 anni) nel challenger di Astana.

A questa lista si aggiungono i russi Krotiuk e Kumantsov, squalificati a vita in seguito a due inchieste separate. Quest’ultimo è il caso più recente e ha ricevuto 12 capi d’accusa per attività che vanno dal 2010 al 2013, ma la TIU non ha ancora specificato le partite che avrebbe truccato o su cui avrebbe scommesso.

LA LISTA NERA DELLA TIU. Nel 2011 fu pubblicata la cosiddetta “Lista nera della TIU” a cui seguiva una lista di “osservati speciali” che coinvolgeva circa 40 atleti tra il maschile e il femminile. L’organo di controllo smentì subito di aver fatto liste di quel tipo, ma alla luce delle inchieste che ciclicamente coinvolgono il mondo del tennis con quello delle scommesse si può notare come alcuni nomi vengano tirati spesso in mezzo. Nella lista nera figuravano, tra gli altri, Gabashvili, Volandri, Odesnik, Christophe Rochus, Tipsarevic, Davydenko, Starace, Davydenko, Hernandez e Kohlschreiber.

Nomi che sicuramente sono più vicini al mondo del circuito ATP che a quello dei challenger.

COME VUOLE REAGIRE IL TENNIS?. Parallelamente all’inchiesta in questi giorni è iniziato un dibattito tra gli organi competenti su come poter frenare questo cancro che, oltre ad infangare l’immagine di uno sport in continua crescita, rischia di allontanare gli spettatori dai tornei o, peggio, insinuare sempre il dubbio su ogni risultato.

Tra le varie ipotesi c’è quella più drastica di abolire le scommesse sul tennis (circa il 4% delle puntate mondiali), rischiando però di alimentare il mercato di quelle clandestine. Un’altra strada potrebbe essere quella di aumentare il montepremi dei tornei minori anche se questo potrebbe andare a ricadere sui circoli che organizzano gli eventi, già in emergenza di sponsor soprattutto in Europa.

Un primo segnale, però, potrebbe arrivare mettendo sul banco degli imputati il sistema del “live betting”. Proprio dalle intercettazioni sull’inchiesta di Cremona si è evidenziato il metodo usato per alterare match e scommesse: il giocatore 1 vince il primo set e fa un break nel secondo per poi far vincere il giocatore 2 al terzo set. Nel momento in cui il giocatore 1 è avanti di un set e un break bisogna puntare tutto sulla vittoria del giocatore 2 che, ovviamente, avrà una quota molto alta.

Abolire il “live betting” non sarà di certo la medicina perfetta per cancellare questa malattia, ma potrebbe limitare le scommesse al semplice esito finale del match. Inoltre i sistemi informatici sono addestrati a bloccare subito l’evento quando riscontrano un flusso anomalo di scommesse.

Resta, però, il tema di fondo: un match può essere alterato solo da chi lo gioca. Dal 2008 ad oggi c’è stato un numero consistente di incontri bloccati dai siti di scommesse per flussi anomali a cui seguono sempre delle inchieste. La lista di chi viene beccato e squalificato, invece, vede solo pochi nomi, tra l’altro quasi sempre sconosciuti. Perché?

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